Archivio blog

domenica 13 marzo 2016

LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "LA QUARTA VERITA'" DI IAIN PEARS


Il New College di Oxford, ambientazione del romanzo
fonte: wikipedia

Ben ritrovati alla rubrica domenicale della Biblioteca de "Lo Sciacallo", in cui ci sbizzarriamo su come tenere ben impegnati i cervelli di voi lettori.

Quello che vogliamo consigliarvi oggi è un romanzo storico, La quarta verità, scritto da Iain Pears e pubblicato nel 1997.
L'autore britannico, nato nel 1955, ha studiato Storia dell'Arte al Wadham College e al Wolfson College, e successivamente ha lavorato per diversi anni come giornalista per la famosa agenzia Reuters, prima di abbandonare questa attività per dedicarsi interamente alla letteratura.
Diventa celebre come scrittore nei primi anni Novanta grazie ad una serie di thriller ambientati nel mondo dell'arte, con protagonista il giovane ricercatore Jonathan Argyll. Citiamo, tra gli altri: Il caso Raffaello (1991), Il comitato Tiziano (1992), Il quadro che uccide (1994) e La pista Caravaggio (1996). Pears vive e lavora ad Oxford.

La celeberrima cittadina inglese, sede di uno dei più rinomati atenei del mondo, è anche lo sfondo su cui si dipana la vicenda narrata in La quarta verità.
Siamo nel 1663, la guerra civile in Inghilterra è terminata da non molti anni, e il momento storico è fondamentale. Ci troviamo in un'epoca di grandi cambiamenti nella cultura, da differenti punti di vista: politici, religiosi e scientifici. Troverete ampi cenni di tutto questo nelle pagine del romanzo.
Il libro è costituito da quattro resoconti, o memoriali, composti parecchi anni dopo i fatti in questione, da uomini che propongono delle versioni molto discordanti sull'accaduto.
Un docente del New College di Oxford, Robert Grove, viene ritrovato senza vita nel suo piccolo appartamento dell'università. Viene accusata dell'omicidio la giovane Sarah Blundy, che era stata al servizio di Grove, già tacciata di praticare strani sortilegi, e di essere una meretrice. In breve la ragazza viene condannata all'impiccagione e al conseguente rogo. Ma è davvero colpevole? Ci vengono proposte le verità di quattro individui che paiono saperne molto...
L'italiano Marco da Cola, un cattolico di Venezia, figlio di un importante mercante, in Inghilterra per rintracciare l'uomo che aveva derubato suo padre. Interessante il fatto che venga sempre apostrofato con lo spregiativo "papista" per sottolineare il fervore anti-cattolico, anti-Roma, dilagante in quegli anni oltremanica. Questo è anche il momento all'interno del libro dove è protagonista la scienza: Cola si diletta infatti negli studi di anatomia e insieme con l'emergente medico Richard Lower si occuperà di curare la grave ferita alla gamba di Anne Blundy, la madre di Sarah. Compaiono, seppur fugacemente, personaggi del mondo della scienza dell'epoca del calibro di sir Robert Boyle o sir Christopher Wren, tutti loro membri dell'eminente Royal Society inglese.
Jack Prestcott, studente di Legge, preoccupatissimo di riabilitare l'immagine di suo padre, sir James Prestcott, accusato di alto tradimento durante la guerra civile di pochi anni prima. Appassionante in questo capitolo il quadro storico che Pears offre degli eventi di quegli anni, anche grazie alla presenza di diverse figure realmente esistite che hanno ricoperto ruoli importanti nella storia del '600 inglese: John Thurloe, Samuel Morland, John Mordaunt o Lord Clarendon.
John Wallis, considerato uno dei più grandi matematici della storia (realmente esistito); ha svolto lavori di decrittazione sia per il regime di Cromwell che per la monarchia restaurata. E' convinto della falsità di Cola, e afferma che il reale obiettivo di questi sia l'uccisione del re. La sua contraddittoria figura è tratteggiata in modo esemplare, fino a far emergere una possibile omosessualità latente, causa del suo carattere estremamente irascibile.
E per finire, Anthony Wood, anche lui vissuto veramente, studioso di storia e antichità. Attraverso il suo racconto, emerge una nuova e approfondita visione di Sarah Blundy, con la quale Wood intreccia una relazione sempre sul punto di sfociare in amore. Ma soprattutto, si verrà a conoscenza delle speciali capacità di Sarah...

Insomma, una chicca che gli amanti del racconto storico non si possono lasciar sfuggire.
L'unica nota decisamente romanzesca è data da un finale quasi sovrannaturale, che però risulta davvero poetico e struggente, lasciandoci la possibilità di aprire il nostro cuore anche a qualcosa di cui non abbiamo prove.

Mente libera, occhi aperti
                                             Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

sabato 12 marzo 2016

GLI EROI SENZA GLORIA: ERNETTI E IL CRONOVISORE IN GRADO DI VEDERE NEL PASSATO


     Versione tridimensionale dello spaziotempo di Minkocsky, fonte foto: Wikipedia

Fedeli lettori de Lo Sciacallo, come ogni sabato, rieccoci con la rubrica dedicata agli eroi senza gloria. La storia che vi raccontiamo quest'oggi è quella di Pellegrino Alfredo Maria Ernetti e del suo cronovisore, una vicenda tuttora avvolta nel mistero. Nato nel 1925 a Rocco Santo Stefano (Roma) e morto ad Isola di San Giorgio Martire (VE), Ernetti è stato un monaco, teologo, musicologo (esperto in particolare di musica prepolifonica, cioè quella musica che va da duemila anni prima della nascita di Cristo fino al 1000 d.C), esoterista e, non ultimo, scienziato. La vita di Ernetti fu sconvolta agli inizi degli anni '50, quando ebbe modo di sperimentare il cronovisore, una sorta di macchina del tempo (come lui stesso amava definirlo), ovvero un dispositivo in grado di captare e riprodurre immagini e suoni provenienti dal passato.

LE RICERCHE SCIENTIFICHE PRECEDENTI ALLA SCOPERTA - La scoperta del cronovisore, come tutte le scoperte scientifiche, avvenne per puro caso. A fine anni '40, infatti, Ernetti intraprese una collaborazione scientifica con padre Agostino Gemelli (Milano, 1878-1959), fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dell'istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo e dell'Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. Gemelli è stato un personaggio controverso: nel 1938 appoggiò le leggi razziali e, inoltre, pare che fosse tra i 360 scienziati aderenti al "Manifesto degli scienziati razzisti". In particolare, Ernetti aveva chiesto aiuto a Gemelli perché stava lavorando su un canto gregoriano, proveniente da un magnetofono a filo; Ernetti era convinto che se avesse eliminato le armoniche dal canto avrebbe potuto ottenere un suono più puro. Per questo motivo si era rivolto a Gemelli, esperto nell'uso dell'oscilloscopio, strumento indispensabile  per raggiungere quello scopo.

LA SCOPERTA - Milano, 17 settembre 1952: secondo quanto asserito da Ernetti, i due stavano lavorando nei locali del Laboratorio di Fisica dell'università, quando ad un certo punto, preso da un momento di sconforto, Gemelli esclamò come era solito fare in queste situazioni: "Papà aiutami". Fu proprio in quell'istante che il padre del religioso milanese, morto anni addietro, rispose: "Certo che ti aiuto zuccone!". Questa frase era stata pronunciata senza alcun dubbio dal padre di Gemelli, che sin da giovane amava apostrofare il figlio con quell'epiteto. La registrazione rimase impressa nel registratore lasciato attivo nel laboratorio. I due ricercatori, una volta ascoltato il nastro, riferirono subito dell'accaduto il Vaticano.

