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lunedì 18 aprile 2016
IL CASO WANNA MARCHI: QUANDO UNA SENTENZA DICHIARO' REALE LA MAGIA
Fonte foto: Wikipedia
L'argomento di oggi può sembrare all'apparenza bizzarro e senza senso, ma andando avanti nella lettura di questo articolo vi ricrederete. Ve lo ricordate tutti il caso Wanna Marchi? La fattucchiera bolognese che si attirò le ire di mezza Italia in seguito alla sua attività di maga: è stata infatti accusata di aver approfittato della debolezza e dell'ignoranza delle persone per trarne dei benefici economici. Erano numerose, infatti, le persone che si rivolgevano alla famiglia Marchi (madre e figlia), e al mago Do Nascimento per cercare di risolvere qualsiasi tipo di problematiche che avevano sconvolto le loro vite (sia che riguardassero malattie piuttosto che scappatelle extraconiugali, eccetera).
La trasmissione televisiva "Striscia la Notizia", di fronte alle numerose segnalazioni di persone disperate che denunciavano le truffe della Marchi, decise di tendere una trappola alla stessa, ingaggiando una signora anziana che avrebbe dovuto fingere di essere interessata ai prodotti contro il malocchio forniti dalla società che facevano capo a Wanna Marchi e alla figlia Stefania Nobile, avviando così una procedura legale. Stefania Nobile, infatti, augurò alla signora "tutto il male del mondo" per essersi rifiutata di acquistare i loro prodotti. La vicenda assunse ben presto una notorietà nazionale, e le due fattucchiere furono condannate per truffa aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla truffa.
Prima di procedere con la nostra analisi, è bene ricordare che la magia funziona quando un soggetto si assoggetta a un mago. Se questa condizione viene meno, automaticamente non si realizza l'effetto magico che aveva programmato il magus. Wanna Marchi ha sì approfittato dell'ignoranza e talvolta della disperazione di alcuni soggetti, ma ricordiamo che l'ignoranza non costituisce un alibi. Se uno si rivolge a un magus, per qualsiasi motivo esso sia, è lui il primo ad essere in difetto. Se io dono un milione alla Chiesa cattolica, e qualche mese dopo divento ateo, oppure decido di seguire un'altra dottrina religiosa, non posso chiedere la restituzione di quei soldi.
Non è ammissibile, in un paese come l'Italia, dove l'istruzione è obbligatoria, cascare in queste trappole. Tra l'altro, Wanna Marchi era una macchietta evidente, una finzione palese. Purtroppo il nostro pensiero è permeato dal pensiero magico, e chi va a Medjugorje o a Napoli per vedere il sangue sciolto di San Gennaro (che per altro era beneventano e non napoletano come si pensa), non è poi tanto diverso da chi si recava dalla Marchi. Lo schema è sempre lo stesso: ovvero, quello di un soggetto che si affida completamente al volere di un altro. Ma quando si parla di religione (da non confondere con la spiritualità, cosa più seria e non a caso individuale), guai a mettere in dubbio i miracoli; del resto, è la fede, ci dicono.
Ma la cosa più divertente, se vogliamo, di tutta la vicenda, è un'altra, e nessun giornale lo ha scritto. I giudici, compresi quelli della Cassazione, condannando Wanna Marchi e figlia al reato di truffa, hanno in qualche modo dichiarato vera la magia: in sostanza, si trattava di truffa perché l'effetto magico non si realizzava. Ma è ovvio che non si realizzasse, cosa ne sapeva la Marchi delle vicende private delle persone che chiamavano disperate a una trasmissione, possiamo dirlo, da sottosviluppati. E' truffa se io anziché quel bel telefonino che mi era stato mostrato su un sito internet affidabile, ricevo a casa un bel pacco vuoto. In quel caso è una truffa, perché il telefonino è un oggetto reale. Ma in questo caso, ci chiediamo, si può parlare di truffa?
Sia ben chiaro, la nostra intenzione non è quella di difendere un essere come la Marchi, che sicuramente si approfittava di persone deboli. Il punto fondamentale, però, è che queste persone erano dotate di intelligenza, per cui non avrebbero dovuto cadere in questa finzione. Queste cose accadono perché viviamo in una società dove il pensiero magico la fa da padrona. Usate la ragione, e vedrete che le varie maghe alla Wanna Marchi svaniscono nel nulla.
P.S: continuate a seguirci, magari aiutandoci a diffondere i nostri articoli. Lo Sciacallo è al lavoro per farvi un altro grande regalo. Dopo l'intervista a Mauro Biglino, un altro grande personaggio ha parlato con noi. Restate con noi!
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
sabato 16 aprile 2016
RAIMONDO DI SANGRO: LO SCIENZIATO ALCHIMISTA PRINCIPE DI SANSEVERO
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| Raimondo di Sangro fonte: vesuviolive.it |
Per la nostra biografia settimanale, ci occupiamo di un personaggio probabilmente sconosciuto ai più, ma che conserva intatta l'aura di mistero di cui è ammantato; dai mille interessi e dalle mille sfaccettature, occupa un posto di sicuro rilievo nella storia sotterranea, quella dei dimenticati.
Raimondo di Sangro nacque il 30 gennaio del 1710 in provincia di Foggia, a Torremaggiore, località in cui la nobile casata dei Sangro possedeva un palazzo risalente al Cinquecento, tutt'oggi esistente.
Sottolineiamo che la discendenza dei Sangro risaliva direttamente a Carlo Magno e questo dovrebbe subito farvi comprendere che stiamo parlando di una stirpe storicamente fondamentale.
A causa della prematura scomparsa della madre (appartenente a un ramo cadetto della famiglia Aragona) e delle vicissitudini giudiziarie del padre (accusato di omicidio), Raimondo crebbe con i nonni, che all'età di dieci anni lo spedirono a Roma per studiare alla scuola gestita dai gesuiti, dove rimase un'intera decade e dove si specializzò in numerosi ambiti del sapere: geografia, filosofia, matematica, fisica, logica, chimica e storia; a cui si aggiunga l'apprendimento di diverse lingue, come latino, greco ed arabo.
Raimondo si spostò a Napoli nel 1730, dove visse in piazza San Domenico Maggiore in quello che è poi diventato Palazzo Sangro, adiacente all'importantissima cappella Sansevero, di cui ci occuperemo più avanti.
