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martedì 30 agosto 2016

GIOELE MAGALDI: DOPO NIZZA I PROSSIMI SIAMO NOI?

                                               Fonte foto: Wikipedia

Cari lettori e amici dello Sciacallo, ben ritrovati! Ci scusiamo per la lunga assenza dovuta alle vacanze, ma ci è servita per ricaricare le pile in vista di un cammino importante che questo blog dovrà intraprendere da oggi in avanti. Siamo carichi e ambiziosi, e abbiamo in progetto molte cose da realizzare. Inoltre vogliamo rivolgere un pensiero alle vittime del terremoto che ha colpito il centro Italia. Un evento tremendo, che ha tolto la serenità a moltissime persone e su cui purtroppo molti organi di informazione hanno sciacalleggiato, passateci il termine, in modo indecoroso offendendo questa professione.

Spesa questa premessa fondamentale possiamo concentrarci sull'argomento di oggi. Tutti noi abbiamo ancora sotto gli occhi l'attentato di Nizza. A differenza di altri attentati terroristici, quello di Nizza ha evidenziato una falla enorme nel sistema di sicurezza francese. Si è trattato quasi di un attentato "goffo", alla pari di quanto avvenuto nella redazione di Charlie Hebdo (quando viene colpita la stampa il protocollo CIA prevede volutamente un procedimento di questo tipo). Ebbene, il gran maestro del Grande Oriente Democratico, Gioele Magaldi, ha decifrato il messaggio degli attentati di Nizza, e quanto emerso è sconvolgente e chiamerebbe in causa la nostra Italia.

L'interessantissimo blog "libreeidee", ha riportato le parole pronunciate da Magaldi a "Colors Radio": "Se finora non è accaduto nulla in Italia lo dobbiamo al lavoro dei servizi segreti italiani che, garzie alla collaborazione con l'intelligene Usa, stanno operando un controllo assoluto nel territorio per ragioni di sicurezza in modo tale da impedire che l'Italia venga colpita. Solo in azione elementi provenienti dai settori più "progressisti" della Massoneria, per scongiurare il pericolo orchestrato dai colleghi ascrivibili al fronte reazionario al servizio dell'élite neo-aristocratica che costituisce il vero cervello di tutte le operazioni di strategia della tensione messe in atto finora (dall'11 settembre fino agli attentati a matrice "'sis', ndr)".

La nuova stagione di attentati è stata inaugurata il 13 novembre al Bataclan (il 13 novembre è una data importante per la massoneria di ispirazione templare) ed è proseguita con gli attentati di Bruxelles che hanno colpito l'aeroporto e la metropolitana ("come in cielo, così in terra, sempre in chiave simbolica), ed ora potrebbe proseguire nel nostro Paese.
"Nizza un tempo era italiana, e inoltre è la città natale di Garibaldi (massone nonché primo gran maestro del Grande Oriente d'Italia). Letta in questa chiave la strage di Nizza ha un messaggio evidente".

Un'analisi impeccabile che allo stesso tempo fa rabbrividire: l'élite del terrore (le superlogge come le definisce Magaldi), hanno progettato un attentato in una città, Nizza, molto legata all'Italia, per giunta il 14 luglio, data-simbolo della rivoluzione francese: una data celebrata dalla massoneria progressista europea, tanto è vero, che proprio da quell'avvenimento storico così caro ai massoni, Garibaldi, Cavour e Mazzini (tutti e tre massoni), si ispirarono per unire l'Italia. Sarebbe interessante ascoltare i killer delle stragi, perché in questo modo potremmo capire qualcosa in più in merito alla rete di reclutatori e prevedere con largo anticipo le loro mosse future, oltre che a comprendere le motivazioni che hanno spinto loro a compiere in gesto così orribile, ma ciò non è mai avvenuto perché gli esecutori materiali, come ha fatto saggiamente notare Magaldi, vengono uccisi prima che possano parlare.

Ma allora chi è il grande burattinaio? Secondo il gran maestro, la peggiore di tutte le superlogge segrete fu fondata nel 1980 da George Herbert Bush, in risposta alla tremenda sconfitta subita da Reagan alle primarie del partito Repubblicano. Tale evento procurò due attentati "simmetrici" a breve distanza l'uno dall'altro: l'attentato al presidente Reagan e quello a Papa Wojtyla, che nella corsa al soglio pontificio era stato sostenuto dal massone polacco Sbigniew Brzezinsky, che ebbe un ruolo importante nel reclutamento di Osama Bin Laden, che verrà poi accusato ingiustamente della strage dell'11 settembre la cui regia, sostiene Magaldi, è riconducile alla superloggia "Hathor Pentalpha", fondata da Bush col coinvolgimento di Tony Blair, Nicholas Sarkozy e Erdogan. Ancora una volta l'attenzione è riposta ai simboli: Hathor è l'altro nome per definire la dea egizia Iside, molto cara ai massoni. "Peraltro - spiega Magaldi - non è un caso che l'armata dei tagliagole sia stata chiamata Isis".