IL CRONOVISORE - Per la realizzazione del cronovisore, Ernetti radunò un team composto da dodici scienziati, tra cui spiccava il nome del premio Nobel per la fisica, Enrico Fermi, di Werner Von Braun, che all'epoca lavorava per la Nasa, del portoghese De Matos, più un premio Nobel giapponese la cui identità non è mai stata svelata. In sostanza, per semplificare, secondo Ernetti ognuno di noi lascerebbe una traccia della propria esistenza, una sorta di registrazione della propria vita, quindi, tutto il passato è rintracciabile, basta trovare uno strumento in grado di intercettare questa "pellicola" e di visualizzarla. Il cronovisore era composto da tre parti: la prima era costituita da alcune antenne di metallo che avevano il compito di captare le "onde"; poi c'era un selettore con cui, attraverso l'ausilio di una manopola, era possibile "selezionare la sequenza desiderata", come si fa con la radio e, infine, c'era un sistema visivo che serviva per trasformare le sequenze in immagini e suoni.

UNA FINESTRA SUL PASSATO - Questa fu la descrizione dell'apparecchio, tratta dal Corriere della Sera, fornita dallo stesso Ernetti:

"Non è come un film, ma come un ologramma, a tre dimensioni, in rilievo. I personaggi non erano molto grandi. Pressappoco la dimensione dei nostri schermi televisivi […] in bianco e nero ma con il movimento e il suono […]. Potevamo regolare il nostro apparecchio sul luogo e l’epoca desiderati. Più esattamente sceglievamo qualcuno che volevamo seguire […]. E’ lui che vedevamo. Ciascun uomo possiede un genere d’onda, una sorta di emanazione che gli è propria, un po’ come una firma, o come delle impronte digitali […]. Dunque è qualcuno che noi vediamo e continuiamo a vedere in tutti i suoi spostamenti. E’ sempre lui al centro della scena. Il problema consisteva innanzi tutto nel trovarlo, per tentativi. Si regolava poi l’apparecchio sull’onda che emanava da lui, e l’apparecchio lo seguiva automaticamente".

Ernetti sosteneva inoltre di aver assistito alla rappresentazione della tragedia del Tieste del poeta latino Ennio e di averne competato l'opera trascrivendo le parti mancanti, di aver udito le voci di Benito Mussolini e Napoleone Bonaparte e di aver assistito alla passione e alla crocifissione di Cristo, tanto da essere riuscito a scattare una foto. Questa foto, però, fu contestata da un attento lettore del quotidiano, in quanto era identica al crocefisso dell'artista Lorenzo Coullaut Valera. Uno scivolone che costò caro ad Ernetti, nonostante il monaco cercò subito di assolversi, accampando mille scuse. Un errore che permise ai detrattori di porre un velo su questa invenzione: Ernetti decise infatti di ritirarsi dalle scene, mantenendo il riserbo assoluto sul cronovisore per tutto il resto della sua vita.

Tuttavia, nel 2002, il francese François Brune, pubblicò un libro dedicato proprio al cronovisore di Ernetti. Brune confermò che il Vaticano fu subito messo al corrente della scoperta. Da qui si è diffusa la teoria secondo la quale questa macchina sia nascosta in Vaticano.

Mente libera, occhi aperti
                                            Lo Sciacallo, Marcus L. Mason




giovedì 10 marzo 2016

QUANDO LA MUSICA È ARTE: AQUALUNG, I JETHRO TULL METTONO IN SCENA IL DISAGIO DI UN CLOCHARD


           Ian Anderson che suona il suo celebre flauto traverso, fonte foto: Wikipedia

Cari amici e lettori de Lo Sciacallo, eccoci di nuovo con la nostra rubrica dedicata alla musica. Settimana scorsa vi abbiamo parlato dei Muse, soffermandoci in particolare sul brano "Knights Of Cydonia". Oggi, invece, vi parliamo di "Aqualung", dei mitici Jethro Trull, una delle band più importanti della storia del rock, ma allo stesso tempo meno conosciute, specie in un paese come il nostro, dove l'arte, italiana e non, viene sempre messa da parte per lasciar spazio a scemenze di ogni genere. Il nome del complesso è stato scelto da Anderson, ed è ispirato a Jethro Tull (1674-1741), agronomo e pioniere inglese della moderna agricoltura.

Prima di cominciare, come da consuetudine, ecco una breve biografia del gruppo. I Jethro Tull nascono a Blackpool, in Inghilterra, nel 1967. Fondati dal polistrumentista scozzese Ian Anderson (il leader del gruppo nonché il principale autore della maggior parte dei brani della band), in origine sono orientati verso il blues-rock, ma negli anni acquisiscono un bagaglio tecnico completo, inserendo nelle loro produzioni elementi jazz, folk e di musica classica, fino a diventare un band di progressive rock (anche se Anderson ha sempre sostenuto che la sua band non apparteneva a questa categoria: "Le band progressive producono concept album").

I Jethro Tull hanno avuto diverse formazioni. Nel loro primo album, "This Was", non era ancora presente il celebre chitarrista Martin Barre, ma Mick Abrahams. Allora la loro musica era blueseggiante. Tra gli ex membri diventati poi famosi si possono citare Tony Iommi (chitarrista della band Heavy Metal, Black Sabbath) e, anche se solo per una sera, Phil Collins (batterista e voce dei Genesis). Tuttavia, il brano di cui ci occupiamo quest'oggi, Aqualung, è tratto dall'omonimo disco del 1971, quando la formazione era composta dall'inossidabile Anderson (flauto traverso, chitarra acustica e voce), Martin Barre (chitarra solista), John Evan (pianoforte, organo mellotron), Jeffrey Hammond (basso e flauto dolce e voce) e Clive Bunker (batteria e percussioni).

L'album, che vi consigliamo di ascoltare per intero, colpisce già per la copertina che raffigura un barbone dalle fattezze simili ad Anderson, come a voler dire che nessuno è libero in questo mondo, e che tutti possono diventare come Aqualung, un reietto della società. Nessuno è immune alla malasorte. Il titolo dell'album deriva dal respiro di questo barbone, simile al gorgoglio di un respiratore subacqueo (internazionalmente conosciuto come Aqualung, appunto). Oltre ad Aqualung, su cui ci soffermeremo tra pochissimo, si possono citare capolavori come Cross Eyed-Mary (seconda traccia dell'album), Mother Goose, My God, Locomotive Breath (se avete visto Jumanji vi verrà in mente) e la strumentale Bourée, una versione moderna di una composizione di Johann Sebastian Bach, già presente nell'album Stand Up, rivista e inserita come bonus track nella versione del '96 dell'album. Potremmo raccontarvi di ogni singola traccia di questo album monumentale, sia per la bellezza delle composizioni musicali che per i testi; in Cross Eyed-Mary c'è la storia di una ragazza povera, di nome Mary, che decide di guadagnarsi da vivere  vendendo il proprio corpo, concedendosi però solo agli uomini della sua stessa estrazione sociale, tra cui anche i barboni come Aqualung. Ce ne sono di cose da raccontare, ma purtroppo il tempo a nostra disposizione è poco, e dobbiamo andare avanti.

AQUALUNG - Si tratta della prima traccia dell'album. Aqualung è, come abbiamo detto in precedenza, un senzatetto, vecchio, povero e odiato da tutti. I passanti lo notano e lo disprezzano. Viene descritto come un pedofilo, sudicio e scontroso. Nelle strofe successive, però, la verità viene a galla: Aqualung è solamemente una vittima di questa società egoista e apatica, che non prova alcuna compassione per un vecchio abbandonato a sé stesso, che sputa al mondo tutta la sua rabbia. In fondo, è un vecchio malato e infatuato dalle ragazzine, quindi, in ragione di questo, non merita aiuto, ma solo disprezzo: la gente passa ma non si ferma ad aiutarlo, sentendosi così sollevata da questo compito. Questo, però, non è un atteggiamento molto cristiano. La registrazione del brano dura 6:32 minuti. La canzone inizia con un riff di Barre ormai passato alla storia. così come gli assoli presenti nel brano. Sia per gli assoli che per il riff iniziale, Barre ha utilizzato una Gibson Les Paul Junior del '58. Sotto vi proponiamo, oltre alla traduzione in italiano della canzone a cura di Riccardo Venturi, l'intero album. Buon ascolto.


AQUALUNG

Seduto sulla panchina d'un parco
guarda le ragazzine con brutte intenzioni
mentre gli cola il naso
e si imbratta i vestiti logori con le dita unte,
ehi Aqualung.
Si asciuga al sole freddo
guardando correre le mutandine di pizzo,
ehi Aqualung.
Si sente del tutto inutile
mentre sputa la sua malasorte a pezzi,
oh Aqualung.

