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domenica 20 marzo 2016
LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "IO, VENDITORE DI ELEFANTI", LA STORIA DI UN CLANDESTINO SENEGALESE
Fonte foto: unosguardoalfemminile.it
Cari amici e lettori de Lo Sciacallo, ben ritrovati con la nostra biblioteca. Il libro che vi consigliamo quest'oggi è "Io, venditore di elefanti", un'autobiografia di Pap Khouma, uno scrittore senegalese naturalizzato italiano. Pap Khouma nasce a Dakar, in Senegal, nel 1957. Il 21 luglio del 1984 Khouma decide di lasciare il Senegal in cerca di fortuna e, dopo varie peripezie, riuscirà a stabilirsi definitivamente a Milano, dove tuttora risiede. L'opera presa in esame quest'oggi è stata pubblicata nel 1990 da Oreste Pivetta; nel 2005 pubblica "Nonno Dio e gli spiriti danzanti" e nel 2010 "Noi neri italiani". Lo scrittore italo-senegalese conosce quattro lingue (wolof, francese, inglese e italiano), ed è direttore di El Ghibli e direttore e fondatore di Assaman, una rivista online di informazione italo-africana. Nel 2013 è stato candidato alle elezioni regionali lombarde nella sottoscrizione di Milano con SEL (Sinistra Ecologia e Libertà), a sostegno del candidato della coalizione di centro-sinistra Umberto Ambrosoli. Attualmente vive e lavora nel capoluogo lombardo.
"Come ci si sente da clandestini? Male. Oltretutto si entra in concorrenza con chi sta male quanto noi. Un immigrato deve subire, tacere e subire, perché non ha diritti. Deve reprimere dentro di sé ogni reazione, svuotarsi di ogni personalità. Subire con la consapevolezza che questa è l’unica possibilità". Queste parole sono tratte dalla terza pagina del testo; Pap Khouma parla in prima persona e descrive con uno stile semplice la sua esperienza da clandestino, uno status inventato da alcuni soggetti politici nostalgici dell'era fascista, ma accettata ormai da tutti come fosse una normalità, al pari di quanto si afferma quando si fa la distinzione, parlando di profughi, tra aventi diritto d'asilo e non (uno stratagemma creato ad arte dai poteri per rendere impossibile la vita di tutte quelle persone che fuggono via dai loro paesi d'origine perché devastati da guerre e veleni portati dai liberatori democratici che alla fine, oltre al danno anche la beffa, dettano le regole per l'ingresso dei migranti da loro stessi "fomentati", come diretta conseguenza delle loro attività malavitose in quei territori).
L'autore racconta e descrive nei minimi particolari tutte le vicende più significative vissute sulla sua pelle, che purtroppo per molti rappresenta una minaccia, come emerge, seppur in modo sottile, dopo un'attenta lettura del testo. Si parte da quando viveva in Senegal, dove si guadagnava da vivere vendendo oggetti tipici ai turisti ad Abidjan, allora capitale della Costa d'Avorio nonché una delle più fiorenti città dell'Africa nera. Tuttavia capisce ben presto che quella vita non gli permette di realizzarsi e di soddisfare tutte le sue esigenze così, dopo un consulto dall'indovino locale (il set-kat), decide di partire alla volta della Germania passando per l'Italia. Qui, accolto da un amico che lo aiuta a raggiungere Riccione, dove trova un alloggio da un amico e dove conosce a sua volta altri ragazzi che diventeranno i suoi fedeli compagni d'avventura. Giunto l'inverno comprendono che gli affari sono in netto calo, decidendo di lasciare Riccione e di dirigersi a Parigi per poi approdare definitivamente in Germania, ma prima di compiere questo passo, si pongono l'obiettivo di acquistare un auto; ma proprio in questo momento si accorgono che la loro condizione di clandestinità non permette loro di potersi intestare la macchina, scegliendo quindi di partire in treno per trovare un intestatario valido, ma vengono fermati dagli agenti sulla frontiera e rispediti in Francia.
Ma per il gruppo di amici, Parigi si rivelerà presto ostile e, una volta trovata la persona adatta a cui intestare la macchina, decidono di mettersi in viaggio verso Riccione, dove si imbattono più volte nella polizia, che in diverse circostanze consegnerà a Pap il mandato di espulsione, che puntualmente non verrà rispettato da questi, che alla prima occasione non aspetta un solo minuto per gettare il foglio nel primo cestino che trova: del resto, non aveva intrapreso un viaggio dal Senegal con l'intenzione di farsi una vacanza, la vita è troppo preziosa per dar retta a un disumano pezzo di carta. Alla fine, dopo mille avventure, l'autore riuscirà ad ottenere il permesso di soggiorno, ma anche una volta ottenuto questo riconoscimento, il futuro scrittore dimostrerà quanto è difficile abbattere certi pregiudizi che purtroppo albergano tra la gente. Non in Marcus L. Mason, che consiglia spassionatamente la lettura di questo libro che è una testimonianza diretta di vitale importanza per comprendere i problemi che tuttora attanagliano l'Italia e più in generale l'Europa.
"Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana" (cit. Albert Einstein)
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
sabato 19 marzo 2016
IL VOLTO OSCURO DELLA RELIGIONE: IL REVERENDO JIM JONES, PLURIOMICIDA DI 911 INNOCENTI
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| Il reverendo Jim Jones fonte: tonyortega.org |
Poco allegra la nostra rubrica biografica di questa settimana: come nel caso di Reinhard Heydrich, ci occupiamo di un personaggio che non si merita le nostre lodi o i nostri apprezzamenti per la sua opera. Si guadagna senza ombra di dubbio, tuttavia, la nostra attenzione. Riteniamo infatti che sia fondamentale che episodi come quello che stiamo per raccontare non debbano per nessuna ragione andare perduti nei meandri della storia, ma al contrario, che servano sempre da monito, affinché follie tali non si verifichino mai più.
James Warren Jones nacque nel 1931 a Crete, piccolo villaggio rurale dell'Indiana. Nonostante la sua famiglia, poverissima, non fosse credente, il giovane Jim mostrò fin da subito grande interesse per la comunità pentecostale, di cui divenne membro. Le sue innate capacità retoriche e di protagonismo si esternarono già nella tenera età, quando improvvisava convincenti sermoni per i suoi amichetti e tentava di spiegare i salmi ai componenti della comunità.
Gli inizi del suo percorso sacerdotale sembravano davvero promettenti: a sedici anni, trasferitosi nel quartiere nero di Richmond, non si fece problemi a superare le barriere imposte all'epoca dalla segregazione razziale, molto in voga; impostò un ottimo rapporto con i suoi coetanei di colore, dando avvio nel contempo alla sua attività di predicatore, parlando per le strade dei sobborghi dei messaggi di uguaglianza e fraternizzazione contenuti nei Vangeli. Per questo fu costretto a tagliare tutti i ponti con il padre, fervente membro del Ku Klux Klan.
Dopo aver studiato teologia all'università dell'Indiana, a soli 21 anni divenne pastore della Somerset Methodist Church di Indianapolis. Fece proseliti specialmente all'interno della comunità nera della città, ponendo come argomento centrale dei suoi sermoni l'integrazione e la giustizia sociale. Fondò la sua chiesa nel 1954, con sede in un nuovo edificio chiamato Peoples Temples Full Gospel Church, il Tempio del Popolo.
Era incrollabile nelle sue battaglie per i diritti dei discriminati: con il supporto della moglie Marceline, adottò diversi bambini di origini afroamericane od orientali. La sua ammirevole abnegazione per queste cause, che ottennero dopo una reazione inizialmente tiepida un notevole consenso, gli valse nel 1961 la nomina da parte del sindaco di Indianapolis, Charles Boswell, di capo per la Commissione per i Diritti Umani.
Fino ad ora sembra quasi che stiamo narrando le vicende di un sant'uomo, uno strenuo oppositore delle ingiustizie e delle discriminazioni. Che fa del bene e che lotta per esso. Fino ad ora, appunto.
E' in questo periodo che i suoi sermoni cominciarono ad assumere toni stranamente visionari e inquietanti. Jones sostenne di aver visto in sogno un fungo atomico che si sarebbe scatenato su Chicago ed in seguito anche sulla stessa Indianapolis. Tutto ciò, ovviamente mai verificatosi.