Fu in questo periodo che Raimondo entrò in possesso dei suoi titoli nobiliari divenendo il settimo principe di Sansevero, grazie anche al matrimonio con una sua cugina. E fu sempre in quegli anni che di Sangro cominciò a sviluppare la sua enorme passione per la scienza e l'invenzione; si dedicò a diversi progetti, tra cui innovative macchine idrauliche, nuovi tipi di rudimentali fuochi d'artificio per arrivare alla farmacologia. Studiò e perfezionò infatti anche una serie di medicamenti e farmaci.
Si impegnò anche nella scrittura e pubblicò in prima persona le sue opere, nei sotterranei della sua residenza, dove aveva posizionato i macchinari necessari per la stampa.
Ma sono le sue ricerche in campo alchemico-esoterico che ci interessano da vicino.
E' necessario a questo punto approfondire la conoscenza di un luogo che abbiamo già citato: la cappella Sansevero, chiamata anche Santa Maria della Pietà dei Sangro o, più semplicemente, Pietatella.
Fu eretta (sui resti di un antico tempio della dea Iside) nel 1590 da Giovanni Francesco Sangro, ed era inizialmente adibita a mausoleo; Raimondo intervenne pesantemente su di essa e non a caso, ma attraverso un preciso codice rituale ed alchemico-esoterico.
La cappella colpisce per le decorazioni barocche esasperate, ricca di statue e marmi variopinti, di chiara ispirazione massonica. Raimondo era infatti Gran Maestro riconosciuto delle logge napoletane dell'epoca.
Tuttavia, il vero mistero della cappella Sansevero si rivela in un piccolo armadio conservato in uno dei locali del luogo sacro; lì sono conservati due scheletri che incutono un vivido terrore a chiunque si venga a trovare di fronte a loro. Rivestiti completamente dei loro vasi sanguigni, paiono essere due individui (un maschio e una femmina) scuoiati vivi. Le leggende sugli esperimenti di Raimondo poggiano saldamente su questo ritrovamento. Diversi studi successivi propendono però per l'ipotesi secondo la quale si tratti di due modelli anatomici totalmente artificiali.
Ma non è tutto: secondo alcune fonti, il principe era riuscito, tramite le sue sperimentazioni, a perfezionare un procedimento di marmorizzazione del tessuto umano! Tre statue presenti nella cappella, il Disinganno di Francesco Queirolo (un uomo imprigionato da una rete), la Pudicizia di Antonio Corradini (un nudo femminile ricoperto da un velo) e il più celebre Cristo velato di Giuseppe Sammartino, potrebbero essere state realizzate tramite questa tecnica a metà tra il macabro e il rivoluzionario, che conferirebbe un'eccezionale sofisticatezza ai dettagli delle opere, difficilmente esplicabile altrimenti.
Di Sangro sarebbe stato anche in grado di mantenere in perfetto stato i pigmenti con cui sono decorati i dipinti della cappella. I suoi elaboratissimi esperimenti chimici, se si dovessero rivelare davvero reali, scatenerebbero un vero e proprio tsunami nel mondo della conservazione e manutenzione del nostro sconfinato patrimonio artistico.
Gli esperimenti di Raimondo non si fermarono di certo qui; gli è attribuita la messa a punto di una sorta di lampada capace di produrre luminosità per un tempo molto lungo senza consumare alcuna energia combustibile. Fu per questo soprannominata "lume eterno". Siamo nel novembre del 1752 e di Sangro decise di servirsi di una vetreria di Napoli per surriscaldare a temperature altissime un composto di sua recente invenzione. Ottenne quattro vasetti di una sostanza molle di colore tendente al giallo. Accidentalmente, la sostanza venne a contatto con una fiamma; il vasetto cominciò subito ad ardere debolmente ma senza accennare a spegnersi. In più, dopo diverse ore, la fiamma era ancora ben viva e il vasetto non era rovente. Accortosi del prodigio, Raimondo migliorò il grezzo prototipo fino ad ottenere una specie di candela o lampada che, anche dopo giorni di permanenza in uno stanzino, una volta acceso sprigionava luce ininterrottamente e senza consumare la sostanza in questione.
All'inizio del 1753 Raimondo pubblicò sulla rivista fiorentina Novelle letterarie la cronaca del suo lavoro, attirandosi una miriade di commenti scettici che Raimondo tentò di smentire proponendo una spiegazione scientifica del fenomeno adducendo l'esistenza nell'aria di particelle ignee elementari stimolate dal suo composto.
La grossa delusione arrivò nel momento in cui Raimondo si rese conto che, una volta spentasi, la fiamma non poteva in nessun modo essere riaccesa. Terminato il composto a sua disposizione, di Sangro avrebbe voluto produrne dell'altro, ma gli mancavano gli strumenti: non conosceva il tempo e la temperatura di cottura della sostanza in vetreria. Trovò però la conferma della realtà del fenomeno da lui scoperto quando venne a contatto con la tomba di una fanciulla di epoca romana sulla via Appia. Qui trovò per prima cosa un corpo perfettamente conservato e accanto ad esso una lampada che si raccontava fosse accesa dai tempi della sepoltura. Più di un millennio.
Raimondo di Sangro morì il 22 marzo del 1771 e non riuscì mai più a riprodurre un lume eterno.
Il magus Raimondo di Sangro è un personaggio che abbiamo preso ad esempio per affermare una volta di più che, per raggiungere la vera conoscenza, è necessario allargare a dismisura gli stretti e ottusi orizzonti della nostra mente; a costo di sembrare dei folli, di andare contro lo status quo, di inimicarsi qualcuno. Questa è stata la scelta di Raimondo di Sangro, un vero discepolo della magia, se capite cosa intendiamo. Scelta che lo ha portato a vedere cose che più di trecento anni dopo ancora ci obblighiamo a definire assurde.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo. Marcus L.Mason
giovedì 14 aprile 2016
IL CASO REGENI: COSA SI NASCONDE DIETRO A QUESTA BUFERA MEDIATICA?
Fonte foto: youtube, ivano03
Sarete senz'altro stati ammorbati in questi ultimi mesi dal caso che ha coinvolto il giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni, assassinato in Egitto. Un caso che ha naturalmente sconvolto l'opinione pubblica, tanto da essere costantemente presente su tutti i media nazionali. Giulio Regeni, secondo le fonti ufficiali, si trovava in Egitto per un dottorato (era iscritto all'Università di Cambridge), dov'era specializzato in conflitti e processi di democratizzazione. Il 28enne friulano, però, era misteriosamente scomparso la sera del 25 gennaio scorso (la stessa sera delle manifestazioni al Cairo per il quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, che depose l'allora presidente Mubarak). Fin qui non ci sarebbe nulla da sindacare, per lo meno agli occhi di un osservatore poco attento.