Freddo dardeggia il sole,
un vecchio vaga da solo
passando il tempo
nell'unico modo che sa.
La gamba gli fa un male cane
mentre si china per raccogliere una cicca,
va giù al pisciatoio
e si scalda un piede.

Si sente solo,
La Caritas è in fondo alla strada,
Zuccherosa carità alla moda
e una tazza di tè.
Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.

Ti ricordi ancora
la nebbia gelata di dicembre
quando la tua barba ghiacciata
gridava agonia?
E cerchi di afferrare i tuoi ultimi rantoli
che sembrano gorgogli di un sommozzatore,
e i fiori sbocciano
come follia nella primavera.

Freddo dardeggia il sole,
un vecchio vaga da solo
passando il tempo
nell'unico modo che sa.
La gamba gli fa un male cane
mentre si china per raccogliere una cicca,
va giù al pisciatoio
e si scalda un piede.

Si sente solo,
la Caritas è in fondo alla strada,
Zuccherosa carità alla moda
e una tazza di tè.
Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.

Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.

Seduto sulla panchina d'un parco
guarda le ragazzine con brutte intenzioni
mentre gli cola il naso
e si imbratta i vestiti logori con le dita unte,
ehi Aqualung.
Si asciuga al sole freddo
guardando correre le mutandine di pizzo,
ehi Aqualung.
Si sente del tutto inutile
mentre sputa la sua malasorte a pezzi,
oh Aqualung.



                                           Youtube, SneakingByTheCensors

Mente libera, occhi aperti
                                          Lo Sciacallo, Marcus L. Mason

martedì 8 marzo 2016

LA DONAZIONE DI COSTANTINO ALLA CHIESA CATTOLICA: UN FALSO STORICO ACCLARATO


 
   La donazione di Costantino I, affresco situato nell'Oratorio di San Silvestro, a Roma. Fonte foto: Wikipedia

In questo post vi dimostreremo come la Chiesa Cattolica delle origini si sia arrogata il potere temporale in modo del tutto illecito. Anzi, ad essere corretti, il primo a denunciare questa truffa (perché di truffa si parla), è stato un filologo romano vissuto nel XV secolo: Lorenzo Valla. Costui, nel "De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio", "Discorso sulla donazione di Costantino, contraffatta e falsamente ritenuta vera", pubblicato nel 1517, svela la totale infondatezza del documento con cui la Chiesa ha posto le basi del suo potere, ovvero, la donazione di Costantino. Nel 1559, il saggio di Valla è stato inserito nell'Indice dei libri proibiti.

LA DONAZIONE DI COSTANTINO - In questo documento, datato 30 marzo 315, sarebbe contenuto un editto emesso dall'allora imperatore di Roma, Costantino I. Con esso, Costantino attribuiva a papa Silvestro I e ai suoi successori, una serie di concessioni: il primato del Vescovo di Roma sulle chiese orientali (Costantinopoli, Alessandria d'Egitto, Gerusalemme e Antiochia), la sovranità del papa su tutti i sacerdoti del mondo, la sovranità della Basilica del Laterano sul resto delle chiese e, non ultima, la superiorità del potere papale su quello imperiale. Di seguito vi proponiamo la parte fondamentale del documento, su cui si basarono le rivendicazioni del pontefice:

 « In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali. »

Nella lunga lista dei privilegi è bene includere i diademi, gli onori e le insegne imperiali, la giurisdizione civile del Vaticano non solo sulla città eterna ma anche sul resto della Penisola e sull'Impero Romano d'Occidente; inoltre, l'editto conferirebbe alla Chiesa proprietà immobiliari estese fino in Oriente, più una donazione a papa Silvestro del Palazzo del Laterano.

Ma che ci fosse qualcosa che non tornava fu sin da subito chiaro a Valla, che verificò minuziosamente tutte le parti del documento, smontandolo punto per punto e accusando la Chiesa di essersi conferita un potere temporale in seguito a una documentazione redatta illecitamente. Si tratta di uno dei più grandi inganni della storia, e segue il filone delle traduzioni false (leggete i nostri articoli sulla Bibbia).

E allora vediamo insieme il contenuto delle argomentazioni del filologo romano. Prima di fare questo, però, è giusto precisare che la prima stampa del documento è stata resa possibile solamente grazie all'intervento di Ulrich von Hutten, un umanista nonché cavaliere tedesco, protestante, che per tutta la vita ha lottato, nel senso letterale del termine, contro il potere del Vaticano, tanto da arrivare a capeggiare una crociata, subito sedata dai principi dell'Assia e del Palatinato, che si era uniti in una lega. Dopo questo breve excursus possiamo finalmente incominciare.

Valla, fa notare innanzitutto quanto sia poco plausibile questa donazione, domandandosi perché un sovrano, per giunta dell'impero romano, avrebbe dovuto passare il suo potere alla Chiesa. La spiegazione demenziale che vuole un Costantino clemente nei confronti del papa in seguito alla sua confessione non regge: Valla risponde sostenendo che essere sovrano e allo stesso tempo religioso non sia un fatto di per sé incompatibile. A chi invece sosteneva l'autenticità del documento adducendo che l'imperatore fosse stato riconoscente per la guarigione dalla lebbra, lo studioso ci andava giù duro: il tutto, sosteneva, era ricavato dalla storia biblica di Naaman, guarito da Eliseo.

Inoltre, dal punto di vista storico, la donazione è inaccettabile, perché ne secoli addietro nessun pontefice aveva mai preteso obbedienza da parte di un sovrano, perché l'intera penisola italica era sotto il controllo dell'impero. Peraltro, fonti storiche piuttosto attendibili, sembrano essere concordi nell'affermare che Costantino era cristiano sin dalla fanciullezza (e quindi, non pagano, anche se i dubbi a riguardo sono molteplici), e come l'imperatore avesse ceduto il Palazzo Lateranense ed alcuni terreni al predecessore di Silvestro, Melchiade. Sotto il profilo giuridico, Valla sostiene che Costantino non ha mai compiuto le donazioni indicate nel documento in base al quale la Chiesa ha legittimato il suo potere: il testo della donazione, infatti, risulta assente nelle copie più antiche del Decretum di Graziano.

Capitolo lingua: il documento trattato, è scritto in un latino che risente delle influenze barbariche; inoltre la Cosantinopoli citata nell'opera ai tempi di Costantino non esisteva ancora (si chiamava Bisanzio), né era la capitale dell'Impero:

"E, ciò che è molto più assurdo e non rientra nella realtà dei fatti, come si può parlare di Costantinopoli come di una delle sedi patriarcali, quando ancora non era né patriarcale né una sede né una città cristiana né si chiamava così, né era stata fondata, né la sua fondazione era stata decisa? Infatti il privilegio fu concesso tre giorni dopo che Costantino si fece cristiano, quando Bisanzio esisteva ancora e non Costantinopoli".

Ci sono perplessità anche riguardo altre parti del testo, in primis, quelle rigurdanti il diadema aureo che in realtà, secondo Valla, era di stoffa o seta. Questa bugia, sempre secondo Valla, fu veicolata per nascondere invece la scarsità del valore della donazione. Ma come dicevamo poco fa, ci sono molti altri dubbi riguardo il documento, che Valla fa notare chiaramente nella sua opera. L'autore conclude la sua tesi sostenendo che anche qualora fossero stati concessi realmente quei privilegi, un buon papa avrebbe rifiutato in base a principi ultraterreni, basati sugli insegnamenti di Cristo, che ripudiava il potere. Lo spirito caustico, e tipicamente umanista di Valla, lo spinse nel 1441, a dimostrare come anche la lettera al sovrano di Osroene, Abgar V, attribuita a Gesù, fosse in realtà un falso; così come vari passi del Nuovo Testamento siano viziati da traduzioni ballerine.