Il Tempio del Popolo nella seconda metà degli anni Sessanta accolse sempre più nuovi accoliti e la comunità di Jones si stabilì prima a Mendocino, in California, dove si unirono ad essa un buon numero di diseredati, vagabondi e reietti, persone ai margini della società, e successivamente a San Francisco, nel 1972. Qui Jones, ormai diventato una sorta di guru, un vero e proprio padre spirituale per i suoi adepti, riuscì ad entrare nella Commissione Interna Comunale. Qui proruppe in invettive contro le speculazioni edilizie e per il supporto dei senzatetto.
Ma gli atteggiamenti e le parole di Jones facevano chiaramente intravedere che la sua deriva ossessiva e folle era in atto: parlò di un'imminente guerra nucleare, e affermò con convinzione di essere in grado di compiere ogni genere di miracolo. Inoltre, le voci su possibili molestie sessuali del Reverendo sui membri della sua chiesa si fecero sempre più insistenti. Queste molestie, secondo gli accusatori, avvenivano durante le celebrazioni di preghiera collettive che si verificavano di frequente nel territorio del Tempio del Popolo, una piccola città dotata di alloggi indipendenti, una scuola, una struttura ospedaliera, una piscina e una sala di registrazione radiofonica per lo spettacolo settimanale del Tempio.
La follia di Jones fu accresciuta dal continuo ed in costante aumento uso di farmaci e droghe da parte del Reverendo stesso, per tenersi sveglio, poiché sosteneva di non aver bisogno di sonno. I cosiddetti "miracoli" erano ovviamente organizzati a tavolino da Jones e dai suoi collaboratori, ma le persone, in preda ad accessi mistici, non ci facevano caso. Chi metteva in dubbio l'autenticità delle prodezze di Jones era severamente punito tramite l'avvelenamento del proprio cibo.
In un sermone del 1973 Jones arrivò a dire: "Per una serie inspiegabile di ragioni, accade che io sia stato scelto per essere Dio". Il delirio del suo "socialismo apostolico" o "divino" lo portò a credersi il predestinato a salvare l'umanità e addirittura pronto a migliorare l'opera di Gesù Cristo. Arrivò a simulare un finto attentato contro la sua persona per ripresentarsi in perfetta salute e dimostrare così la sua aura di santità.
Nello stesso 1973, per la prima volta Jones accennò alla possibilità di organizzare dei suicidi all'interno della comunità, che avrebbero potuto rivelarsi molto utili; per esempio, pensò di riempire degli autobus con i membri del consiglio direttivo (un organo interno del Tempio del Popolo) e di farli precipitare dal Golden Gate di San Francisco.
L'anno seguente prese forma nella mente del Reverendo il progetto Jonestown. Prevedeva di fondare una piccola comunità agricola da battezzare con questo nome in mezzo alla giungla della Guyana, nell'America Latina. Le impressioni dei fedeli spediti laggiù per i lavori di disboscamento dell'area parlavano di di un piccolo paradiso, ma in realtà pare non si trattasse che di una sorta di baraccopoli nel bel mezzo della foresta.
Una serie di articoli apparsi su alcuni quotidiani statunitensi nell'estate del 1977, molto critici nei confronti del reverendo Jones (venivano ribadite le già citate accuse di strane pratiche sessuali e non consumate all'interno del Tempio) persuaderono l'ormai paranoico tiranno a trasferirsi definitivamente a Jonestown, da dove trasmetteva continuamente (quando non era troppo fatto per riuscirci) polemici sfoghi all'indirizzo dei detrattori della sua chiesa. Pare, in aggiunta, che tutti gli adepti delle comuni americane fossero letteralmente costretti a partire, anche da un momento all'altro, per la Guyana sotto la pressione dei volontari del Tempio. Le persone cominciavano ad essere troppe, a Jonestown, in base allo spazio a disposizione, e le condizioni di vita si spingevano sempre di più verso il limite.
Jones faceva erroneamente credere ai suoi fedeli che decine e decine di "fascisti", come li chiamava lui, stessero per arrivare a Jonestown per mettere il Tempio sotto attacco. Il tema del suicidio collettivo come extrema ratio compariva sempre più frequentemente nei vaneggiamenti di Jones, nonostante attecchisse molto poco. Ma dentro di sè il Reverendo aveva ormai preso la sua decisione e si mise al lavoro con i suoi collaboratori più stretti alla ricerca di un espediente efficace per eliminare tutti gli abitanti del Tempio. Larry Schacht, il medico della comunità, fu incaricato di generare un germe che, diffuso a tempo debito, sarebbe stato capace di uccidere quell'intera miriade di persone.
Quella che Jones aveva instaurato era una dittatura a tutti gli effetti; chiunque manifestasse anche blandamente il desiderio di tornare a casa veniva costretto a giorni e giorni di durissimi lavori forzati.
Ma il governo degli Stati Uniti, oramai, teneva sotto stretta osservazione la comunità di Jones. Il primo a presentarsi a Jonestown fu, nel gennaio del 1978, il console Richard McCoy, a cui però tutti risposero di trovarsi magnificamente nel paradiso progettato e realizzato per loro dal Reverendo.
Pochi mesi dopo, in aprile, arrivò la denuncia di parenti di alcuni emigrati in Guyana, che segnalarono come i loro cari subissero torture di ogni tipo all'interno del Tempio, oltre che essere completamente esclusi dal mondo circostante. Chiaramente, Jones ne fu informato e attuò l'ennesimo lavaggio del cervello sui suoi poveri fedeli: disse che i loro parenti erano attivamente coinvolti nel complotto per distruggere il Tempio, e li convinse che avrebbero dovuto rivoltarsi contro di essi se ne avessero avuto occasione. Fece contemporaneamente pressioni sul medico, Schacht, perché risolvesse velocemente il problema dei suicidi. Il colpo di genio di quest'ultimo fu il cianuro. Ordinò ad una ditta californiana una quantità di veleno sufficiente ad uccidere duemila persone. La "soluzione finale" era in fase di definizione.
Nel novembre 1978, il neo eletto membro del Congresso Leo Ryan si recò in visita a Jonestown per un'ennesima supervisione. Ricevette da un adepto "ribelle" un biglietto in cui Jones era apertamente accusato di tirannia e schiavitù. In qualche modo, Jones ne venne a conoscenza e prima che Ryan ripartisse alla volta degli Stati Uniti, lo fece uccidere all'aeroporto insieme alla sua scorta.
Il momento era arrivato, Jones si era eccessivamente compromesso. Due giorni dopo l'omicidio di Ryan, il 18 novembre 1978, il Reverendo riunì tutta la comunità nella giungla e pronunciò il suo ultimo discorso in cui si inventò la storia di alcuni malvagi parlamentari pronti a deportare in alcuni campi di lavoro tutti i fedeli del Tempio. L'unico modo per sfuggire a quel terribile destino era il suicidio. 911 persone, totalmente plagiate, accettarono senza battere ciglio, di ingerire il letale cocktail preparato da Schacht, a base di cianuro, sedativi e succo d'ananas, morendo all'unisono davanti agli occhi di Jones che supervisionò, da bravo padre spirituale, l'agghiacciante rituale, prima di spararsi un colpo in testa e mettere così un definitivo punto alla follia del Tempio del Popolo.
Crediamo non siano necessarie ulteriori parole. Sinceramente, le abbiamo finite. Chi scrive in confidenza non ci crede, ma se esiste un inferno o qualcosa di simile, quello è senza il minimo dubbio il posto dove James Warren Jones si trova ora.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
giovedì 17 marzo 2016
QUANDO LA MUSICA É ARTE: ENZO AVITABILE CANTA "TUTTI I BAMBINI SONO UGUALI"
Fonte foto: Wikipedia
Gentili lettori, ben ritrovati con la rubrica dedicata alla musica e agli interpreti che l'hanno resa grande. Finora vi abbiamo parlato esclusivamente di artisti stranieri, perciò oggi ci dedicheremo a un artista di casa nostra. E' napoletano, ma non si tratta né di Pino Daniele, né tantomeno di Edoardo Bennato o Roberto Murolo, ma di Enzo Avitabile, all'anagrafe Vincenzo, nato nel capoluogo partenopeo il 1 marzo 1955. Avitabile è un sassofonista di orientamento Jazz, ma che nel corso della sua straordinaria carriera (è molto celebre al di fuori dei nostri confini), ha saputo abbracciare sonorità mediorientali, in particolare quelle arabe, mescolandole al Jazz, alla canzone napoletana e alla Fusion, consolidandosi come artista Word Music, termine che indica la mescolanza tra elementi folk e etnici con la pop music.