La nostra speranza, ovviamente, è riposta nel gran lavoro di intelligence svolte sino ad ora dai servizi italiani spalleggiati da quelli statunitensi. A chi contesta la mancanza di prove documentate Magaldi risponde così: "Ogni fatto che menziono è certificabile. Ho con me 6000 pagine di documenti, e se qualcuno desidera farne richiesta, cosa che finora nessuno si è azzardato a fare, sarò lieto di esibire il materiale".

Mente libera, occhi aperti
                                          Lo Sciacallo, Marcus L. Mason


mercoledì 3 agosto 2016

QUANDO LA MUSICA E' ARTE: LUCIO BATTISTI, "IL NOSTRO CARO ANGELO"

                                                     

                                            Battisti e Mina, fonte foto: Wikipedia

Cari lettori, ultimamente sulle pagine del nostro blog si è parlato moltissimo di musica: dopo le recenti interviste a Bruno Mautone e Glauco Cartocci che avevano come focus Rino Gaetano (1950-1981) e la leggenda della morte di Paul McCartney, quest'oggi invece andremo ad analizzare un brano specifico. Il pezzo in questione è "Il nostro caro angelo", ed è stato composto da Lucio Battisti (1943-1998), uno dei più grandi autori della musica italiana. La canzone fa parte dell'omonimo album del 1973, che contiene, tra gli altri, capolavori come "La collina dei ciliegi" e "Questo inferno rosa". L'album ebbe un successo notevole: fu infatti il secondo album più venduto in Italia nel 1973, dietro solo a un precedente lavoro dello stesso Battisti, "Il mio canto libero" (pubblicato nel novembre del '72).

All'epoca destò un po' di clamore e scandalo la copertina dell'album, a causa della presenza di un seno scoperto e di un bambino nudo. Stando ad alcune interpretazioni, il significato che si trae da essa sarebbe legato ai temi dell'ecologia e della salvaguardia delle tradizioni, anche se in realtà parrebbe contenere un significato più recondito e di natura esoterica. Risulta complesso identificare in una sola corrente musicale un artista così eclettico come è stato Lucio Battisti, un musicista sii "italico", ma con un occhio vigile a quanto accadeva in Inghilterra e Stati Uniti per quanto riguardava la scena blues e rock (in particolare il progressive, basti pensare a un album come "Anima Latina", del 1974). Al pubblico, però, è conosciuto soprattutto per le sue canzoni più melodiche e semplici, che entravano nel cuore della gente anche grazie ai testi di Giulio Rapetti, in arte Mogol, che con Battisti diede vita a una collaborazione intensa e redditizia, interrotta bruscamente nel 1982, forse a causa di problemi con la moglie del musicista di Poggio Bustone, Grazia Letizia Veronese, che diventerà co-autrice dei suoi brani dopo una breve parentesi di lavoro con il paroliere Pasquale Panella.

Ma veniamo ora alla canzone che prendiamo in esame in questo articolo. Con ogni probabilità la versione del disco è stata concepita più tardi, tanto è vero che ne esiste un'altra (è usufruibile su youtube), con un arrangiamento completamente differente, che probabilmente era quella originale che non aveva convinto pienamente Battisti. La canzone funziona per due motivi: innanzitutto per il tema musicale, suggestivo e affascinante, specialmente in virtù di un intro di basso di uno straordinario Bob Callero e per l'uso di sinth, pianoforte elettrico e archi elettronici che conferiscono un suono cosmico al brano; il secondo motivo, chiaramente, è riconducibile al testo di Mogol, oscuro e filosofico, che prende di mira la Chiesa Cattolica, tacciata di tarpare le ali al nostro caro angelo che rappresenta simbolicamente l'ideale che la Chiesa soffoca, impedendo così all'uomo di emanciparsi dalla schiavitù dei dogmi, rischiando di cadere nella sempre eterna "fossa del leone". Il Vaticano attira i fedeli facendo leva sui sentimenti di paura e alienazione. Del resto, come dice Battisti nella canzone, "le rughe han troppi secoli oramai, truccarle non si può più". La fede deve essere pura, libera di esprimersi.