Valla è stato il precursore di Lutero; era un uomo dal sapere infinito e con un'ottima padronanza del latino, ma soprattutto, un libero pensatore. Le sue critiche non risparmiavano nessuno: facendo confronti con il testo originale scritto in greco, sminuì il ruolo di traduttore biblico di San Girolamo. Per tutta la sua vita si era chiesto se ci fossero altri libri antichi stravolti in nome di un becero istinto rivolto al potere. La stessa domanda ce la poniamo noi.

Mente libera, occhi aperti
                                            Lo Sciacallo, Marcus L. Mason





"NON SI SEVIZIA UN PAPERINO" DI LUCIO FULCI: L'ITALIA DIVISA TRA MENTALITA' ARRETRATA E BOOM ECONOMICO. E LA CHIESA...


fonte: www.occhirossi.it

Nuovo appuntamento cinematografico sulle pagine de "Lo Sciacallo". E anche in questo caso, come nel precedente "Io ho paura" di Damiano Damiani, abbiamo scelto una pellicola italiana d'annata. Il film è del 1972, e si tratta di Non si sevizia un paperino, diretto da Lucio Fulci.

Come sempre, un introduttivo excursus sul regista in questione. Dopo una serie di ingaggi come responsabile di seconde unità durante tutti gli anni '50, esordì alla regia nel 1959 dirigendo un attore del calibro di Totò in I ladri. Nonostante l'evidente talento visivo e tecnico dimostrato negli anni al Centro Sperimentale di Cinematografia (celeberrimo l'episodio in cui, durante il suo esame finale, riuscì a citare al presidente di commissione Luchino Visconti tutte i movimenti di macchina e le inquadrature che questi aveva "rubato" a Jean Renoir per la realizzazione di Ossessione), a Fulci, per tutti gli anni '60 vennero affidate le regie di film di basso livello artistico ed estetico, ma che all'epoca incassavano molto bene al botteghino. Firmò infatti diversi "musicarelli", soprattutto con Adriano Celentano (per il quale compose anche i testi di successi come Il tuo bacio è come un rock o 24.000 baci). Possiamo citare, tra gli altri, I ragazzi del juke-box (1959), Urlatori alla sbarra (1960), e Uno strano tipo (1963). In seguito, Fulci fu il regista a cui si affidarono in più occasioni Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nella loro avventura cinematografica, ed è evidente che i loro film migliori sono proprio quelli curati dal cineasta romano. Ricordiamo 00-2 Operazione Luna (1965), Come svaligiammo la Banca d'Italia (1966) e Come rubammo la bomba atomica (1967).

Fulci dovette attendere il 1969 perché gli fosse finalmente offerta la possibilità di realizzare qualcosa di decisamente più personale. Dopo il flop clamoroso del comunque discreto Beatrice Cenci, arrivò la svolta con Una sull'altra, pellicola si stampo hitchcockiano (chiaro il riferimento a La donna che visse due volte) che riscrisse le regole del cosiddetto "giallo all'italiana" anche prima dell'avvento di Dario Argento. Come vedremo parlando di Non si sevizia un paperino, Fulci ebbe spesso problemi con la censura, specialmente di stampo cattolico, e con la critica in generale, che lo considerava poco, in questo periodo della sua carriera.
Verso la fine degli anni '70 arrivò l'ennesimo cambio di rotta della vita artistica di Lucio Fulci. Con Zombi 2 (1978) entrò nel mondo dell'horror, del quale rivoluzionò completamente le norme estetiche e tecniche, da buon "terrorista dei generi", come amava definirsi. Emblematica è la sua "Trilogia della Morte", fonte di ispirazione di mostri sacri del calibro di Sam Raimi e Quentin Tarantino, che lo venerava. I film in questione, fondamentali, sono: Paura nella città dei morti viventi (1980), E tu vivrai nel terrore... L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero, entrambi del 1981. Da questo momento in poi continuò a lavorare alacremente, nonostante il sopravanzare della malattia che poi lo condusse alla morte nel 1997. Tra i suoi ultimi lavori vogliamo segnalare il distopico I guerrieri dell'anno 2072 (1984), e gli horror Il miele del diavolo (1986), tendente verso l'erotico, Quando Alice ruppe lo specchio (1988) e l'eccellente esperimento meta-filmico di Un gatto nel cervello (1990), dove Fulci interpreta se stesso convinto di essere un serial-killer.

Dopo questa doverosa, e speriamo non troppo lunga, premessa, concentriamoci ora su Non si sevizia un paperino. L'azione si svolge in un piccolo borgo del centro-sud Italia, un'ambientazione insolita per un thriller di questo tipo. Chiariremo però più avanti il perché della scelta operata da Fulci.
Il paesino è scosso da una inspiegabile serie di scomparse di bambini, tutti in età di pre-adolescenza, che svaniscono letteralmente nel nulla. Indagheranno sul caso un giornalista che viene dalla città, interepretato da uno stranamente "pulito" e non "trucido" Tomas Milian, in uno dei migliori ruoli della carriera, e la figlia di un ricco borghese, la splendida Barbara Bouchet, confinata dai genitori in quel luogo sperduto per disintossicarsi, facendo frequente uso di droghe e dimostrandosi particolarmente disinibita anche nei confronti dei bambini. Nello specifico, è famosa la scena in cui un ragazzino entra nella stanza dove si trova la Bouchet, che si fa trovare completamente nuda. Accennavamo al fatto che Fulci ebbe molti contenziosi con la censura; ebbene, anche per questa sequenza fu citato in tribunale dove dovette dimostrare che nei campi con il bambino di spalle, si trattava di un nano; viceversa, nel controcampo al posto della Bouchet il bambino osservava un manichino.
Si scopre in seguito che i bambini sono stati barbaramente uccisi. Degli omicidi sarà accusata una donna del posto, soprannominata "la Maciara", interpretata da Florinda Bolkan, attrice molto in voga in quegli anni (ricordate l'Augusta Terzi di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto?) che nella parlata del Sud rende circa il significato di "fattucchiera". Ma la verità è un'altra e ben più inquietante...

Torniamo all'ambientazione; Fulci sceglie il paese di Accettura, in Basilicata, perché il Sud Italia è perfetto per dimostrare quanto sia ancora radicato un certo genere di mentalità arretrata e basata sulla superstizione nelle persone comuni. Il tempo qui sembra essersi fermato: splendido il grandangolo iniziale che passa in un batter d'occhio dal mostrare la nuova autostrada, simbolo del progresso tecnologico innescato dal boom economico ancora nel pieno, alla Maciara che compie uno strano rito in una radura della boscaglia circostante. E' chiaro che per Fulci si tratti di due mondi agli antipodi.
Tematica accentuata per tutta la pellicola; i personaggi di Milian e della Bouchet, dei veri e propri forestieri, sono sempre visti di cattivo occhio, mal tollerati, considerati autentici intrusi all'interno di una comunità che va avanti da sempre rispettando regole proprie, quasi come un universo a parte.
Una comunità che ovviamente la giustizia se la fa in casa; quando sembra ormai certo che la Maciara è colpevole, intervengono gli uomini del paese, che la uccidono colpendola ripetutamente con catene e bastoni. E' la scena più famosa del film, la catarsi della teoria di Fulci, che introduce anche una geniale innovazione registica. Decide infatti di utilizzare come "colonna sonora" dell'omicidio una canzone melodica, Quei giorni insieme a te, di Ornella Vanoni, e l'effetto è devastante.
Sottolineiamo che la Maciara riesce a trascinarsi lontano dal cimitero e arriva sino al ciglio dell'autostrada, al confine con l'altro e nuovo mondo, dove spira. Come a voler dire che quel piccolo universo arretrato e chiuso non lo si può mai abbandonare, nemmeno morendo.

Abbiamo ancora una grossa riflessione da fare, ma comporta pesante spoiler sul finale del film. Lasciamo di seguito un video con la scena che abbiamo appena descritto, la morte della Maciara, della cui bellezza vi accorgerete. Sotto il video continueremo l'analisi, quindi se non avete ancora visto il film, sconsigliamo la prosecuzione della lettura. E non lasciatevelo scappare per nessun motivo; è uno dei veri capolavori non solo di un filone, quello del giallo, ma una grande opera a tutto tondo di analisi e critica sociologica e antropologica.