Cresciuto nel quartiere di Marianella, dove studia e apprende i primi insegnamenti di sassofono, esibendosi in pubblico già all'età di sette anni, si diploma in flauto al prestigioso conservatorio di San Pietro a Majella. Nel corso della sua lunghissima carriera ha collaborato con artisti di calibro internazionale, quali James Brown, Tina Turner e Randy Crawford, oltre ad aver preso parte a delle Jazz session con Maceo Parker sul palco dell'Umbria Jazz. In Italia ha collaborato con i compaesani Pino Daniele e Edoardo Bennato: in particolare, per quanto riguardo il primo, ha preso parte come corista nel brano "A me me piace o'blues", mentre col secondo ha suonato il sassofono baritono e tenore in "Sono solo canzonette". Nel 2012, il regista premio Oscar per "Il silenzio degli innocenti", Jonathan Demme, presenta al Festival del Cinema di Venezia il docu-film "Enzo Avitabile Music Life", dove il grande regista statunitense ripercorre la carriera del musicista napoletano.
Tra l'immensa discografia dell'artista abbiamo voluto scegliere questa canzone che riassume alla perfezione l'identità dell'artista, sia per la sua struttura musicale che per il testo, dove ancora una volta emerge un pensiero politico di stampo marxista. La canzone si intitola "Tutt'egual song 'e criature" (tutti uguali sono i bambini), ed è tratta dall'album "Salvamm' o munno (salviamo il mondo), pubblicato il 19 marzo 2004 per l'etichetta Il Manifesto cd.
La canzone descrive le condizioni di miseria e sofferenza vissute da quei bambini nati e cresciuti in luoghi sfortunati, lontani dal benessere che circonda i loro coetanei. Il messaggio di fondo è che anche loro sono bambini, esattamente come i nostri, nonostante le differenze etniche e religiose: tutti i bambini del mondo dovrebbero passare la loro infanzia a studiare e giocare, ma purtroppo sappiamo che per molti questa è pura utopia. La musica, malinconica ed evocativa, richiama ritmi arabi, supportata da un testo che non può non strappare una lacrima a chi ha anche solo un briciolo di compassione e umanità. Di seguito vi riportiamo il testo tradotto dalla lingua napoletana oltre al brano in questione. Buon ascolto.
Vivono sotto terra a Bucarest
sniffando colla dalle buste
a Baghdad, invece, ancora sui muri
sono appiccicati gli schizzi di occhi dei ragazzi
bimbi nelle favelas tutti rappezzati
stelle avvoltolate e luna stropicciata
ciuffi neri neri di mamma africana
sporchi e affamati non arrivano a domani
Tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
tutti nati dall'amore
si sa come si nasce
ma non si sa come si muore
tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
Figlio di un albanese nato in mezzo al mare
attento che se lo mangiano i pescecani
col moccio al naso e il fucile in mano
deve fare l'uomo se è serbo o afgano
il Kurdistan sempre la stessa storia
ad haiti raccogliendo cibo da una discarica
fiori dagli occhi a mandorla gettati per strada
ad oriente a pagamento per strane fantasie
Tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
tutti nati dall'amore
si sa come si nasce
ma non si sa come si muore
tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
In un prato verde
devono giocare
non si devo spegnere i sogni
si devono far volare
non si devono mai deludere
non si devono mai tradire
non si devono abbandonare
non si devono far soffrire
Tutti uguali sono i bambini
Vivono sotto terra a Bucarest
a Baghdad, invece, ancora sui muri
bimbi nelle favelas tutti rappezzati
ciuffi neri neri di mamma africana
tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
tutti nati dall'amore
si sa come si nasce
ma non si sa come si muore
tutti uguali sono i bambini
nessuno è figlio di nessuno
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
mercoledì 16 marzo 2016
OPERAZIONE CONDOR: L'ENNESIMA VERGOGNA CONTRO LA LIBERTA' E LA GIUSTIZIA
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| fonte: popoffquotidiano.it |
Nel 1992 il giudice paraguaiano José Augustìn Fernàndez rinvenne in una stazione di polizia di Asunciòn quelli che successivamente sarebbero stati denominati "Archivi del Terrore".
Contenevano dettagliate informazioni concernenti la terribile sorte subita da migliaia di cittadini sudamericani tra gli anni 70 e 80; 50.000 le persone uccise, 30.000 i desaparecidos 400.000 gli imprigionati. La sorpresa arrivò nel momento in cui ci si rese conto che questi crimini erano stati perpetrati dai servizi segreti e dagli eserciti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile.
La supervisione era ovviamente ad opera degli Stati Uniti, attraverso la CIA, che si servì di qualsiasi partito politico, movimento insurrezionalista di estrema destra o di guerriglia esistente sui territori in questione per reprimere, nel sangue se necessario, ogni governo anche democraticamente eletto, ma di ideologia socialista o filo-comunista. Il caso più eclatante è chiaramente quello del Cile e del colpo di stato di Augusto Pinochet, che l'11 settembre 1973 rovesciò l'esecutivo socialista di Salvador Allende, che sembra si suicidò nel Palazzo della Moneda, a Santiago.
Alla metà degli anni Settanta il governo americano, allora nelle mani del presidente Richard Nixon e del suo influente Segretario di Stato Henry Kissinger, controllava tramite regimi dittatoriali fantoccio praticamente tutta l'area latino-americana. L'opposizione sovversiva era però dilagante e una soluzione per placare la ribellione popolare andava trovata.
Prese quindi forma "l'Operazione Condor". Nel 1973, durante la Decima Conferenza degli Eserciti Americani, fu il generale brasiliano Breno Borges Fortes a suggerire una collaborazione tra i servizi segreti dei differenti regimi per localizzare, catturare e neutralizzare ogni singola cellula comunista che operasse nell'ombra. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 1974, l'incontro tra i capi di ciascuna singola forza di polizia segreta, coordinati da Manuel Contreras, numero uno della DINA, la polizia di Pinochet, diede il via all'operazione.
Se secondo la versione ufficiale, gli obiettivi del piano Condor erano in larga misura piccoli gruppi armati di oppositori dei regimi dittatoriali imperanti, la verità è ben diversa e molto più atroce.
Ci si accanì senza alcuna remora su qualunque individuo che esercitasse il suo diritto di libertà di opinione e di pensiero. Non vennero risparmiati studenti e docenti universitari, giornalisti non di regime, intellettuali in genere, che subirono ogni forma di tortura e di sevizie (è ancora tristemente nota Villa Grimaldi, a Santiago, luogo simbolo della feroce repressione operata da Pinochet).
Ma non era tutto; spesso e volentieri divenivano vittime anche i familiari e i conoscenti più intimi dei cosiddetti sovversivi.
Abbiamo detto che la CIA svolse un ruolo di fondamentale importanza nella realizzazione dell'Operazione Condor. Vediamo in cosa esso si concretizzò.
Innanzitutto, furono essenziali gli aiuti economici degli statunitensi che permisero ai regimi di disporre delle migliori armi e tecnologie del periodo, oltre che di un adeguato addestramento, fornito anch'esso dagli americani. Controllarono e supportarono attivamente anche organizzazioni repressive di stampo decisamente fascista, tra le quali si ricorda Patria y Libertad in Cile.
La CIA scelse di collocare il quartier generale per l'Operazione Condor in Centro America, e precisamente a Panama, dove organizzò una base di smistamento di uomini, materiali e informazioni tra i vari apparati di intelligence. Pare fu qui che nacque l'idea dei "voli della morte", che saranno ampiamente utilizzati specialemente in Argentina durante la dittatura militare di Jorge Videla (ne parleremo nel prossimo appuntamento con il cinema su Lo Sciacallo, quando ci occuperemo di Garage Olimpo).