Peccato che noi dello Sciacallo, da buoni "complottisti", sappiamo che quando i media passano certe notizie, c'è sempre una ragione all'origine da ricercare, e dei messaggi da decriptare. Come ha fatto notare giustamente Stefania Nicoletti, una collaboratrice del blog di Paolo Franceschetti, i giornali hanno dato ampio risalto, in merito a questa vicenda, al lavoro dei servizi segreti italiani, il cui nome ufficiale è "Servizi di informazione e sicurezza". Mai come adesso, infatti, i nostri servizi sono esposti al pubblico ludibrio, tanto da far emergere delle falle al loro interno. Ma cosa sta avvenendo in quel di Fronte Braschi? Cosa si nasconde dietro questa vicenda? Provate a seguirci in questo ragionamento, che è solo una riflessione basata su quanto è uscito (e che solitamente non esce quando si trattano certi argomenti), sulla maggior parte dei quotidiani italiani.
Il giovane friulano è stato ritrovato morto in un burrone il 5 febbraio. Esattamente un giorno dopo dal rinvenimento del corpo, sul blog di Marco Gregoretti, è comparsa una notizia che potrebbe sconvolgere gran parte dei cittadini italiani: secondo Gregoretti, infatti, Giulio Regeni era stato arruolato dall'AISE (i nostri servizi segreti), qualche anno prima, quando gli stessi hanno cominciato una campagna pubblica per arruolare nuovi operatori. Dapprima era stato inviato in USA, poi a Londra, e con la scusa del dottorato, da sei mesi risiedeva in Egitto. Inoltre, sempre secondo questo blog, la collaborazione con il Manifesto, come accaduto per altri in passato, serviva da copertura alle sue attività di intelligence. Per saperne di più vi invitiamo alla lettura dell'articolo completo (http://www.marcogregoretti.it/complotti/giulio-regeni-era-un-agente-dellaise/).
Ma non è tutto, perché le notizie non finiscono qui. Ad aggiungere particolari alla vicenda è la notizia, data da Franco Bechis, della sostituzione di ben 86 vertici dei servizi. Il motivo sarebbe da ricondurre al modo in cui è stata gestita la vicenda dei rapimenti che ha coinvolto Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria nel 2014 e per le quali lo Stato italiano avrebbe pagato 12 milioni di euro, nonostante il governo abbia ufficialmente negato il pagamento di un riscatto. In questo articolo apparso su Libero il 5 febbraio (http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11875416/servizi-segreti-video-riscatto-greta-vanessa.html), Bechis sostiene l'esistenza di un video trasmesso su Al Jazeera in cui vengono ritratte le banconote usate per il riscatto.
Ma il colpo di grazia arriva con la lettura di un articolo apparso su Il Tempo (http://www.iltempo.it/esteri/2016/02/05/ai-servizi-segreti-e-sparito-un-milione-1.1505798). Nell'articolo, infatti, viene svelato che la cifra pagata per la liberazione delle due ragazze sarebbe di 13 milioni e non 12 come è stato dichiarato in seguito. Su Il Tempo si parla di un italiano che avrebbe preteso la sua parte nell'operazione, e di come a Forte Braschi i sospetti si siano concentrati sin da subito su alcuni elementi interni.
In questo articolo ci siamo solamente limitati a riportare le notizie pubblicate sui giornali a partire dal ritrovamento del cadavere di Regeni, senza esprimere giudizi, ispirandoci al pezzo di Stefania Nicoletti (http://paolofranceschetti.blogspot.it/2016/02/la-morte-di-giulio-regeni-e-la-bufera.html). Non possiamo però esimerci da dare un'opinione riguardo a una vicenda, che riteniamo non essere raccontata a dovere dai media, che si sono limitati a raccontarne solo una parte. Speriamo che il nostro articolo serva da riflessione, e che contribuisca a dare giustizia a Giulio Regeni.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
domenica 10 aprile 2016
LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "IL SANGUE DEI VINTI" DI GIAMPAOLO PANSA
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| fonte: il giornaleditalia.org |
Per la Biblioteca dello Sciacallo, questa settimana ci sentiamo di consigliare un libro che riteniamo fondamentale nell'ambito della letteratura italiana sulla Seconda Guerra Mondiale: Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa. Per la precisione, il testo in questione si occupa delle vicende interne al nostro Paese, quelle relative alla guerra civile.
Nato a Casale Monferrato nel 1935, Pansa è sempre stato un giornalista esponente della sinistra d'opposizione. Iniziò la sua carriera nel quotidiano torinese La Stampa, ma la sua più importante collaborazione fu quella con i giornali del gruppo L'Espresso: lo stesso Espresso e Repubblica, durata ininterrottamente dal 1977 al 2008, quando si interruppe per contrasti con la linea editoriale. La sua "laicità giornalistica" da sempre propugnata lo portò a quel punto a collaborare con Libero, quotidiano schierato su posizioni decisamente più destrorse.
Parallelamente all'attività giornalistica, Pansa ha sviluppato la professione di scrittore, come saggista e romanziere. Il suo principale ambito d'interesse è la Resistenza partigiana, al quale aveva dedicato anche la sua tesi di laurea, Guerra partigiana tra Genova e il Po. La Resistenza in provincia di Alessandria. Da ricordare sull'argomento possiamo citare: I gendarmi della memoria, Prigionieri del silenzio, Sconosciuto 1945 e La grande bugia. Pubblica anche un romanzo, incentrato anch'esso sugli stessi temi: I tre inverni della paura.
Il suo lavoro più celebre è però senza dubbio quello di cui abbiamo deciso di occuparci. Il sangue dei vinti, pubblicato nel 2005, è un lungo trattato in cui l'autore prende in esame i numerosissimi casi di esecuzioni, ritorsioni e crimini perpetrati da gruppi partigiani e non nel periodo successivo al 25 aprile 1945, ovvero dopo la Liberazione, a guerra finita sul suolo italiano. Gli obiettivi erano tutti coloro che erano stati fascisti o che avevano collaborato col regime, ma persino, in alcuni frangenti, semplici anti-fascisti che non si professavano però comunisti.
Pansa sceglie di raccontare questi orrori tramite un piano narrativo ben preciso, soprattutto dal punto di vista geografico. Si parte infatti da Milano, proseguendo nel resto della Lombardia e spostandosi successivamente a tutte le altre regioni del Nord Italia, dal Piemonte alla Liguria per giungere sino in Veneto dopo aver attraversato anche l'Emilia-Romagna. La metafora di un grosso cancro fatto di violenza ed odio che si spande a macchia d'olio è evidente. Pansa non tralascia particolari e narra di processi sommari, umiliazioni e stragi che interessarono ogni fascia della popolazione.