L'altra fortissima presa di posizione del film riguarda il finale, e nello specifico, la risoluzione del giallo. L'omicida infatti altri non è che il giovane parroco del paese di Accettura, don Alberto, impersonato dall'attore francese Marc Porel.
Nel 1972, attribuire ad un prete il ruolo dell'assassino significava, come ben potrete immaginare, andare incontro a critiche pesantissime da parte dell'intero mondo cattolico, considerando che la DC era ancora saldamente tra i padroni del Parlamento italiano.
Fulci non ha però paura di portare avanti un discorso fondamentale; il male si nasconde in ogni piega della società, anche e forse soprattutto in quei luoghi e in quelle persone che da quello stesso male dovrebbero proteggerci.
Sulla falsa riga di questa considerazione arriva il vero colpo di genio della sceneggiatura del film; il movente degli omicidi. Don Alberto vedeva quei bambini crescere troppo velocemente, stavano perdendo il loro candore, la loro ingenuità; in loro si stavano insinuando sentimenti, pulsioni nuove. Più forti, più violente, più radicali. Litigavano continuamente, cominciavano ad interessarsi all'altro sesso; insomma, erano attirati dalla via del peccato. La chiave sta tutta qui: il prete li ha voluti a suo modo proteggere, uccidendoli prima che potessero arrivare a commettere quei mortali peccati dalle cui spire si stavano sempre di più facendo avvolgere. Don Alberto decreta, nel suo delirio, la loro salvezza: sono ancora puri, e potranno vivere per tutta l'eternità nel regno dei cieli.
Una piccola postilla: il film è ispirato a un fatto di cronaca (l'omicidio di diversi bambini) realmente avvenuto a Bitonto (Bari) nel 1971...
Un enorme grazie a Lucio Fulci per l'immensa eredità che ha lasciato all'arte che amiamo, il cinema.

Mente libera, occhi aperti
                                              Lo Sciacallo, Marcus L.Mason


domenica 6 marzo 2016

LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "LA CITTA' DEL SOLE" DI TOMMASO CAMPANELLA


                                      Ritratto di Tommaso Campanella, fonte: Wikipedia

Ritorna il consueto appuntamento domenicale con la biblioteca dello Sciacallo. Oggi vi proponiamo "La città del Sole", un'opera filosofica scritta nel 1603 dal frate domenicano Tommaso Campanella. L'edizione originale fu redatta in volgare fiorentino, ma più tardi fu tradotta anche in latino. Prima di raccontarvi l'opera, tracciamo una breve biografia dell'autore. Tommaso Campanella, nato Giovan Domenico Campanella, noto anche con lo pseudonimo di Settimontano Squilla, è nato a Stilo (in provincia di Reggio Calabria) il 5 settembre 1568 ed è morto a Parigi il 21 maggio 1639. Personaggio irrequieto, entrerà nell'Ordine domenicano non per una mera vocazione religiosa ma per sfuggire alla miseria, assumendo il nome Tommaso in onore di san Tommaso d'Acquino (1225-1274). Il giovane Campanella, esattamente come Marcus L. Mason, digerisce malvolentieri i dogmi, e decide quindi di scavare più affondo, immergendosi così nelle letture di Aristotele, Platone, Plinio, Galeno, degli stoici e di molte altre grandi menti della storia dell'umanità, compresi gli arabi. Ma fu lo studio del "De rerum natura iuxta propria principia" del cosentino Bernardino Telesio a illuminarlo: scoprì che i misteri della natura potevano essere indagati da ogni singolo uomo attraverso l'osservazione e l'uso della ragione. Tra le opere più famose si possono citare la "Philosophia sensibus demonstrata", il "De sensum rerum et magia", ma soprattutto "La città del Sole", di cui vi parleremo tra poco.

Subì più di sei processi, tanto da arrivare a scontare circa 30 anni di carcere (27 dei quali passati a Napoli): il primo processo fu intentato subito dopo la pubblicazione della Philosophia sensibus demonstrata. Venne arrestato la prima volta dalle guardie del nunzio apostolico con l'accusa infamante di pratiche demoniache. Riuscì tuttavia a salvarsi dalle torture fingendosi pazzo, ma per tutta la vita dovette vedersela con l'Inquisizione cattolica, che lo tormenterà fino a quando, nel 1634, una nuova ondata di persecuzioni in Calabria lo spinse a fuggire in Francia, dove fu accolto e protetto dal cardinale Richelieu e finanziato dal Re. Morì a Parigi nella data predetta da lui stesso in gioventù (del resto, era un Rosacroce). Vediamo ora l'opera.

Si tratta di un trattato di carattere utopistico, ispirato alla Repubblica di Platone, e presentato sotto forma di dialogo fra due personaggi: l'Ospitalario, cavaliere dell'Ordine di Malta (ordine che esiste tuttora) e il Genovese, nocchiere di Colombo. E' proprio quest'ultimo che racconta all'Ospitalario di aver scoperto una società perfetta nell'isola di Taprobana. Questa città è a forma circolare e si trova su un colle: è costituita da sette mura che prendono il nome dei sette pianeti. E' inespugnabile, poiché ogni girone è fortificato. Ogni girone rappresenta una sfera di sapere; i "solari" lavorano solamente quattro ore al dì, dopodiché spendono il resto del tempo in attività ludiche. In questa società non esiste la proprietà privata, né egoismi e guerre, e la società è controllata da un gruppo di persone dette "offiziali", ognuno per ogni virtù: c'è quello della Liberalità, della Castità, e così via. I bambini vengono separati dai genitori sin dall'età di tre anni, per essere istruiti dai maestri: i bambini acquisiscono il sapere attraverso l'esperienza diretta sul campo. La scuola, infatti, non si svolge al chiuso, perché secondo Campanella l'istruzione non deve essere imposta.

Per quanto riguarda la religione, anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di spiritualità, i solari non credono nell'inferno né ad alcuna punizione divina, ma credono nell'immortalità dell'anima. Nonostante la religione degli abitanti sembri assomigliare a quella cattolica, a differenza di quest'ultima, i solari rispettano al pari di Gesù anche personaggi come Osiride, Maometto, Zeus e Mosè. Il potere temporale e spirituale è detenuto dal Principe Sacerdote, chiamato anche Sole o Metafisico. Questi, oltre ad essere saggio, deve avere più di 35 anni d'età. Gli assistenti del principe sono tre: Sin (Sapienza), Pon (che si occupa della pace e della guerra) e Mor (ovvero l'Amore, che si occupa di procreazione).

Dal testo emerge una visione politica di stampo socialista: i Rosacoce, infatti, sono i precursori di questa ideologia politica. L'autore calabrese descrive dettagliatamente ogni figura, presentandola in ogni sua caratteristica. La città del Sole è un testo che vi consigliamo non solo perché è di una bellezza oggettiva, ma specialmente per i temi trattati, assolutamente attuali, e per le soluzioni che, seppur utopistiche, risultano affascinanti e condivisibili.

Mente libera, occhi aperti
                                          Lo Sciacallo, Marcus L. Mason


sabato 5 marzo 2016

BASILIO DI KRONSTADT E LE PROFEZIE SU LENIN, NAPOLEONE, HITLER E L'ISIS NEL SETTECENTO


Basilio di Kronstadt
fonte: oracolocooperatoresveritatis.wordpress.com

La biografia che scegliamo di proporvi questo weekend riguarda un personaggio che appartiene a quella che, secondo noi, è la categoria più affascinante e suggestiva di uomini "illuminati": i profeti.

E nello specifico, ci occupiamo di un uomo che duecento anni prima aveva previsto l'avvento della rivoluzione bolscevica in Russia, l'uragano Hitler che avrebbe condotto alla Seconda Guerra Mondiale, e persino lo scontro finale dell'universo occidentale contro l'aggressivo mondo dell'Islam: Basilio di Kronstadt
Ma andiamo con ordine e vediamo innanzitutto di chi stiamo parlando.