Queste sono pagine di storia vergognose, che vengono troppo spesso taciute o poco raccontate. Non c'è da parte nostra alcun intento di supportare una specifica parte politica, ma solamente quello di denunciare e di ricordare, perché crediamo ce ne sia ancora bisogno, che questi fatti sono avvenuti, che sono stati calpestati tutti i diritti sociali, politici e umani di persone che avevano la sola colpa di voler vivere alla luce del sole, in un paese che non fosse schiavo degli interessi economici e di potere di potenze superiori. E tutto ciò è stato commesso mettendo in campo una crudeltà, una ferocia e una spietatezza che appartengono al lato peggiore e più iniquo dell'animo umano.
Dopo la scoperta di Fernàndez, i tribunali internazionali hanno fatto il loro corso.
Nel 1997, l'ex dittatore del Paraguay Alfredo Stroessner è stato condannato dal tribunale dell'Aia per crimini contro l'umanità ed ha vissuto i suoi ultimi anni in esilio a Brasilia.
Nel 2001 un tribunale federale argentino ha emesso un mandato internazionale di cattura per il dittatore boliviano Hugo Banzer, ritenuto responsabile della scomparsa di 33 prigionieri politici suoi connazionali.
L'ex capo del regime militare cileno Augusto Pinochet è deceduto nel 2006, mentre era detenuto durante lo svolgimento del suo processo per crimini contro l'umanità. E potremmo anche proseguire.
Un'ultima curiosità: sapete chi fu insignito nel 1973 del Premio Nobel per la Pace? Nientepopodimeno che il Segretario di Stato americano, Henry Kissinger.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
martedì 15 marzo 2016
GESU', IL NATALE, I MIRACOLI E LA RESURREZIONE: ELEMENTI CONDIVISI CON ALTRI PREDICATORI MESSIANICI
Il Cristo Pantocratore del duomo di Cefalù (PA), fonte foto: Wikipedia
Oggi vi parleremo di Gesù Cristo. Non vi preoccupate, non vi faremo una lezione di catechismo, ma piuttosto ci concentreremo su alcuni elementi che ne hanno fatto di lui un mito per miliardi di persone nel mondo. C'è molta discussione riguardo la sua figura: c'è chi sostiene che non sia mai esistito e chi invece ribatte il contrario; fonti storiche certe, purtroppo, non ce ne sono, visto considerato che i Vangeli non costituiscono una prova e, tra l'altro, sono spesso in contrasto tra di loro, senza contare poi la mole di Vangeli cosiddetti "apocrifi", cioè da non considerare attendibili (salvo diverse disposizioni a seconda della dottrina cristiana di appartenenza). Con questo articolo, però, Lo Sciacallo Mason non intende dare una sentenza definitiva sulla questione, anche perché ritiene superfluo il fatto se sia esistito o meno. Quel che è certo è invece l'esistenza dell'archetipo di questa figura.
Si scopre infatti che in diverse culture esiste un mito assolutamente contrapponibile con la figura del Gesù di Nazareth. Tutto si basa sul rapporto tra le varie civiltà e il Sole, l'oggetto più adorato di tutti i tempi, in virtù della funzione che compie ogni giorno. Allo stesso modo gli antichi scrutavano il cielo, prestando attenzione in particolare alle stelle. Il rilevamento delle stelle consentiva ai popoli antichi di anticipare molti eventi che si sarebbero ripetuti ciclicamente nel corso di lunghi periodi di tempo, come le eclissi e le lune piene, catalogando in gruppi la mappa celeste, in quelle che in epoca moderna conosciamo col nome di costellazioni. Ed ecco il primo simbolo attinente con quello che i cristiani considerano il Messia, ovvero Gesù Cristo: la Croce. Questo è uno dei simboli più conosciuti nell'intera storia dell'umanità (basti pensare alla croce celtica); i popoli dell'antichità conoscevano la Croce dello Zodiaco, che per loro rappresentava non solo il Sole, ma anche i dodici mesi dell'anno, le quattro stagioni, i solstizi e gli equinozi. Il termine Zodiaco è riferito al fatto che le costellazioni sono antropomorfizzate, vale a dire, sono personificate come persone o animali. Il Sole era personificato come Dio.
LE MITOLOGIE ANTICHE: HORUS
Horus è il dio del Sole dell'antico Egitto, risalente al 3000 a.C, la sua vita rappresenta una serie di mitologie allegoriche sul movimento del Sole nel cielo. Attraverso la lettura dei geroglifici in Egitto, conosciamo molto bene la figura di questo Messia. Da Horus derivano le parole orizzonte e ore: la prima significa che Horus è Sole, mentre la seconda sta a indicare il percorso del sole nell'arco della giornata. Anche la parola tramonto deriva da questa mitologia, dato che Horus aveva un fratello malvagio di nome Set (avete visto Gods of Egypt?), da cui deriva la parole inglese "sunset". Veniamo ora alla storia di questo Dio: Horus nasce il 25 dicembre dalla vergine Isis-Meri, e la sua nascita fu accompagnata da una stella dell'est, che ha permesso ad alcuni re di trovare il luogo di nascita del neonato e di portargli dei doni. A dodici anni era un insegnante e a trenta venne battezzata da Anup, e da quel momento poté cominciare il suo ministero. Horus aveva inoltre dodici discepoli, compieva miracoli (come guarire i malati e camminare sulle acque), e veniva chiamato "La verità", "La luce", "Il figlio eletto di Dio", "Il buon pastore", "L'agnello di Dio", ecc. Un giorno però, tradito da Typhon, venne crocefisso e, dopo tre giorni dalla sepoltura, resuscitò.
ATTIS
Attis è una divinità Frigia (una regione dell'Anatolia centrale, la moderna Turchia), è nato anch'egli da una vergine il 25 dicembre, crocifisso e risorto dopo tre giorni di sepoltura.
KRISHNA
Nella cultura indiana, Krishna nacque il 25 dicembre dalla vergine Devaki, con una stella dell'est che segnalava la sua venuta. Insieme ai suoi discepoli ha compiuto miracoli, è stato crocifisso, dopodiché è risorto dopo tre giorni.
DIONISO
Anche il Messia greco era nato il 25 dicembre da una vergine, ed era un insegnante che viaggiava compiendo miracoli, come per esempio trasformare l'acqua in vino. Veniva soprannominato "Rei dei Re", "L'unigenito di Dio", L'Alfa e l'Omega", ecc. Morì crocifisso e poi risorse.
MITHRA
Mithra della Persia era nato il 25 dicembre da una vergine, aveva dodici discepoli e compieva miracoli. A tre giorni dalla sua morte, resuscitò. Tra i vari soprannomi che gli venivano attribuiti, c'erano "La Verità", "La Luce", ecc. Il giorno sacro per questo culto era la Domenica. Un elemento non di poco conto per la nostra analisi.
Questi che vi abbiamo elencato, sono solo alcuni de vari salvatori nati da una vergine e sparsi su tutto il continente. Ora, le domande che nascono spontanee sono infinite. È esistito un personaggio con queste caratteristiche a cui vari popoli hanno attribuito nomi diversi? O si tratta solo di miti e leggende? Quel che pare abbastanza verosimile, è il fatto che la religione cristiana abbia fatto una sorta di collage. Ma c'è anche chi sostiene una tesi diversa e, a proposito di questo, vi mostriamo un video qui sotto, che vi consigliamo assolutamente di vedere se volete ampliare i vostri orizzonti. Buona visione.
Youtube, TEX GUILLER
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
domenica 13 marzo 2016
LA BIBLIOTECA DELLO SCIACALLO: "LA QUARTA VERITA'" DI IAIN PEARS
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| Il New College di Oxford, ambientazione del romanzo fonte: wikipedia |
Ben ritrovati alla rubrica domenicale della Biblioteca de "Lo Sciacallo", in cui ci sbizzarriamo su come tenere ben impegnati i cervelli di voi lettori.
Quello che vogliamo consigliarvi oggi è un romanzo storico, La quarta verità, scritto da Iain Pears e pubblicato nel 1997.
L'autore britannico, nato nel 1955, ha studiato Storia dell'Arte al Wadham College e al Wolfson College, e successivamente ha lavorato per diversi anni come giornalista per la famosa agenzia Reuters, prima di abbandonare questa attività per dedicarsi interamente alla letteratura.
Diventa celebre come scrittore nei primi anni Novanta grazie ad una serie di thriller ambientati nel mondo dell'arte, con protagonista il giovane ricercatore Jonathan Argyll. Citiamo, tra gli altri: Il caso Raffaello (1991), Il comitato Tiziano (1992), Il quadro che uccide (1994) e La pista Caravaggio (1996). Pears vive e lavora ad Oxford.