Ciò che ha però sollevato il più grande polverone è la tesi accusatoria sostenuta da Pansa all'interno del libro; il giornalista piemontese lascia trasparire che molti dei giustiziati di quel periodo fossero partigiani non settari e giornalisti che avevano avuto la colpa di denunciare gli arbitrari crimini concretizzatisi in giustizia fai-da-te e processi-farsa, commessi dalle ali più estremiste della Resistenza Partigiana, quella più vicina al Partito Comunista Italiano (PCI) di Palmiro Togliatti. Tesi pesantemente contestata in particolar modo dall'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiana).
Consideriamo il lavoro di Pansa fondamentale perché è chiaro, a nostro modo di vedere, il tentativo di dimostrare come il male non abbia mai una sola faccia, e come sia facile arrivare a commettere azioni deplorevoli e immonde quando ci si fa guidare dall'odio e non dal buon senso e dalla lungimiranza. Siamo i primi a sostenere che la Resistenza Partigiana abbia svolto un ruolo di primissimo piano nell'abbattimento di un regime che aveva condotto l'Italia dentro una guerra sbagliata e deleteria; guerra che costò la vita a un'intera generazione di giovani italiani. Non possiamo però esimerci dall'affermare che in questi frangenti coloro che hanno alzato la mano sui loro compatrioti non si sono certamente dimostrati migliori di quelli da cui ci volevano liberare. La disumanità si era impossessata anche di loro.
Piccola nota: vi consigliamo di stare alla larga dall'omonimo film del 2008 di Michele Soavi (altrove, ottimo regista). Nulla c'entra con il libro e sviluppa la teoria di partenza di Pansa in una chiave assolutamente deleteria, arrivando a mostrare i fascisti quasi come degli eroi romantici. Delirante.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
sabato 9 aprile 2016
GLI EROI SENZA GLORIA: BERTA CACERES, LA DONNA CHE DIFENDEVA LA POPOLAZIONE INDIGENA HONDUREGNA
Fonte foto: youtube, Gerson Valladares
Come ogni sabato, rieccoci col consueto appuntamento dedicato ai grandi eroi della storia, uomini e donne, che si sono distinti nei loro campi di competenza, ma che sono pressoché sconosciuti alle masse. Per la prima volta sul nostro blog, dedichiamo questa rubrica a una grande donna: Berta Caceres, l'attivista honduregna assassinata lo scorso 3 marzo.
Nata il 4 marzo dei primi anni '70 (alcune fonti parlano del 1971 come suo presunto anno di nascita, altre riportano come data il '72 o il '73), si è distinta per il suo impegno a favore della causa ambientalista, difendendo i diritti della popolazione indigena autoctona (il popolo Lenca), e contribuendo a fondare il Consiglio dei popoli indigeni dell'Honduras. Cresciuta in un contesto di violenza che ha caratterizzato il Centro America negli anni '70, ha subito trovato un modello di riferimento nella madre, Berta Flores, ostetrica e attivista sociale che ha accolto e curato i rifugiati provenienti dalla vicina El Salvador.
Berta Caceres aveva guidato la comunità di Rio Blanco nella battaglia contro la realizzazione del complesso idroelettrico Agua Zarca, progettato per essere installato sul Rio Gualcarque (situato nell'Honduras Nord-occidentale), e sacro alla popolazione indigena. Il Rio Blanco, oltre ad essere considerato sacro dai Lenca, costituisce una fonte di risorsa idrica indispensabile per la vita di 600 famiglie stanziate nella foresta pluviale. Quest'opera, approvata senza il consenso della comunità indigena, contravvenendo perciò alla Convenzione sul diritto all'autodeterminazione dei popoli indigeni, aveva scatenato le proteste degli attivisti ambientalisti. Grazie a questa ed altre battaglie, nel 2015 era stata insignita del Premio Goldman per l'Ambiente, ossia il più alto riconoscimento concesso a un'ecoattivista.
Negli anni aveva ricevuto diverse intimidazioni e minacce di morte, da lei stessa denunciate; in particolar modo, aveva manifestato preoccupazione per l'alto numero di ecoattivisti uccisi: dal 2010 al 2014, infatti, la Ong Global Witness, aveva stimato 101 vittime nella sola Honduras. A causa di queste continue minacce di morte, è stata costretta a portare i suoi figli in Argentina, scongiurando così il rischio di rapimenti. È stata a lungo perseguitata giuridicamente dal governo, essendo tacciata di terrorismo.
Purtroppo, in quel maledetto 3 marzo del 2016, un giorno prima che potesse festeggiare il suo compleanno, è rimasta uccisa da alcuni colpi di pistola sparati, secondo la versione ufficiale, dai dei ladri mentre faceva ritorno nella sua abitazione presso La Esperanza, distante circa 200 chilometri dalla capitale Tegucicalpa. Alcune fonti sostengono che l'attivista centroamericana sia stata uccisa in casa mentre dormiva. Tutto questo, però, non convince affatto la madre, che parla invece di un chiaro attentato per fermare le sue battaglie civili.
Il mondo perde un'altra grande rivoluzionaria. Le sue battaglie, però, rimarranno impresse sui libri di scuola, e serviranno da lezione per chiunque, perché la morte non può fermare la diffusione delle idee di pace e convivenza. Berta vive, i morti sono loro.
"Quando iniziai a combattere per il Rio Blanco, riuscivo a sentire quello che il fiume aveva da dirmi. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma allo stesso tempo ero consapevole che avrei trionfato. Me lo ha detto il fiume". (Berta Caceres)
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
giovedì 7 aprile 2016
"GARAGE OLIMPO" DI MARCO BECHIS: STORIA DI UNA DESAPARECIDA QUALSIASI
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| fonte: unosguardoalfemminile.it |
Lo avevamo anticipato in occasione del nostro pezzo incentrato sull'Operazione Condor (ecco il link: http://sciacallo2.blogspot.it/2016/03/operazione-condor-lennesima-vergogna.html), ed ecco arrivato il momento di tornare ad occuparci di cinema; si tratta di cinema impegnato, il miglior esempio di denuncia ai terribili regimi militari che hanno dilagato in Sudamerica negli anni '70.