Non è in realtà così semplice tracciare una vera e propria "linea della vita" di Basilio, poiché i cenni biografici a suo riguardo sono scarsi e sommari.
Le rare fonti riferiscono che nacque intorno al 1680 a Mosca, e che in gioventù iniziò una carriera da funzionario governativo, seguendo le orme paterne. Fino al sopraggiungere della chiamata divina, che lo spinse a trasferirsi nel convento di Kalinin (cristiano di confessione ortodossa), dove visse per alcuni anni un'esistenza da asceta.
Successivamente, Basilio decise di spostarsi nella grande città degli zar, San Pietroburgo, che era ancora in via di completamento. Il suo compito qui era di rinfrancare spiritualmente le anime dei tartassati lavoratori forzati impegnati nella costruzione della nuova capitale (le stime affermano che perirono più di trentamila operai durante i lavori), che sostituiva Mosca, la quale, nell'opinione del sovrano, non era abbastanza moderna per rappresentare al meglio la nobiltà della dinastia Romanov. San Pietroburgo fu inaugurata nel 1703 e divenne ufficialmente capitale nel 1712.
Basilio alloggiava appena fuori dalla nuova capitale, nella piccola fortezza di Kronstadt, da cui prese il nome con il quale viene ricordato. E qui già terminano le notizie sulla vita di Basilio; la data di morte viene tradizionalmente attribuita al 1772.

Occupiamoci ora del suo immenso lavoro profetico. Durante gli anni di San Pietroburgo, Basilio elaborò una serie di profezie, chiamate appunto Profezie di San Pietroburgo.
Trattò degli argomenti più disparati, non solamente di quelli a cui abbiamo accennato nel titolo del post. Previde la caduta della dinastia Savoia, che sarebbe durata "da Umberto a Umberto". Cosa avveratasi. Il capostipite dell'ex casata regnante fu infatti Umberto I Biancamano, nel XI secolo, mentre la dinastia terminò, come ben sappiamo, con l'allontanamento, nel 1946, di Umberto II, il celeberrimo "Re di Maggio".
Decisamente sorprendente come Basilio avesse già perfettamente delineato gli avvenimenti che avrebbero portato al potere il Bolscevismo nel 1917, con duecento anni di anticipo:

“Decapitata l’aquila, nel cielo della Santa Madre
Russia, apparirà la stella sanguigna.
Con la sua luce sinistra illuminerà la foresta
dei cento lupi. Molti adoreranno la stella.
Sara’ in questo tempo che 
gli idoli d’oro saranno gettati nella polvere
e con il sangue dei ricchi
si laveranno le scale dei poveri.
Il branco dei lupi sara’ guidato da tre sciacalli,
provenienti dalla terra al di la’ del fiume.
Povero muzik e povera chiesa... La stella
sanguigna non sara’ meno feroce dell’aquila.
La schiavitù rimane. Cambia solamente il nome.
La carne mangerà la sua carne. Sara’ allora 
che le scale delle case dei poveri 
verranno lavate con il sangue dei poveri".


Tutto torna: l'aquila è esattamente quella dei Romanov, che fu decapitata proprio da una stella sanguigna, ovvero quella rossa del Marxismo, che prese ufficialmente il potere il 25 ottobre 1917.

I citati "idoli d'oro gettati nella polvere" fanno riferimento alla profonda crisi delle religioni in seguito all'avvento del Comunismo, che portò con sé anche una feroce repressione nei confronti dei nobili, ben resa dall'espressione "con il sangue dei ricchi si laveranno le scale dei poveri".
Il branco dei lupi altro non è che quello dei rivoluzionari e dietro ai tre sciacalli loro guide si nascondono i grandi promotori della rivoluzione: Lenin, Stalin e Trotzkij.
Basilio mette però in chiaro le cose: la situazione non migliorerà di certo. Altro sangue. Altri crimini: i gulag, le purghe staliniane, la seconda guerra mondiale ("la schiavitù rimane. Cambia solamente il nome").

Celeberrima è poi la profezia di Basilio inerente alle indicibili sofferenze e invasioni che Santa Madre Russia sarebbe stata costretta a subire.


"Dalle terre del Re Santo partirà un corvo color 
del mare. Dalle terre dell'uomo ricco di pace
partirà un corvo color della notte.
Dalle terre profumate del deserto
partirà un corvo color del sole.
Tutti e tre voleranno sulla terra della Santa
Madre Russia e si poseranno su Mosca. I tempi
saranno diversi, ma lo scopo sarà sempre quello:
annientare la grande Madre, umiliandola,
per poi trascinarla in schiavitù.
Ma Santa Sofia veglierà sulla Madre Russia.
Il primo corvo sarà vinto dal ghiaccio e dalla
fame, il secondo dalla fame e dal ghiaccio, il terzo
non conoscerà la via del ritorno. Si perderà nei 
sentieri della steppa e qui vagherà per mille anni.
In questo tempo il mondo intero sarà in rovina.
Non vedrete più cantieri di lavoro, ma di parole.
Voleranno le parole, voleranno le immagini, 
volerà l'uomo e un giorno si vedranno volare 
anche le montagne, perché del vecchio rimarrà
ben poco. Una parte sarà distrutta dalla natura
e un altra dall'uomo.
Dei corvi color del mare e della notte non
rimarrà nulla, verranno inghiottiti dalla tragedia
e i loro imperi saranno ridotti in polvere.
Solo la semente del terzo corvo non verrà dispersa
dal vento. Germoglierà nel deserto
e darà frutti e fiori in abbondanza.
i fiori saranno color delle foglie
e i frutti avranno la forma della luna calante."


Analizziamo nel dettaglio i vari riscontri nella storia successiva della Russia.

Come abbiamo già detto, i principali riferimenti concernono le invasioni di potenze straniere nel territorio russo. Il primo "corvo invasore" proviene dalla terra del Re Santo, Luigi XI, canonizzato nel 1297. Quindi parliamo della Francia, e il chiaro rimando è a Napoleone Bonaparte (chiamato "color del mare" perché proveniente da un'isola, la Corsica), di cui è predetta anche la sconfitta a causa degli stenti: accadde esattamente così, come tutti sappiamo.
Il secondo corvo è sicuramente identificabile in Adolf Hitler: avviò l'occupazione dell'Urss nell'estate del 1941, ma anche la sua ascesa venne bruscamente interrotta da quegli stessi stenti che piegarono le truppe di Napoleone un secolo prima. E anche sul colore non si sbaglia: questo corvo è infatti nero, simbolo del Nazionalsocialismo. Aggiungiamo che l'invasione nazista della Russia fu denominata Operazione Barbarossa; questo imperatore medievale a cui si ispira era di origine germanica, si chiamava Federico, in tedesco Friedrich, che letteralmente significa "ricco di pace", proprio come riportato dalla profezia di Basilio.

Giungiamo infine al terzo e più misterioso corvo, che ancora non è arrivato a sorvolare i cieli di Mosca. Le ipotesi più gettonate su chi si celi dietro questa ultima allegoria sono due: c'è chi sostiene possa trattarsi della Cina (per l'accenno al sole), oppure di popoli musulmani (per l'accenno al deserto). Quest'ultima teoria appare la più azzeccata. proseguendo l'analisi della profezia. Basilio afferma che, a differenza dei primi due, questo terzo corvo non morirà di fame o freddo, bensì resterà bloccato sul suolo russo dove pianterà dei frutti presumibilmente verdi ("del color delle foglie") e di una forma che ricorda da vicino un elemento presente in diverse bandiere di stati musulmani, o comunque appartenenti al mondo arabo ("avranno la forma della luna calante"). 


Basilio successivamente è ancora più esplicito, rincarando la dose:


Le terre d'Occidente diverranno terre d'Oriente
e le leggi dei paesi ricchi non riusciranno
a fermare l'invasione dei poveri.
Sarà un onda umana che invaderà le spiagge,
un mare in tempesta.
Tutto sarà sconvolto e tutto precario, in questo
tempo la mezza luna salirà alta nel cielo
e sposerà il rospo color del sangue.
Guerre, dolore e sangue nasceranno
da quest'unione che porterà Maometto a Mosca
e in tutta l'Europa.


Tutto ciò suona terribilmente familiare, non è vero? Il processo di immigrazione di massa che si sta verificando in questo preciso periodo storico sembra perfettamente riassunto in queste righe. Secondo Basilio, si concluderà con la conversione musulmana di Mosca che si arresterà, come sostiene più avanti, "quando l'Orsa Maggiore (forse una grande alleanza di potenze occidentali, ndr) si scontrerà con la
Luna".