La celeberrima cittadina inglese, sede di uno dei più rinomati atenei del mondo, è anche lo sfondo su cui si dipana la vicenda narrata in La quarta verità.
Siamo nel 1663, la guerra civile in Inghilterra è terminata da non molti anni, e il momento storico è fondamentale. Ci troviamo in un'epoca di grandi cambiamenti nella cultura, da differenti punti di vista: politici, religiosi e scientifici. Troverete ampi cenni di tutto questo nelle pagine del romanzo.
Il libro è costituito da quattro resoconti, o memoriali, composti parecchi anni dopo i fatti in questione, da uomini che propongono delle versioni molto discordanti sull'accaduto.
Un docente del New College di Oxford, Robert Grove, viene ritrovato senza vita nel suo piccolo appartamento dell'università. Viene accusata dell'omicidio la giovane Sarah Blundy, che era stata al servizio di Grove, già tacciata di praticare strani sortilegi, e di essere una meretrice. In breve la ragazza viene condannata all'impiccagione e al conseguente rogo. Ma è davvero colpevole? Ci vengono proposte le verità di quattro individui che paiono saperne molto...
L'italiano Marco da Cola, un cattolico di Venezia, figlio di un importante mercante, in Inghilterra per rintracciare l'uomo che aveva derubato suo padre. Interessante il fatto che venga sempre apostrofato con lo spregiativo "papista" per sottolineare il fervore anti-cattolico, anti-Roma, dilagante in quegli anni oltremanica. Questo è anche il momento all'interno del libro dove è protagonista la scienza: Cola si diletta infatti negli studi di anatomia e insieme con l'emergente medico Richard Lower si occuperà di curare la grave ferita alla gamba di Anne Blundy, la madre di Sarah. Compaiono, seppur fugacemente, personaggi del mondo della scienza dell'epoca del calibro di sir Robert Boyle o sir Christopher Wren, tutti loro membri dell'eminente Royal Society inglese.
Jack Prestcott, studente di Legge, preoccupatissimo di riabilitare l'immagine di suo padre, sir James Prestcott, accusato di alto tradimento durante la guerra civile di pochi anni prima. Appassionante in questo capitolo il quadro storico che Pears offre degli eventi di quegli anni, anche grazie alla presenza di diverse figure realmente esistite che hanno ricoperto ruoli importanti nella storia del '600 inglese: John Thurloe, Samuel Morland, John Mordaunt o Lord Clarendon.
John Wallis, considerato uno dei più grandi matematici della storia (realmente esistito); ha svolto lavori di decrittazione sia per il regime di Cromwell che per la monarchia restaurata. E' convinto della falsità di Cola, e afferma che il reale obiettivo di questi sia l'uccisione del re. La sua contraddittoria figura è tratteggiata in modo esemplare, fino a far emergere una possibile omosessualità latente, causa del suo carattere estremamente irascibile.
E per finire, Anthony Wood, anche lui vissuto veramente, studioso di storia e antichità. Attraverso il suo racconto, emerge una nuova e approfondita visione di Sarah Blundy, con la quale Wood intreccia una relazione sempre sul punto di sfociare in amore. Ma soprattutto, si verrà a conoscenza delle speciali capacità di Sarah...
Insomma, una chicca che gli amanti del racconto storico non si possono lasciar sfuggire.
L'unica nota decisamente romanzesca è data da un finale quasi sovrannaturale, che però risulta davvero poetico e struggente, lasciandoci la possibilità di aprire il nostro cuore anche a qualcosa di cui non abbiamo prove.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
sabato 12 marzo 2016
GLI EROI SENZA GLORIA: ERNETTI E IL CRONOVISORE IN GRADO DI VEDERE NEL PASSATO
Versione tridimensionale dello spaziotempo di Minkocsky, fonte foto: Wikipedia
Fedeli lettori de Lo Sciacallo, come ogni sabato, rieccoci con la rubrica dedicata agli eroi senza gloria. La storia che vi raccontiamo quest'oggi è quella di Pellegrino Alfredo Maria Ernetti e del suo cronovisore, una vicenda tuttora avvolta nel mistero. Nato nel 1925 a Rocco Santo Stefano (Roma) e morto ad Isola di San Giorgio Martire (VE), Ernetti è stato un monaco, teologo, musicologo (esperto in particolare di musica prepolifonica, cioè quella musica che va da duemila anni prima della nascita di Cristo fino al 1000 d.C), esoterista e, non ultimo, scienziato. La vita di Ernetti fu sconvolta agli inizi degli anni '50, quando ebbe modo di sperimentare il cronovisore, una sorta di macchina del tempo (come lui stesso amava definirlo), ovvero un dispositivo in grado di captare e riprodurre immagini e suoni provenienti dal passato.
LE RICERCHE SCIENTIFICHE PRECEDENTI ALLA SCOPERTA - La scoperta del cronovisore, come tutte le scoperte scientifiche, avvenne per puro caso. A fine anni '40, infatti, Ernetti intraprese una collaborazione scientifica con padre Agostino Gemelli (Milano, 1878-1959), fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dell'istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo e dell'Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo. Gemelli è stato un personaggio controverso: nel 1938 appoggiò le leggi razziali e, inoltre, pare che fosse tra i 360 scienziati aderenti al "Manifesto degli scienziati razzisti". In particolare, Ernetti aveva chiesto aiuto a Gemelli perché stava lavorando su un canto gregoriano, proveniente da un magnetofono a filo; Ernetti era convinto che se avesse eliminato le armoniche dal canto avrebbe potuto ottenere un suono più puro. Per questo motivo si era rivolto a Gemelli, esperto nell'uso dell'oscilloscopio, strumento indispensabile per raggiungere quello scopo.
LA SCOPERTA - Milano, 17 settembre 1952: secondo quanto asserito da Ernetti, i due stavano lavorando nei locali del Laboratorio di Fisica dell'università, quando ad un certo punto, preso da un momento di sconforto, Gemelli esclamò come era solito fare in queste situazioni: "Papà aiutami". Fu proprio in quell'istante che il padre del religioso milanese, morto anni addietro, rispose: "Certo che ti aiuto zuccone!". Questa frase era stata pronunciata senza alcun dubbio dal padre di Gemelli, che sin da giovane amava apostrofare il figlio con quell'epiteto. La registrazione rimase impressa nel registratore lasciato attivo nel laboratorio. I due ricercatori, una volta ascoltato il nastro, riferirono subito dell'accaduto il Vaticano.
IL CRONOVISORE - Per la realizzazione del cronovisore, Ernetti radunò un team composto da dodici scienziati, tra cui spiccava il nome del premio Nobel per la fisica, Enrico Fermi, di Werner Von Braun, che all'epoca lavorava per la Nasa, del portoghese De Matos, più un premio Nobel giapponese la cui identità non è mai stata svelata. In sostanza, per semplificare, secondo Ernetti ognuno di noi lascerebbe una traccia della propria esistenza, una sorta di registrazione della propria vita, quindi, tutto il passato è rintracciabile, basta trovare uno strumento in grado di intercettare questa "pellicola" e di visualizzarla. Il cronovisore era composto da tre parti: la prima era costituita da alcune antenne di metallo che avevano il compito di captare le "onde"; poi c'era un selettore con cui, attraverso l'ausilio di una manopola, era possibile "selezionare la sequenza desiderata", come si fa con la radio e, infine, c'era un sistema visivo che serviva per trasformare le sequenze in immagini e suoni.
UNA FINESTRA SUL PASSATO - Questa fu la descrizione dell'apparecchio, tratta dal Corriere della Sera, fornita dallo stesso Ernetti:
"Non è come un film, ma come un ologramma, a tre dimensioni, in rilievo. I personaggi non erano molto grandi. Pressappoco la dimensione dei nostri schermi televisivi […] in bianco e nero ma con il movimento e il suono […]. Potevamo regolare il nostro apparecchio sul luogo e l’epoca desiderati. Più esattamente sceglievamo qualcuno che volevamo seguire […]. E’ lui che vedevamo. Ciascun uomo possiede un genere d’onda, una sorta di emanazione che gli è propria, un po’ come una firma, o come delle impronte digitali […]. Dunque è qualcuno che noi vediamo e continuiamo a vedere in tutti i suoi spostamenti. E’ sempre lui al centro della scena. Il problema consisteva innanzi tutto nel trovarlo, per tentativi. Si regolava poi l’apparecchio sull’onda che emanava da lui, e l’apparecchio lo seguiva automaticamente".