Nel 1999 il regista italiano Marco Bechis gira Garage Olimpo, un film destinato a fare storia, perché come nessun altro riesce a insinuarsi tra le pieghe degli animi di torturatori e torturati, con l'obiettivo di provare a dare un senso a un male, ad un orrore che ci appare ancora più agghiacciante proprio perché non riusciamo a spiegarlo.
Bechis è nato a Santiago del Cile nel 1955 da madre cilena e padre italiano. Cresce in Sudamerica tra Brasile ed Argentina per poi stabilirsi a Milano nel 1977. Svolge diversi lavori prima di concentrarsi sul cinema: maestro elementare, fotografo polaroid e video-artista.
Il suo esordio in ambito cinematografico si colloca nel 1991, con Alambrado, pellicola dai forti contenuti sociali focalizzata sullo sfruttamento, da parte delle multinazionali, delle aree verdi dell'Amazzonia e della Patagonia.
Ma è il tema dei desaparecidos che da sempre attrae l'attenzione di Bechis. Già nel 1982, durante il periodo di frequentazione della scuola di cinema Albedo di Milano, aveva realizzato un video-installazione su un campo di concentramento argentino, intitolato Desaparecidos, dove sono? Proprio da questo suo lavoro giovanile trae ispirazione per realizzare il suo capolavoro, Garage Olimpo.
Il film, ambientato nell'Argentina del 1978, nel pieno della dittatura di Videla, narra la vicenda di Maria, una giovane attivista militante e maestra nella piccola scuola di una favela. Improvvisamente, un giorno, la ragazza viene rapita e imprigionata in uno scantinato (il "Garage Olimpo" del titolo); lo shock per lei è ancora più devastante quando le vengono tolte le bende e si accorge che uno dei suoi aguzzini non è nient'altri che Felix, affittuario nella villa dove lei viveva. Il giovane aveva tentato anche degli approcci galanti nei confronti di Maria, e più volte durante il film è chiaro che i sentimenti di Felix sono ancora forti. In effetti, Maria comprende di non essere indifferente al suo torturatore e cerca di volgere la situazione a suo vantaggio, baciandolo e facendogli capire di ricambiare la sua attrazione. Prova quindi a fuggire dalla sua prigione ma è rapidamente ripresa.
Contemporaneamente si sviluppano due storie parallele: la prima è quella della madre di Maria, Diane (interpretata dall'attrice francese Dominique Sanda), che smuove mari e monti per ritrovare sua figlia, invano. Finirà ingannata e uccisa.
La seconda vede protagonista un'altra attivista e guerrigliera, Ana, che riesce, sfruttando l'amicizia con la figlia, a piazzare una bomba nell'appartamento del comandante del centro di detenzione denominato "Garage Olimpo".
Ciò che stupisce di più, che prende letteralmente lo stomaco, del film è la concretezza dello stesso. Bechis sceglie di non utilizzare la violenza e il sadismo per esprimere l'orrore delle torture. La barbarie e le ingiustizie si intuiscono e tutto ciò arriva a trasmettere sensazioni ancora più sconvolgenti. Il regista decide di rappresentare gli aguzzini eliminando ogni eccesso di spettacolarizzazione o di scene madri, semplici giovani di strada che parlano di cose di poco conto e che giocano a ping-pong. Interessante è anche la scelta registica di catturare più volte la città di Buenos Aires tramite dei lunghi piani sequenza dall'alto, mettendo in scena la metafora di un potere occulto che tutto vede e che su tutto veglia.
Il film, in una sorta di climax emozionale, si conclude con una scena emblematica che denuncia inconfutabilmente una delle pratiche più disumane e inconcepibili di quei regimi: i voli della morte.
Dopo la morte del comandante, tutti i detenuti devono lasciare il Garage Olimpo, e tra loro anche la stessa protagonista Maria. Vengono fatti salire su un aereo senza alcuna spiegazione sulla destinazione. Il loro destino è segnato: l'inquadratura finale mostra il carrello dell'aereo che si apre in mezzo all'oceano, con il campo che si allarga.
Bechis completerà il suo dittico sui desaparecidos nel 2002 quando realizzerà Figli-Hijos. In questo caso si concentrerà su un altro aspetto altrettanto importante: cosa si prova quando si scopre che i propri genitori non sono tali e si viene a sapere di essere figlio di due desaparecidos? Anche questa pellicola merita una visione.
Il video qui di seguito è la spaventosa scena finale.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
martedì 5 aprile 2016
IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE: L'ITALIA PORTA AVANTI POLITICHE SENZA PROGETTO
Fonte foto: Wikipedia
Quante volte, cercando di esprimere un qualunque pensiero in merito a una particolare questione politica vi siete sentiti rispondere che siete troppo ideologici? Nei dibattitti politici, nei talk show televisivi, ovunque, le ideologie sono viste come un qualcosa di anacronistico e malevolo, a cui è meglio prendere le distanze.
Niente di più sbagliato. Una delle ragioni per cui l'Italia è allo sbaraglio è senza dubbio il graduale allontanamento dei partiti (e di conseguenza degli elettori) dalle ideologie a cui essi erano in origine legati: dove sono finiti i vecchi socialisti, i liberali e i comunisti? Nel nostro paese non si riesce più a distinguere un politico da un altro. Negli anni passati quando si andava a votare, si sapeva che nel caso in cui avesse vinto un determinato colore politico, ci sarebbe stato un governo che avrebbe attualizzato politiche in quel senso.
L'allontananza delle ideologie ha avuto come diretta conseguenza l'assoluta mancanza di una specifica progettualità: un politico che ha un'idea ben precisa rguardo determinate questioni, non farà altro che applicare quell'ideologia per tutto l'arco del suo mandato. Avere un proprio orientamento politico è fondamentale per l'autodeterminazione di un individuo; se a un uomo fai mancare un indirizzo specifico, è sicuro che questi perderà la strada, nonché il senso delle sue azioni.
E dire che queste cose le aveva dette tempo addietro il grande Giorgio Gaber, uno che di diagnosi del sistema italico ne aveva fatte a bizzeffe, senza sbagliare un colpo. Destra e Sinistra racconta proprio quanto vi stiamo descrivendo in questo modesto articolo. Qui si vive alla giornata, infischiandosi di pensare in quale stato verserà la nostra società tra dieci anni, conta solo il presente e il voto. Ecco allora la necessità di introdurre ricette alla Vanna Marchi: gli 80 euro in più nelle buste paghe, la promessa di abbassare la pressione fiscale, ecc.