Che dire? Basilio di Kronstadt ha già dimostrato in più di un'occasione di essere attendibile; molte delle sue profezie sono state rispettate quasi nel dettaglio.
Se dovesse ripetersi, forse è necessario che tutti noi, dal contadino, all'impiegato, sino all'uomo di potere, cominciamo a guardare in faccia la realtà, per capire fino in fondo in che terribile direzione ci stiamo dirigendo. E sarebbe il caso di farlo quanto prima.

Mente libera, occhi aperti

                                               Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

venerdì 4 marzo 2016

FREDDIE MERCURY ERA UN ROSACROCE? TROPPI INDIZI FANNO UNA PROVA...


                                                       Fonte foto: Wikipedia

Il protagonista di oggi è un uomo che, insieme a Michael Jackson e pochi altri, ha saputo regalare emozioni nell'ambito della pop music. Stiamo parlando di Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury, frontman e leader carismatico del gruppo pop rock "Queen". Mercury nacque nell'allora protettorato britannico di Zanzibar, in Tanzania, il 5 settembre 1948, da una famiglia con ascendenze parsi (una popolazione di fede Mazdeista che nell'VIII secolo lasciò la Persia per recarsi in India, governata all'epoca dal re induista Jadav Rana), e iraniane. Passata l'infanzia tra l'India e Zanzibar, nel 1964, a diciotto anni, fu costretto a recarsi in Inghilterra a causa della rivoluzione socialista in atto a Zanzibar. Nel 1970, insieme al chitarrista Brian May e al batterista Roger Taylor, fondò i Queen, a cui, l'anno seguente, si unì anche il bassista John Deacon, completando così la formazione storica. Assunse il cognome Mercury dopo il primo album della band, "Queen", pubblicato nel 1973: nel singolo "My Fairy King", infatti, cita una misteriosa "Mamma Mercury". Ammalatosi di AIDS (un giorno parleremo approfonditamente di questa malattia), morì a Londra il 24 novembre 1991.

Prima di cominciare la nostra analisi, è necessario fare una premessa: in uno dei primi articoli di questo blog, vi abbiamo parlato della confraternita dei Rosacroce. Adesso, per comodità, non perderemo tempo a spiegarvi l'origine e gli scopi di questo ordine, e andremo avanti spediti nella nostra argomentazione. Il nostro obiettivo, infatti, è quello di dimostrare che anche Freddie Mercury ne faceva parte. Se non vi ricordate l'argomento o se è la prima volta che vi capita di imbattervi nel nostro sito, vi raccomandiamo di sospendere la lettura di questo articolo per dare un'occhiata al capitolo "I ROSACROCE: DA DANTE FINO AD OGGI", in modo tale da poter comprendere questo accostamento.

Bene, ora possiamo finalmente cominciare ad esporvi l'argomento. Sappiamo che gran parte dei Rosacroce discendevano dalla Tribù di Giuda (una delle dodici tribù di Israele, citate nella Bibbia). Questa cerchia iniziatica era legata da una linea di sangue, la Radix Davidis (o Stirpe di Davide); Sappiamo però che a un certo punto questa confraternita ha cominciato ad accogliere anche menti raffinate o persone dalle abilità particolari, seppur non erano discendenti diretti della linea di sangue a cui apparteneva, tra gli altri, anche Gesù Cristo. Passiamo ora ai simboli dei Rosacroce. Tra i più importanti troviamo la Rosa, ma anche il Cigno, il Pellicano, la Fenice e il Giglio. Concentriamoci sul significato del Pellicano. Contrariamente all'ideologia cristiana, per cui il Pellicano nutre i propri piccoli col proprio sangue, per i Rosacroce, invece, l'animale resuscita i propri figli, che sono sette, donandogli il proprio sangue. Il gesto simboleggia l'amore e non la carità, com'è invece inteso secondo la dottrina cristiana.

Nel corso di una conferenza che potete trovare comodamente su youtube, dal titolo "I ROSACROCE E IL SAPERE DEL TEMPIO", Gianfranco Carpeoro analizza il simbolo dei Queen, spiegando come, a suo modo di vedere, anche Freddie Mercury era un membro dei Rosacroce. Nel simbolo, disegnato da Freddie Mercury, troviamo un pellicano (con i suoi sette piccoli), due leoni, una corona e un cancro. Guarda caso troviamo un pellicano che nutre i sette piccoli, come da tradizione rosacrociana; sotto, invece, troviamo un cancro e due leoni che sorreggono una corona. Secondo l'ex Gran Maestro, Freddie Mercury si sarebbe fabbricato il logo, tra l'altro rimasto sempre molto nascosto, per simboleggiare la Radix Davidis. Ma non è tutto. La festa di Davide, tra gli ebrei, ricade il 24 giugno e, sempre per pura casualità, ricade sotto il  segno del cancro. Che combinazione.

Adesso, però, guardiamo questo video. Prestate attenzione in particolare al minuto 2:20.

                                          Youtube, Queenhouse85

Non avete notato qualcosa di insolito? In questo frammento si vede chiaramente un grosso pellicano d'oro dominare sopra le teste di Freddie Mercury e David Bowie (un altro iniziato). Ma se pensate che è finita qui vi sbagliate di nuovo. Ora prestiamo attenzione ai colori dei due: Freddie è vestito di giallo, mentre Bowie indossa un abito color azzurro. Signore e signori, quei due colori rappresentano la massoneria e, in particolare, raffigurano i colori dell'ordine. Inoltre, come se non bastasse, il giallo è il colore della regalità in Iran: la cosiddetta "Rosa Gialla". Ma un altro dato non di poco conto riguarda il nome del complesso: Mercury scelse il nome Queen in omaggio alla regina Elisabetta I, anch'essa appartenente all'organizzazione: emblematici sono i due autoritratti della regina britannica (sotto vi postiamo il più celebre), contenenti simboli rosacrociani.

  "Il ritratto del pellicano", fonte:Wikipedia

Poi, ci sono da considerare alcuni brani piuttosto eloquenti della band, per chi è a consocenza di certe tematiche: possiamo citare "Killer Queen" (che di tutto parla meno che di una prostituta, come in molti erroneamente pensano) e "The March of the Black Queen". Ci sarebbe molto altro da raccontare, ma per oggi il tempo è scaduto. Torneremo sull'argomento dei Rosacroce in un prossimo momento. Nel frattempo continuate a seguirci, aiutandoci nella diffusione del blog. Nella prossima settimana, come vi abbiamo promesso qualche tempo fa, potrebbe esserci una sorpresa...

Mente libera, occhi aperti
                                           Lo Sciacallo, Marcus L. Mason







mercoledì 2 marzo 2016

MISTERIOSA MORTE DI UNA COLLABORATRICE DEL PAPA: DOVE SONO POMERIGGIO CINQUE E LA VITA IN DIRETTA?


Casa di Santa Marta
fonte: wikipedia

Nel marasma dei casi di cronaca che tengono incollati gli italiani alla televisione dove sembra ormai si svolgano le vere indagini, ve ne vogliamo segnalare uno di pochi giorni fa. Ne hanno accennato brevemente i giornali, ma senza fare troppo rumore.

Riguarda la misteriosa morte di un'impiegata della reception della Casa di Santa Marta, la residenza in Vaticano di papa Bergoglio, il cui corpo senza vita è stato rinvenuto nella sua abitazione alla Pisana, in via Cesare Pascoletti, a Roma.
La donna, di origine eritrea, ma italiana, Miriam Wuolou, di 34 anni, si trovava al settimo mese di gravidanza. Aveva chiesto qualche giorno di malattia, ma di lei si erano perse le tracce. Risultava irreperibile, non rispondeva mai al telefono. Il fratello ha quindi deciso di avvertire la polizia, che ha fatto irruzione nell'appartamento facendo la macabra scoperta.
Dopo l'ovvia apertura di un'inchiesta a proposito, il Vaticano ha subito chiesto che venisse effettuata l'autopsia, visto anche lo shock dello stesso pontefice, che conosceva personalmente la vittima.
E' da sottolineare il fatto che il cadavere sia stato trovato in avanzato stato di decomposizione, segno che la morte è di molto precedente alla scoperta del corpo, avvenuta nella giornata di venerdì 19 febbraio.