Ernetti sosteneva inoltre di aver assistito alla rappresentazione della tragedia del Tieste del poeta latino Ennio e di averne competato l'opera trascrivendo le parti mancanti, di aver udito le voci di Benito Mussolini e Napoleone Bonaparte e di aver assistito alla passione e alla crocifissione di Cristo, tanto da essere riuscito a scattare una foto. Questa foto, però, fu contestata da un attento lettore del quotidiano, in quanto era identica al crocefisso dell'artista Lorenzo Coullaut Valera. Uno scivolone che costò caro ad Ernetti, nonostante il monaco cercò subito di assolversi, accampando mille scuse. Un errore che permise ai detrattori di porre un velo su questa invenzione: Ernetti decise infatti di ritirarsi dalle scene, mantenendo il riserbo assoluto sul cronovisore per tutto il resto della sua vita.
Tuttavia, nel 2002, il francese François Brune, pubblicò un libro dedicato proprio al cronovisore di Ernetti. Brune confermò che il Vaticano fu subito messo al corrente della scoperta. Da qui si è diffusa la teoria secondo la quale questa macchina sia nascosta in Vaticano.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
giovedì 10 marzo 2016
QUANDO LA MUSICA È ARTE: AQUALUNG, I JETHRO TULL METTONO IN SCENA IL DISAGIO DI UN CLOCHARD
Ian Anderson che suona il suo celebre flauto traverso, fonte foto: Wikipedia
Cari amici e lettori de Lo Sciacallo, eccoci di nuovo con la nostra rubrica dedicata alla musica. Settimana scorsa vi abbiamo parlato dei Muse, soffermandoci in particolare sul brano "Knights Of Cydonia". Oggi, invece, vi parliamo di "Aqualung", dei mitici Jethro Trull, una delle band più importanti della storia del rock, ma allo stesso tempo meno conosciute, specie in un paese come il nostro, dove l'arte, italiana e non, viene sempre messa da parte per lasciar spazio a scemenze di ogni genere. Il nome del complesso è stato scelto da Anderson, ed è ispirato a Jethro Tull (1674-1741), agronomo e pioniere inglese della moderna agricoltura.
Prima di cominciare, come da consuetudine, ecco una breve biografia del gruppo. I Jethro Tull nascono a Blackpool, in Inghilterra, nel 1967. Fondati dal polistrumentista scozzese Ian Anderson (il leader del gruppo nonché il principale autore della maggior parte dei brani della band), in origine sono orientati verso il blues-rock, ma negli anni acquisiscono un bagaglio tecnico completo, inserendo nelle loro produzioni elementi jazz, folk e di musica classica, fino a diventare un band di progressive rock (anche se Anderson ha sempre sostenuto che la sua band non apparteneva a questa categoria: "Le band progressive producono concept album").
I Jethro Tull hanno avuto diverse formazioni. Nel loro primo album, "This Was", non era ancora presente il celebre chitarrista Martin Barre, ma Mick Abrahams. Allora la loro musica era blueseggiante. Tra gli ex membri diventati poi famosi si possono citare Tony Iommi (chitarrista della band Heavy Metal, Black Sabbath) e, anche se solo per una sera, Phil Collins (batterista e voce dei Genesis). Tuttavia, il brano di cui ci occupiamo quest'oggi, Aqualung, è tratto dall'omonimo disco del 1971, quando la formazione era composta dall'inossidabile Anderson (flauto traverso, chitarra acustica e voce), Martin Barre (chitarra solista), John Evan (pianoforte, organo mellotron), Jeffrey Hammond (basso e flauto dolce e voce) e Clive Bunker (batteria e percussioni).
L'album, che vi consigliamo di ascoltare per intero, colpisce già per la copertina che raffigura un barbone dalle fattezze simili ad Anderson, come a voler dire che nessuno è libero in questo mondo, e che tutti possono diventare come Aqualung, un reietto della società. Nessuno è immune alla malasorte. Il titolo dell'album deriva dal respiro di questo barbone, simile al gorgoglio di un respiratore subacqueo (internazionalmente conosciuto come Aqualung, appunto). Oltre ad Aqualung, su cui ci soffermeremo tra pochissimo, si possono citare capolavori come Cross Eyed-Mary (seconda traccia dell'album), Mother Goose, My God, Locomotive Breath (se avete visto Jumanji vi verrà in mente) e la strumentale Bourée, una versione moderna di una composizione di Johann Sebastian Bach, già presente nell'album Stand Up, rivista e inserita come bonus track nella versione del '96 dell'album. Potremmo raccontarvi di ogni singola traccia di questo album monumentale, sia per la bellezza delle composizioni musicali che per i testi; in Cross Eyed-Mary c'è la storia di una ragazza povera, di nome Mary, che decide di guadagnarsi da vivere vendendo il proprio corpo, concedendosi però solo agli uomini della sua stessa estrazione sociale, tra cui anche i barboni come Aqualung. Ce ne sono di cose da raccontare, ma purtroppo il tempo a nostra disposizione è poco, e dobbiamo andare avanti.
AQUALUNG - Si tratta della prima traccia dell'album. Aqualung è, come abbiamo detto in precedenza, un senzatetto, vecchio, povero e odiato da tutti. I passanti lo notano e lo disprezzano. Viene descritto come un pedofilo, sudicio e scontroso. Nelle strofe successive, però, la verità viene a galla: Aqualung è solamemente una vittima di questa società egoista e apatica, che non prova alcuna compassione per un vecchio abbandonato a sé stesso, che sputa al mondo tutta la sua rabbia. In fondo, è un vecchio malato e infatuato dalle ragazzine, quindi, in ragione di questo, non merita aiuto, ma solo disprezzo: la gente passa ma non si ferma ad aiutarlo, sentendosi così sollevata da questo compito. Questo, però, non è un atteggiamento molto cristiano. La registrazione del brano dura 6:32 minuti. La canzone inizia con un riff di Barre ormai passato alla storia. così come gli assoli presenti nel brano. Sia per gli assoli che per il riff iniziale, Barre ha utilizzato una Gibson Les Paul Junior del '58. Sotto vi proponiamo, oltre alla traduzione in italiano della canzone a cura di Riccardo Venturi, l'intero album. Buon ascolto.
AQUALUNG
Seduto sulla panchina d'un parco
guarda le ragazzine con brutte intenzioni
mentre gli cola il naso
e si imbratta i vestiti logori con le dita unte,
ehi Aqualung.
Si asciuga al sole freddo
guardando correre le mutandine di pizzo,
ehi Aqualung.
Si sente del tutto inutile
mentre sputa la sua malasorte a pezzi,
oh Aqualung.
Freddo dardeggia il sole,
un vecchio vaga da solo
passando il tempo
nell'unico modo che sa.
La gamba gli fa un male cane
mentre si china per raccogliere una cicca,
va giù al pisciatoio
e si scalda un piede.
Si sente solo,
La Caritas è in fondo alla strada,
Zuccherosa carità alla moda
e una tazza di tè.
Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.
Ti ricordi ancora
la nebbia gelata di dicembre
quando la tua barba ghiacciata
gridava agonia?
E cerchi di afferrare i tuoi ultimi rantoli
che sembrano gorgogli di un sommozzatore,
e i fiori sbocciano
come follia nella primavera.
Freddo dardeggia il sole,
un vecchio vaga da solo
passando il tempo
nell'unico modo che sa.
La gamba gli fa un male cane
mentre si china per raccogliere una cicca,
va giù al pisciatoio
e si scalda un piede.
Si sente solo,
la Caritas è in fondo alla strada,
Zuccherosa carità alla moda
e una tazza di tè.
Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.
Aqualung, amico mio,
non scappare via agitato,
ehi, povero cristo, vedi, sono solo io.
Seduto sulla panchina d'un parco
guarda le ragazzine con brutte intenzioni
mentre gli cola il naso
e si imbratta i vestiti logori con le dita unte,
ehi Aqualung.