Ma come se non bastasse, l'italiano, per non farsi mancare nulla, non solo abbandona l'ideologia, ma delega il voto a personaggi che non conosce, perdendo così contatti con la politica: addio quindi alle partecipazioni ai vari congressi politici, con conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti. Troppo facile poi accusare i poltici di malafede e di pessima gestione politica, quando non si è fatto altro che votare dei simboli vuoti per poi sparire: del resto, "sono tutti uguali", destra e sinistra, "io basta che campo", è questo il pensiero dell'italiota medio.
Poi è troppo facile incazzarsi perché non si dispone più di pane a sufficienza per campare: la colpa non è del poltico di turno, ma solamente nostra. L'italiano deve imparare ad assumersi le proprie responsabilità, senza giocare allo scaricabarile (vi consigliamo la lettura di questo nostro articolo: http://sciacallo2.blogspot.it/2016/01/la-colpa-e-dei-politici-ladri-e-mafiosi.html). Purtroppo per l'italiano la cosa più importante resta il calcio. Tutto si può toccare meno che il pallone, in tal caso è pronto a scendere in piazza ad urlare tutta la sua indignazione, la questione è troppo importante per la nazione...
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
domenica 3 aprile 2016
LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "LA LOCANDIERA", DI CARLO GOLDONI
Eleonora Duse nei panni della Locandiera, fonte: Wikipedia
Questa domenica Lo Sciacallo ritorna con la rubrica dedicata ai libri. L'appuntamento di oggi è dedicato a un grande della letteratura italiana: Carlo Goldoni. Tra le numerose commedie scritte dallo scrittore veneziano, abbiamo scelto "La Locandiera", una dissacrante ironia sulle classe sociali del Settecento, il secolo dell'Illuminismo. Nato a Venezia il 25 febbraio del 1507 e morto a Parigi il 6 febbraio del 1793, Goldoni è divenuto celebre per le sue commedie, tanto da essere considerato uno dei padri della commedia moderna.
Nato in una famiglia borghese di origini emiliane, i suoi lavori sono caratterizzati sullo scontro tra le classi sociali; le sue opere mettono in luce la piccola borghesia, che proprio in quell'epoca stava scalando le gerarchie a discapito della nobiltà, che seppur conservava importanti relazioni all'interno del tessuto sociale, non disponeva più di quantità ingenti di denari. Questi, naturalmente, non vedevano di buon occhio lo sviluppo della cosiddetta "nobiltà di toga", ovvero i borghesi da poco nobilitati.
In questo contesto si può capire il significato di questa commedia, divisa in tre atti: Mirandolina è una giovane e affascinante locandiera, abituata ad essere corteggiata dalla maggior parte dei clienti che si recano alla locanda. Da lì a poco entrano in scena i primi due personaggi: il Marchese di Forlimpopoli (un aristocratico ormai decaduto che ha deciso di cedere il suo titolo nobiliare) e il Conte di Albafiorita (un mercante che si è arricchito riuscendo così ad entrare nella cerchia dei nobili). Il Marchese e il Conte si contendono la dolce donzella in quella che è una vera e propria scommessa: il Marchese punta sul suo onore, promettendole di proteggerla; dal canto suo, invece, il Conte le regala costosi doni sperando in qualche modo di comprarla. Mirandolina, però, è una donna assai astuta, e illude i due uomini, non concedendosi a nessuno di loro, lasciandoli però entrambi convinti di poterla avere. Ma il bello deve ancora arrivare: presto, infatti, Mirandolina sarà messa a dura prova dal Cavaliere di Ripafratta, un aristocratico assai vanitoso, nonché misogino incallito. Il Cavaliere (un personaggio ispirato al patrizio fiorentino Giulio Rucellai), non fa altro che lamentarsi del servizio a suo dire scadente, oltre a dettare ordini alla povera Mirandolina, rimasta sorpresa e spiazzata dal suo atteggiamento. Inoltre, prende in giro i due duellanti, rimproverandoli di essersi abbassati a corteggiare una popolana qualunque.
Ferita nel suo orgoglio femminile, Mirandolina si ripromette di far innamorare il Cavaliere, e da quel momento in poi comincerà a trattarlo con estrema gentilezza. In tutto questo non c'è da dimenticare la presenza del cameriere Fabrizio, da sempre innamorato di Mirandolina e geloso per le ossessive avances del Marchese e del Conte prima, e in seguito anche del Cavaliere, che cede alla strategia messa in atto da Mirandolina. Non vi spoileriamo il finale, tutto da gustare, dove Mirandolina svela a tutti loro il nome del fortunato che la prenderà in sposa.
Come dicevamo prima, la commedia è uno sberleffo di Goldoni agli aristocratici: Mirandolina rappresenta la nuova borghesia emergente, mentre la locanda è chiaramente il luogo d'incontro tra le differenti classi sociali. L'opera descrive la decadenza della nobiltà di spada, che cede ai nuovi ideali della nascente borghesia. L'antica nobiltà viene vista come un parassita che non contribuisce allo sviluppo della società, ma che al contrario pretende solo servigi e rispetto. Tutto ciò non fa che scaturire le risate degli spettatori che assistono alla commedia.
"Fra tutte le Commedie da me sinora composte, starei per diere essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute" (Carlo Goldoni).
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
sabato 2 aprile 2016
GIAN MARIA VOLONTE': IL PIU' GRANDE ATTORE MAI ESISTITO TRA TEATRO, CINEMA E MILITANZA POLITICA
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| Gian Maria Volonté fonte: www.articolo21.org |
Questo weekend abbiamo deciso di dedicare la nostra settimanale biografia ad un personaggio diverso dal solito: niente scienziati, scrittori o misteriosi individui. Ci occuperemo di qualcuno che tutti noi conosciamo, un uomo a tutto tondo, che ha trascorso la sua vita perennemente impegnato nel sociale e nell'arte in cui eccelleva: la recitazione, spesso utilizzata proprio strumento di denuncia e forte critica alla società: stiamo parlando del grande Gian Maria Volonté, a cui vogliamo fare questo piccolo omaggio.
Volonté passò tutta la sua infanzia nella città di Torino, anche se era nato a Milano il 9 aprile del 1933. La madre Carolina era di buona famiglia piccolo-borghese, il padre Mario era un militante del Partito Fascista. La caduta della dittatura di Mussolini causò diversi problemi alla famiglia Volonté, con il padre Mario che si ritrovò arrestato dai partigiani durante il periodo delle ritorsioni. Lo stesso giovane Gian Maria, a causa delle ristrettezze economiche della madre, all'età di soli 14 anni finì a lavorare in Francia come raccoglitore di mele per due anni. Qui però venne in contatto con le opere della letteratura transalpina di quel momento storico, in particolare si appassionò a scrittori come Jean-Paul Sartre e Albert Camus.