Nonostante i primi goffi tentativi di attribuire la morte a un improvviso aggravamento del diabete di cui la donna soffriva, dovuto all'imminente parto, ci pare abbastanza evidente che qualcosa in questa storia non quadri. Come riportato da un articolo apparso sull'edizione on-line del quotidiano "Il Giornale", sono passati diversi giorni prima che il fratello si decidesse a denunciare la scomparsa di Miriam. Perché questo ritardo, sapendo poi che la sorella incinta poteva necessitare di assistenza, visto anche il suo precario stato di salute? Era quindi stata abbandonata a se stessa?
La grossa sorpresa arriva ora. La donna era sposata con un italiano di cui non sono state diffuse le generalità, ma pare che non convivessero, se non di tanto in tanto, da diversi mesi. Si apre quindi l'ipotesi di una relazione parallela di Miriam, oltre al dubbio sulla effettiva paternità del bambino che stava aspettando. Visto l'ambiente, lasciamo a voi trarre le vostre conclusioni...

Nutriamo molti dubbi sulle dinamiche di questa vicenda, ma in questa sede ci proponiamo di esaminare un altro lato della questione.
Ci chiediamo come mai tutte le varie trasmissioni televisive, ormai quotidiane, non hanno fatto il minimo cenno a questo caso? Sembra strano che l'ottima "giornalista" Barbara D'Urso si sia lasciata sfuggire la tragedia della povera Miriam, morta per di più insieme al suo non ancora nato figlio. Ma come, la paladina delle battaglie contro la violenza sulle donne, dopo aver scritto interi libri sull'argomento, non ha speso nemmeno cinque minuti della sua trasmissione di cronaca nera per questa giovane quasi-mamma? Ci viene da pensare che forse non ha giurisdizione oltre le Mura Leonine. Lì non è così facile intercettare super-testimoni che le diano l'esclusiva, mettendo al secondo posto persino gli inquirenti. Non è stato possibile, a quanto pare, sguinzagliare giovani e aitanti inviate vogliose di fare carriera, pronte anche a organizzare teatrini, fingendo di incontrare per caso un testimone e di intervistarlo sul momento, mentre era tutto già stato provato fuori onda.

Stesso discorso vale per "La Vita in Diretta", "Mattino Cinque", e tutti questi format inutili e fuorvianti, che hanno la presunzione di poter giudicare le persone, l'arroganza di proporre lezioni a costo zero di pseudo-criminologia, fino ad avere l'ardire di emettere sentenze in vece di un tribunale sulla base delle prove che fa comodo presentare al pubblico che, tanto ormai, accoglie qualunque balla come fosse verità celeste.

La realtà è che di questo caso è meglio non parlare, prima che qualcuno si possa accorgere che anche nel santissimo stato della Città del Vaticano talvolta si consumano torbide vicende.
Quindi restiamo incollati alla TV a goderci la squallida spettacolarizzazione e la becera strumentalizzazione del dramma di un povero sommozzatore morto tragicamente durante le ricerche del corpo di Isabella Noventa. Ecco, questo caso va bene. Qui sì che possiamo riempire ore di trasmissioni e pagine su pagine di riviste "specializzate", raccontando la storia del solito, cattivo, perfido, fidanzato assassino (e chi se no?), rincorso a destra e a manca dai nuovi Sherlock Holmes del ventunesimo secolo. Gli inviati di Pomeriggio Cinque e Quarto Grado.

Mente libera, occhi aperti
                                                Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

martedì 1 marzo 2016

QUANDO LA MUSICA È ARTE: KNIGHTS OF CYDONIA, I MUSE SI FANNO PROMOTORI DI UNA RIVOLUZIONE EPOCALE

                                          Fonte foto: Wikipedia

La nostra rubrica musicale prosegue. Dopo avervi presentato il pezzo cult di Nina Simone,  "Mississippi Goddam", e alcuni dei più rilevanti brani dei Creedence Clearwater Revival, l'argomento di oggi riguarda una band che la maggior parte di voi conoscerà o almeno ne avrà sentito parlare: i Muse. Il gruppo, capitanato da Matthew Bellamy, alla chitarra, Chris Wolstenholme al basso, e da Dominic Howard alla batteria, prende forma nel 1992 in Inghilterra; il loro album di debutto, "Showbiz", è datato 4 ottobre 1999. In seguito, verranno pubblicati altri sei album: "Origin of Simmetry", "Absolution", "Black Holes and Revelations", "The Resistance", "The 2nd Law" e, infine, "Drones", uscito lo scorso anno. La musica dei Muse mescola elementi di varie tradizioni: il Progressive Rock degli anni '70, riadattato in chiave moderna, l'Hard Rock, lo Space Rock, e l'Alternative, senza disdegnare qualche elemento di elettronica. Il risultato che ne esce fuori è una musica spaziale, riassumibile sotto il concetto di Neo Progressive. Evidenti sono le influenze di gruppi come i Pink Floyd (gli iniziatori dello Space Rock), i Depeche Mode, i Radiohead e, su stessa ammissione di Bellamy, dei Queen.

I testi di Bellamy trattano principalmente temi riguardanti gli UFO, la vita, l'universo, la guerra, l'apocalisse, le lobby, fino a toccare, come da buona tradizione rock, politica e religione. Bellamy, la cui voce è caratterizzata da un potente falsetto, una rarità per un cantante di sesso maschile, è da sempre un sostenitore del Georgismo, una dottrina ideata da Henry George (1839-1897), secondo la quale ogni essere umano ha il diritto di appropriarsi di ciò che produce, ad esclusione di ciò che si trova in natura, specialmente la terra, che deve appartenere in modo egalitario a tutta l'umanità. Ma le battaglie promosse da Bellamy non risparmiano il NWO, più volte attaccato nelle sue canzoni: basti pensare, tra le altre, ad "Assassin", "Uprising", "Resistance", e alla stessa "Knights of Cydonia", su cui ci concentreremo tra breve. Il frontman dei Muse, nonché principale autore delle musiche e dei testi del gruppo, sostiene anche di essere stato influenzato politicamente dalla lettura di "Confessioni di un sicario dell'economia", e di essere convinto che le lobby influenzino il sistema politico; inoltre, auspica un costituzione che limiti il potere del governo. Insomma, in poche parole è un rivoluzionario. Fortuna vuole, specie in un periodo come questo, che i suoi brani abbiano avuto un successo planetario, quindi, che i suoi messaggi siano stati veicolati a più parti del globo.

Spese queste premesse fondamentali, siamo in grado di potervi raccontare il brano preso in considerazione quest'oggi. Si tratta di "Knights of Cydonia", terzo estratto dell'album del 2006, "Black Hole and Revelations". La melodia è un omaggio a "Telstar", uan canzone di successo dei The Tornados, gruppo in cui militava il padre di Bellamy, George. Brano dal contenuto Neoprogressive, richiama una cavalcata rock, dove Bellamy ricorre più volte al suo ormai celebre falsetto. Il testo è in perfetto stile Muse, evocativo ma allo stesso tempo semplice e diretto. Sul finale , dopo un interludio, il brano si chiude con una sezione di Hard Rock. Di seguito, oltre alla canzone, vi proponiamo anche la traduzione letterale della stessa. Buon ascolto.

I CAVALIERI DI CYDONIA

Vieni, fa un giro con me attraverso i veli della storia
ti mostrerò un Dio che si addormenta a lavoro
come possiamo vincere quando
gli stupidi possono essere re?
non sprecare il tuo tempo o il tempo sprecherà te

nessuno mi sta per prendere vivo
è venuto il tempo per rendere giuste le cose
tu ed io dobbiamo lottare per i nostri diritti
tu ed io dobbiamo lottare per sopravvivere (x3)

                                            Youtube, MrMuseLyrics


Mente libera, occhi aperti
                                            Lo Sciacallo, Marcus L. Mason