Si asciuga al sole freddo
guardando correre le mutandine di pizzo,
ehi Aqualung.
Si sente del tutto inutile
mentre sputa la sua malasorte a pezzi,
oh Aqualung.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
martedì 8 marzo 2016
LA DONAZIONE DI COSTANTINO ALLA CHIESA CATTOLICA: UN FALSO STORICO ACCLARATO
La donazione di Costantino I, affresco situato nell'Oratorio di San Silvestro, a Roma. Fonte foto: Wikipedia
In questo post vi dimostreremo come la Chiesa Cattolica delle origini si sia arrogata il potere temporale in modo del tutto illecito. Anzi, ad essere corretti, il primo a denunciare questa truffa (perché di truffa si parla), è stato un filologo romano vissuto nel XV secolo: Lorenzo Valla. Costui, nel "De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio", "Discorso sulla donazione di Costantino, contraffatta e falsamente ritenuta vera", pubblicato nel 1517, svela la totale infondatezza del documento con cui la Chiesa ha posto le basi del suo potere, ovvero, la donazione di Costantino. Nel 1559, il saggio di Valla è stato inserito nell'Indice dei libri proibiti.
LA DONAZIONE DI COSTANTINO - In questo documento, datato 30 marzo 315, sarebbe contenuto un editto emesso dall'allora imperatore di Roma, Costantino I. Con esso, Costantino attribuiva a papa Silvestro I e ai suoi successori, una serie di concessioni: il primato del Vescovo di Roma sulle chiese orientali (Costantinopoli, Alessandria d'Egitto, Gerusalemme e Antiochia), la sovranità del papa su tutti i sacerdoti del mondo, la sovranità della Basilica del Laterano sul resto delle chiese e, non ultima, la superiorità del potere papale su quello imperiale. Di seguito vi proponiamo la parte fondamentale del documento, su cui si basarono le rivendicazioni del pontefice:
« In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno, noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo... Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell'Italia e delle regioni occidentali. »
Nella lunga lista dei privilegi è bene includere i diademi, gli onori e le insegne imperiali, la giurisdizione civile del Vaticano non solo sulla città eterna ma anche sul resto della Penisola e sull'Impero Romano d'Occidente; inoltre, l'editto conferirebbe alla Chiesa proprietà immobiliari estese fino in Oriente, più una donazione a papa Silvestro del Palazzo del Laterano.
Ma che ci fosse qualcosa che non tornava fu sin da subito chiaro a Valla, che verificò minuziosamente tutte le parti del documento, smontandolo punto per punto e accusando la Chiesa di essersi conferita un potere temporale in seguito a una documentazione redatta illecitamente. Si tratta di uno dei più grandi inganni della storia, e segue il filone delle traduzioni false (leggete i nostri articoli sulla Bibbia).
E allora vediamo insieme il contenuto delle argomentazioni del filologo romano. Prima di fare questo, però, è giusto precisare che la prima stampa del documento è stata resa possibile solamente grazie all'intervento di Ulrich von Hutten, un umanista nonché cavaliere tedesco, protestante, che per tutta la vita ha lottato, nel senso letterale del termine, contro il potere del Vaticano, tanto da arrivare a capeggiare una crociata, subito sedata dai principi dell'Assia e del Palatinato, che si era uniti in una lega. Dopo questo breve excursus possiamo finalmente incominciare.
Valla, fa notare innanzitutto quanto sia poco plausibile questa donazione, domandandosi perché un sovrano, per giunta dell'impero romano, avrebbe dovuto passare il suo potere alla Chiesa. La spiegazione demenziale che vuole un Costantino clemente nei confronti del papa in seguito alla sua confessione non regge: Valla risponde sostenendo che essere sovrano e allo stesso tempo religioso non sia un fatto di per sé incompatibile. A chi invece sosteneva l'autenticità del documento adducendo che l'imperatore fosse stato riconoscente per la guarigione dalla lebbra, lo studioso ci andava giù duro: il tutto, sosteneva, era ricavato dalla storia biblica di Naaman, guarito da Eliseo.
Inoltre, dal punto di vista storico, la donazione è inaccettabile, perché ne secoli addietro nessun pontefice aveva mai preteso obbedienza da parte di un sovrano, perché l'intera penisola italica era sotto il controllo dell'impero. Peraltro, fonti storiche piuttosto attendibili, sembrano essere concordi nell'affermare che Costantino era cristiano sin dalla fanciullezza (e quindi, non pagano, anche se i dubbi a riguardo sono molteplici), e come l'imperatore avesse ceduto il Palazzo Lateranense ed alcuni terreni al predecessore di Silvestro, Melchiade. Sotto il profilo giuridico, Valla sostiene che Costantino non ha mai compiuto le donazioni indicate nel documento in base al quale la Chiesa ha legittimato il suo potere: il testo della donazione, infatti, risulta assente nelle copie più antiche del Decretum di Graziano.
Capitolo lingua: il documento trattato, è scritto in un latino che risente delle influenze barbariche; inoltre la Cosantinopoli citata nell'opera ai tempi di Costantino non esisteva ancora (si chiamava Bisanzio), né era la capitale dell'Impero:
"E, ciò che è molto più assurdo e non rientra nella realtà dei fatti, come si può parlare di Costantinopoli come di una delle sedi patriarcali, quando ancora non era né patriarcale né una sede né una città cristiana né si chiamava così, né era stata fondata, né la sua fondazione era stata decisa? Infatti il privilegio fu concesso tre giorni dopo che Costantino si fece cristiano, quando Bisanzio esisteva ancora e non Costantinopoli".
Ci sono perplessità anche riguardo altre parti del testo, in primis, quelle rigurdanti il diadema aureo che in realtà, secondo Valla, era di stoffa o seta. Questa bugia, sempre secondo Valla, fu veicolata per nascondere invece la scarsità del valore della donazione. Ma come dicevamo poco fa, ci sono molti altri dubbi riguardo il documento, che Valla fa notare chiaramente nella sua opera. L'autore conclude la sua tesi sostenendo che anche qualora fossero stati concessi realmente quei privilegi, un buon papa avrebbe rifiutato in base a principi ultraterreni, basati sugli insegnamenti di Cristo, che ripudiava il potere. Lo spirito caustico, e tipicamente umanista di Valla, lo spinse nel 1441, a dimostrare come anche la lettera al sovrano di Osroene, Abgar V, attribuita a Gesù, fosse in realtà un falso; così come vari passi del Nuovo Testamento siano viziati da traduzioni ballerine.
Valla è stato il precursore di Lutero; era un uomo dal sapere infinito e con un'ottima padronanza del latino, ma soprattutto, un libero pensatore. Le sue critiche non risparmiavano nessuno: facendo confronti con il testo originale scritto in greco, sminuì il ruolo di traduttore biblico di San Girolamo. Per tutta la sua vita si era chiesto se ci fossero altri libri antichi stravolti in nome di un becero istinto rivolto al potere. La stessa domanda ce la poniamo noi.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L. Mason
"NON SI SEVIZIA UN PAPERINO" DI LUCIO FULCI: L'ITALIA DIVISA TRA MENTALITA' ARRETRATA E BOOM ECONOMICO. E LA CHIESA...
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| fonte: www.occhirossi.it |
Nuovo appuntamento cinematografico sulle pagine de "Lo Sciacallo". E anche in questo caso, come nel precedente "Io ho paura" di Damiano Damiani, abbiamo scelto una pellicola italiana d'annata. Il film è del 1972, e si tratta di Non si sevizia un paperino, diretto da Lucio Fulci.
Come sempre, un introduttivo excursus sul regista in questione. Dopo una serie di ingaggi come responsabile di seconde unità durante tutti gli anni '50, esordì alla regia nel 1959 dirigendo un attore del calibro di Totò in I ladri. Nonostante l'evidente talento visivo e tecnico dimostrato negli anni al Centro Sperimentale di Cinematografia (celeberrimo l'episodio in cui, durante il suo esame finale, riuscì a citare al presidente di commissione Luchino Visconti tutte i movimenti di macchina e le inquadrature che questi aveva "rubato" a Jean Renoir per la realizzazione di Ossessione), a Fulci, per tutti gli anni '60 vennero affidate le regie di film di basso livello artistico ed estetico, ma che all'epoca incassavano molto bene al botteghino. Firmò infatti diversi "musicarelli", soprattutto con Adriano Celentano (per il quale compose anche i testi di successi come Il tuo bacio è come un rock o 24.000 baci). Possiamo citare, tra gli altri, I ragazzi del juke-box (1959), Urlatori alla sbarra (1960), e Uno strano tipo (1963). In seguito, Fulci fu il regista a cui si affidarono in più occasioni Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nella loro avventura cinematografica, ed è evidente che i loro film migliori sono proprio quelli curati dal cineasta romano. Ricordiamo 00-2 Operazione Luna (1965), Come svaligiammo la Banca d'Italia (1966) e Come rubammo la bomba atomica (1967).