La recitazione venne di conseguenza: a 16 anni entrò per la prima volta a far parte di una piccola compagnia teatrale itinerante, I carri di Tespi. In seguito si iscrisse all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica di Roma dove si distinse sin da subito per il suo enorme talento che gli permise di partecipare ai suoi primi sceneggiati televisivi nel 1957: La Foresta Pietrificata e Fedra. Lavorò al Teatro Stabile di Trieste, in diverse pièces: L'idiota, Romeo e Giulietta, La buona moglie e Sacco e Vanzetti (Volonté avrebbe preso parte anche a un film incentrato sui due anarchici italiani, nel 1971).
La chiamata del cinema con un ruolo da protagonista arrivò nel 1962, sotto la direzione dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani nel film Un uomo da bruciare, dove Volonté dimostrò già tutto il suo interesse per i temi di rilevanza sociale, interpretando il sindacalista Salvatore Carnevale, che si era battuto strenuamente per i diritti dei braccianti agricoli, e che per questo era stato ucciso.
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| in Per qualche dollaro in più (1965) fonte: film.it |
Nel 1964, arrivò la svolta: Sergio Leone chiese espressamente Volonté per affiancarlo al giovane Clint Eastwood nel suo Per un pugno di dollari, remake del giapponese La sfida del samurai, diretto da Akira Kurosawa. Il film di Leone è universalmente riconosciuto come il principale caposaldo del cosiddetto "spaghetti-western", col quale riscrisse le regole del genere, distanziandosi notevolmente dai classici di John Ford o Howard Hawks. Il film fu un grande successo e la coppia Leone-Volonté si riconfermò l'anno seguente con Per qualche dollaro in più, in cui Volonté sfoggiò uno dei suoi personaggi-icona: l'istrionico fuorilegge El Indio.
Nella seconda metà degli anni '60 Volonté alternò alcune pellicole "impegnate" ad altre incursioni nel western: inaugurò il poi prolifico sodalizio col regista Elio Petri con A ciascuno il suo, mafia-movie tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, e recitò accanto all'emergente Lou Castel nello splendido Quién sabe? di Damiano Damiani, ambientato durante la rivoluzione messicana e con chiare allusioni politiche sinistrorse.
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| In Indagine su un cittadino...(1970) fonte: wikipedia.it |
Volonté infatti, parallelamente alla carriera di attore, portò sempre avanti la sua militanza politica nel Partito Comunista Italiano, ponendosi in prima linea in tantissime manifestazioni per i diritti dei lavoratori. Come già accennato, utilizzò più di una volta la sua arte per lanciare messaggi politici ben precisi, e prendiamo ad esempio i due film forse più famosi e importanti della sua carriera, realizzati rispettivamente nel 1970 e 1971, entrambi sotto la regia del già citato Elio Petri: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, la storia del capo della sezione Omicidi della Polizia che uccide la sua amante ma resta impunito anche quando vorrebbe invece confessare la sua colpa. Il sistema è fatto per proteggerlo e così deve andare. Il film vinse anche l'Oscar per il Miglior Film Straniero.
La seconda pellicola è La classe operaia va in paradiso, con Volonté nei panni di Lulù Massa, un operaio stacanovista che si lascia sfruttare fino a quando perde un dito in un incidente sul lavoro. A quel punto viene scaricato dalla fabbrica e inizia una furiosa lotta per i suoi diritti e per quelli di tutti i suoi compagni. Due film imprescindibili per qualunque amante del cinema.
Oltre a quella con Petri, Volonté inaugurò nei primi anni Settanta un'importante collaborazione anche con un altro regista che era solito occuparsi di cinema civile e di denuncia: Francesco Rosi. Fu sotto l'egida di Rosi che Volonté fornì le migliori prove di mimetismo, impersonando magnificamente nei due film-inchiesta (quasi dei finti documentari) del '72 e '73 due uomini molto discussi; prima il fondatore dell'ENI Enrico Mattei, ne Il caso Mattei, dove fu elaborata la teoria inerente a probabili interessi delle potenze petrolifere straniere nell'eliminare Mattei; e poi il gangster Lucky Luciano (anche titolo del film), a capo della malavita italo-americana per più di trent'anni.
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| In La classe operaia va in paradiso (1971) fonte: claudiocolombo.net |
Segnaliamo almeno altri tre lavori di Volonté degli anni '70 che riteniamo di una certa valenza.
Abbiamo Sbatti il mostro in prima pagina (1972) di Marco Bellocchio, sul rapporto corrotto tra stampa e potere, Todo Modo (1976) ancora di Elio Petri e ancora tratto da Sciascia sui poteri oscuri all'interno della Democrazia Cristiana, e Io ho paura (1977) di Damiano Damiani, a cui abbiamo già dedicato un intero articolo (http://sciacallo2.blogspot.it/2016_02_10_archive.html).
Sottolineiamo anche che durante gli anni '70 Volonté rifiutò di partecipare a kolossal come Il Padrino o Novecento per dedicarsi a progetti che sentiva più vicini e personali.
Purtroppo il cinema che Volonté amava fare, con l'avvento degli anni '80, scomparì poco a poco e le apparizioni sul grande schermo di questo grande attore si fecero sempre più rare. Tra i suoi ultimi lavori vale la pena di ricordare Il caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara, cronaca del rapimento del leader della DC, che si segnala per l'ennesima grande prova mimetica di Volonté, e Una storia semplice (1991) di Emidio Greco, altra trasposizione di un lavoro di Leonardo Sciascia.
Sul versante politico della sua vita, ricordiamo come nelle elezioni politiche del '92 per poco non fu eletto con il Partito Democratico della Sinistra nella circoscrizione di Roma, città dove viveva e dove, dopo la sua morte, gli venne dedicata una via.
Volonté morì in scena per un attacco cardiaco il 6 dicembre 1994, durante le riprese de Lo sguardo di Ulisse, del regista greco Theo Angelopoulos. Il film fu poi dedicato proprio a Gian Maria Volonté, che ha lasciato senza ombra di dubbio un'impronta indelebile in un mondo, quello del cinema, spesso dominato dal business e dagli interessi economici. Quando c'era Volonté in scena, era invece dominato dal talento, quello vero.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
giovedì 31 marzo 2016
QUANDO LA MUSICA E' ARTE: SUPERSTITION, STEVIE WONDER CONTRO LE SUPERSTIZIONI
Fonte foto: Wikipedia
Cari amici e lettori de Lo Sciacallo, anche quest'oggi si torna a parlare di musica. La volta scorsa vi abbiamo parlato di Animals, un album dei Pink Floyd datato 1977. Oggi, invece, vi proponiamo una canzone di Stevie Wonder, "Superstition", tratta dall'album Talking Book, pubblicato dalla Motown nel 1972, Il disco vede Wonder alle prese con sonorità più personali, in netto contrasto rispetto ai lavori precedenti, più mainstream. Tanti sono gli ospiti speciali presenti all'interno del disco: Jeff Beck, Ray Parker Jr e Buzz Feiten alle chitarre e David Sambom al sassofono.
Prima di presentarvi la canzone, come di consueto, una breve biografia dell'artista. Stevie Wonder, al secolo Steveland Hardaway Judkins, nasce a Saginaw, nel Michigan, il 13 maggio del 1950. Cieco dalla nascita, l'artista americano è considerato uno dei maggiori interpreti della black music, in particolare del Soul e dell'R&B, oltre che dello Smooth Soul, sottogenere della musica soul caratterizzato dall'influenza del Funk. Come tanti grandi artisti del suo tempo, Stevie Wonder è un polistrumentista: è capace infatti di suonare, oltre al pianoforte e all'armonica da bocca, anche il basso, le tastiere, la batteria e altri strumenti a percussione.
Ma la grandezza di Wonder è tale da renderlo affascinante anche al di fuori dei confini della musica nera, divenendo fonte di ispirazione anche per molti artisti rock (così come è stato per l'artista funk James Brown). Ed è proprio con la pubblicazione di Takling Book che Wonder amplia il suo pubblico fino raggiungere i palati forti tipici degli amanti del Rock 'n' Roll. Tra i suoi marchi distintivi, si possono citare l'uso dei bassi sinth, dl clavinet, e la sovraincisione delle sue stesse voci atte a creare un effetto multiplo di voci soliste.
SUPERSTITION: in origine il brano era stato inciso per Jeff Beck, ma l'insistenza del suo manager gli fece cambiare idea, e all'ex chitarrista degl Yardbirds, che all'epoca aveva fondato il suo gruppo "Jeff Beck Group" gli venne offerto Cause We've Ended As Lovers. Celebre l'attacco di batteria che dà inizio al brano: questa fu suonata dallo stesso Wonder, mentre il sassofono da Trevor Laurence. Gli altri suoni furono creati da Malcolm Cecil e Robert Margouleff tramite l'ausilio dei sintetizzatori. La canzone fu utilizzata da diversi registi come colonna sonora per i loro film: tra questi, John Carpenter, che utilizzò il brano per "La Cosa".
Nel testo vengono citate diverse superstizioni e il consiglio che dà Wonder è chiaro: "Quando credi in cose che non capisci allora soffri. La superstizione non è la soluzione". Un messaggio che lo Sciacallo sottoscrive in pieno, perché l'ignoranza, purtroppo, è un terreno fertile per certi tipi di condizionamenti. State in guardia da questo tipo di fenomeni: i miracoli, la sfortuna e la fortuna sono gli strumenti magici che il potere (Chiesa Cattolica compresa), usa contro di noi. Restiamo vigili. Di seguito trovate un video con la canzone e la sua traduzione.
Youtube, SongsTranslation
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
Cari amici e lettori de Lo Sciacallo, anche quest'oggi si torna a parlare di musica. La volta scorsa vi abbiamo parlato di Animals, un album dei Pink Floyd datato 1977. Oggi, invece, vi proponiamo una canzone di Stevie Wonder, "Superstition", tratta dall'album Talking Book, pubblicato dalla Motown nel 1972, Il disco vede Wonder alle prese con sonorità più personali, in netto contrasto rispetto ai lavori precedenti, più mainstream. Tanti sono gli ospiti speciali presenti all'interno del disco: Jeff Beck, Ray Parker Jr e Buzz Feiten alle chitarre e David Sambom al sassofono.
Prima di presentarvi la canzone, come di consueto, una breve biografia dell'artista. Stevie Wonder, al secolo Steveland Hardaway Judkins, nasce a Saginaw, nel Michigan, il 13 maggio del 1950. Cieco dalla nascita, l'artista americano è considerato uno dei maggiori interpreti della black music, in particolare del Soul e dell'R&B, oltre che dello Smooth Soul, sottogenere della musica soul caratterizzato dall'influenza del Funk. Come tanti grandi artisti del suo tempo, Stevie Wonder è un polistrumentista: è capace infatti di suonare, oltre al pianoforte e all'armonica da bocca, anche il basso, le tastiere, la batteria e altri strumenti a percussione.
Ma la grandezza di Wonder è tale da renderlo affascinante anche al di fuori dei confini della musica nera, divenendo fonte di ispirazione anche per molti artisti rock (così come è stato per l'artista funk James Brown). Ed è proprio con la pubblicazione di Takling Book che Wonder amplia il suo pubblico fino raggiungere i palati forti tipici degli amanti del Rock 'n' Roll. Tra i suoi marchi distintivi, si possono citare l'uso dei bassi sinth, dl clavinet, e la sovraincisione delle sue stesse voci atte a creare un effetto multiplo di voci soliste.
SUPERSTITION: in origine il brano era stato inciso per Jeff Beck, ma l'insistenza del suo manager gli fece cambiare idea, e all'ex chitarrista degl Yardbirds, che all'epoca aveva fondato il suo gruppo "Jeff Beck Group" gli venne offerto Cause We've Ended As Lovers. Celebre l'attacco di batteria che dà inizio al brano: questa fu suonata dallo stesso Wonder, mentre il sassofono da Trevor Laurence. Gli altri suoni furono creati da Malcolm Cecil e Robert Margouleff tramite l'ausilio dei sintetizzatori. La canzone fu utilizzata da diversi registi come colonna sonora per i loro film: tra questi, John Carpenter, che utilizzò il brano per "La Cosa".
Nel testo vengono citate diverse superstizioni e il consiglio che dà Wonder è chiaro: "Quando credi in cose che non capisci allora soffri. La superstizione non è la soluzione". Un messaggio che lo Sciacallo sottoscrive in pieno, perché l'ignoranza, purtroppo, è un terreno fertile per certi tipi di condizionamenti. State in guardia da questo tipo di fenomeni: i miracoli, la sfortuna e la fortuna sono gli strumenti magici che il potere (Chiesa Cattolica compresa), usa contro di noi. Restiamo vigili. Di seguito trovate un video con la canzone e la sua traduzione.
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Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
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