Fulci dovette attendere il 1969 perché gli fosse finalmente offerta la possibilità di realizzare qualcosa di decisamente più personale. Dopo il flop clamoroso del comunque discreto Beatrice Cenci, arrivò la svolta con Una sull'altra, pellicola si stampo hitchcockiano (chiaro il riferimento a La donna che visse due volte) che riscrisse le regole del cosiddetto "giallo all'italiana" anche prima dell'avvento di Dario Argento. Come vedremo parlando di Non si sevizia un paperino, Fulci ebbe spesso problemi con la censura, specialmente di stampo cattolico, e con la critica in generale, che lo considerava poco, in questo periodo della sua carriera.
Verso la fine degli anni '70 arrivò l'ennesimo cambio di rotta della vita artistica di Lucio Fulci. Con Zombi 2 (1978) entrò nel mondo dell'horror, del quale rivoluzionò completamente le norme estetiche e tecniche, da buon "terrorista dei generi", come amava definirsi. Emblematica è la sua "Trilogia della Morte", fonte di ispirazione di mostri sacri del calibro di Sam Raimi e Quentin Tarantino, che lo venerava. I film in questione, fondamentali, sono: Paura nella città dei morti viventi (1980), E tu vivrai nel terrore... L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero, entrambi del 1981. Da questo momento in poi continuò a lavorare alacremente, nonostante il sopravanzare della malattia che poi lo condusse alla morte nel 1997. Tra i suoi ultimi lavori vogliamo segnalare il distopico I guerrieri dell'anno 2072 (1984), e gli horror Il miele del diavolo (1986), tendente verso l'erotico, Quando Alice ruppe lo specchio (1988) e l'eccellente esperimento meta-filmico di Un gatto nel cervello (1990), dove Fulci interpreta se stesso convinto di essere un serial-killer.
Dopo questa doverosa, e speriamo non troppo lunga, premessa, concentriamoci ora su Non si sevizia un paperino. L'azione si svolge in un piccolo borgo del centro-sud Italia, un'ambientazione insolita per un thriller di questo tipo. Chiariremo però più avanti il perché della scelta operata da Fulci.
Il paesino è scosso da una inspiegabile serie di scomparse di bambini, tutti in età di pre-adolescenza, che svaniscono letteralmente nel nulla. Indagheranno sul caso un giornalista che viene dalla città, interepretato da uno stranamente "pulito" e non "trucido" Tomas Milian, in uno dei migliori ruoli della carriera, e la figlia di un ricco borghese, la splendida Barbara Bouchet, confinata dai genitori in quel luogo sperduto per disintossicarsi, facendo frequente uso di droghe e dimostrandosi particolarmente disinibita anche nei confronti dei bambini. Nello specifico, è famosa la scena in cui un ragazzino entra nella stanza dove si trova la Bouchet, che si fa trovare completamente nuda. Accennavamo al fatto che Fulci ebbe molti contenziosi con la censura; ebbene, anche per questa sequenza fu citato in tribunale dove dovette dimostrare che nei campi con il bambino di spalle, si trattava di un nano; viceversa, nel controcampo al posto della Bouchet il bambino osservava un manichino.
Si scopre in seguito che i bambini sono stati barbaramente uccisi. Degli omicidi sarà accusata una donna del posto, soprannominata "la Maciara", interpretata da Florinda Bolkan, attrice molto in voga in quegli anni (ricordate l'Augusta Terzi di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto?) che nella parlata del Sud rende circa il significato di "fattucchiera". Ma la verità è un'altra e ben più inquietante...
Torniamo all'ambientazione; Fulci sceglie il paese di Accettura, in Basilicata, perché il Sud Italia è perfetto per dimostrare quanto sia ancora radicato un certo genere di mentalità arretrata e basata sulla superstizione nelle persone comuni. Il tempo qui sembra essersi fermato: splendido il grandangolo iniziale che passa in un batter d'occhio dal mostrare la nuova autostrada, simbolo del progresso tecnologico innescato dal boom economico ancora nel pieno, alla Maciara che compie uno strano rito in una radura della boscaglia circostante. E' chiaro che per Fulci si tratti di due mondi agli antipodi.
Tematica accentuata per tutta la pellicola; i personaggi di Milian e della Bouchet, dei veri e propri forestieri, sono sempre visti di cattivo occhio, mal tollerati, considerati autentici intrusi all'interno di una comunità che va avanti da sempre rispettando regole proprie, quasi come un universo a parte.
Una comunità che ovviamente la giustizia se la fa in casa; quando sembra ormai certo che la Maciara è colpevole, intervengono gli uomini del paese, che la uccidono colpendola ripetutamente con catene e bastoni. E' la scena più famosa del film, la catarsi della teoria di Fulci, che introduce anche una geniale innovazione registica. Decide infatti di utilizzare come "colonna sonora" dell'omicidio una canzone melodica, Quei giorni insieme a te, di Ornella Vanoni, e l'effetto è devastante.
Sottolineiamo che la Maciara riesce a trascinarsi lontano dal cimitero e arriva sino al ciglio dell'autostrada, al confine con l'altro e nuovo mondo, dove spira. Come a voler dire che quel piccolo universo arretrato e chiuso non lo si può mai abbandonare, nemmeno morendo.
Abbiamo ancora una grossa riflessione da fare, ma comporta pesante spoiler sul finale del film. Lasciamo di seguito un video con la scena che abbiamo appena descritto, la morte della Maciara, della cui bellezza vi accorgerete. Sotto il video continueremo l'analisi, quindi se non avete ancora visto il film, sconsigliamo la prosecuzione della lettura. E non lasciatevelo scappare per nessun motivo; è uno dei veri capolavori non solo di un filone, quello del giallo, ma una grande opera a tutto tondo di analisi e critica sociologica e antropologica.
L'altra fortissima presa di posizione del film riguarda il finale, e nello specifico, la risoluzione del giallo. L'omicida infatti altri non è che il giovane parroco del paese di Accettura, don Alberto, impersonato dall'attore francese Marc Porel.
Nel 1972, attribuire ad un prete il ruolo dell'assassino significava, come ben potrete immaginare, andare incontro a critiche pesantissime da parte dell'intero mondo cattolico, considerando che la DC era ancora saldamente tra i padroni del Parlamento italiano.
Fulci non ha però paura di portare avanti un discorso fondamentale; il male si nasconde in ogni piega della società, anche e forse soprattutto in quei luoghi e in quelle persone che da quello stesso male dovrebbero proteggerci.
Sulla falsa riga di questa considerazione arriva il vero colpo di genio della sceneggiatura del film; il movente degli omicidi. Don Alberto vedeva quei bambini crescere troppo velocemente, stavano perdendo il loro candore, la loro ingenuità; in loro si stavano insinuando sentimenti, pulsioni nuove. Più forti, più violente, più radicali. Litigavano continuamente, cominciavano ad interessarsi all'altro sesso; insomma, erano attirati dalla via del peccato. La chiave sta tutta qui: il prete li ha voluti a suo modo proteggere, uccidendoli prima che potessero arrivare a commettere quei mortali peccati dalle cui spire si stavano sempre di più facendo avvolgere. Don Alberto decreta, nel suo delirio, la loro salvezza: sono ancora puri, e potranno vivere per tutta l'eternità nel regno dei cieli.
Una piccola postilla: il film è ispirato a un fatto di cronaca (l'omicidio di diversi bambini) realmente avvenuto a Bitonto (Bari) nel 1971...
Un enorme grazie a Lucio Fulci per l'immensa eredità che ha lasciato all'arte che amiamo, il cinema.
Mente libera, occhi aperti
Lo Sciacallo, Marcus L.Mason
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