Il risultato di questo lavoro di Battisti è straordinario, sofisticato e ricercato, troppo avanti per l'epoca. A nostro modo di vedere, Il nostro caro angelo è il brano capolavoro della discografia di Lucio Battisti. E allora ci congediamo invitandovi come sempre all'ascolto dell'intero album oltre che al singolo brano. Di seguito vi riportiamo il testo e la canzone. Buon ascolto.

IL NOSTRO CARO ANGELO (Mogol-Battisti)

La fossa del leone
è ancora realtà
uscirne è impossibile per noi
è uno slogan falsità
Il nostro caro angelo
si ciba di radici e poi
lui dorme nei cespugli sotto gli alberi
ma schiavo non sarà mai
Gli specchi per le allodole
inutilmente a terra balenano ormai
come prostitute che nella notte vendono
un gaio un cesto d'amore che amor non è mai
Paura e alienazione
e non quello che dici tu
le rughe han troppi secoli oramai
truccarle non si può più
il nostro caro angelo
è giovane lo sai
le reti il volo aperto gli precludono
ma non rinuncia mai
cattedrali oscurano
le bianche ali bianche non sembran più
Ma le nostre aspirazioni il buio filtrano
traccianti luminose gli additano il blu


                                          Youtube, MrSong14


Mente libera, occhi aperti
                                             Lo Sciacallo, Marcus L. Mason

martedì 2 agosto 2016

LO SCIACALLO INTERVISTA GLAUCO CARTOCCI SUL MISTERO DEI BEATLES: PAUL IS DEAD?

 
                                                Fonte foto: Wikipedia


Lo Sciacallo non si ferma neanche in vacanza e torna più carico che mai con un'altra grande esclusiva. Marcus L. Mason ha intervistato lo scrittore Glauco Cartocci, tra i primi ad occuparsi della leggenda che più di tutte affascina il mondo del rock, ovvero la presunta morte di Paul McCartney, storico bassista dei Beatles. Nel noto gruppo di Liverpool, McCartney divideva la leadership con John Lennon, dando vita a una delle coppie più prolifiche e influenti della storia del rock (più di 200 canzoni portano la loro firma). Ecco cosa ci ha raccontato Glauco in merito alla vicenda.


Quando hai cominciato ad occuparti del caso PID? Quando e come è incominciata la storia?

"Va detto che sono un fan dei Beatles da quando ero bimbo. Vissi "in diretta" la vicenda PID all'epoca (Ottobre 1969) e la cosa mi turbò abbastanza. Andai a cercare al centro di Roma le pochissime riviste straniere che venivano importate in Italia (Time e Life) e lessi tutto avidamente e con trepidazione. Tuttavia, dopo un primo interesse mondiale sulla faccenda, la cosa venne liquidata come "fesseria" o "burla". Frettolosamente, troppo frettolosamente, secondo me.

Per anni e anni non se ne parlò più, finché (non so come) nel 2004 mi venne la voglia di controllare in Rete se, putacaso, ci fosse qualcosa su quell'antica vicenda. Rimasi sbalordito nel constatare che l'interesse per la "sostituzione" di McCartney avesse avuto un grande ritorno di fiamma (ca. nel 2002) e nel vedere come addirittura le ipotesi si fossero moltiplicate. Anche gli indizi si erano affastellati, oltre ai pochi che erano venuti fuori nel 1969 se ne trovavano ora a bizzeffe. Molti erano stupidi o ridicoli, ma ce ne erano davvero parecchi che facevano gelare il sangue nelle vene.

Da quel momento decisi di intraprendere la mia personale indagine, che è raccolta nel libro, continuamente aggiornato. Ad oggi ho pubblicato quattro libri, scrivo di rock on-line e faccio diverse conferenze sui Beatles".


Qual è la tua versione dei fatti? 

"Eh, sarebbe bello avere UNA versione. In realtà, chi come me studia a fondo un mistero, capisce che le ramificazioni sono tante, e che diverse soluzioni sono possibili. Nel libro, alla fine, ho raccolto ben 10 "quadri" ipotetici che rispondono alla domanda "come può essere andata la faccenda?" e ognuno di essi è assai diverso dal precedente. Per capirci, c'è il quadro tradizionale della "morte per incidente" e accanto ad esso c'è quello della "grande Burla". Ma ci sono molte soluzioni intermedie. Un'idea che mi piace particolarmente è che il primo Paul si sia fatto sostituire volontariamente (perché stanco della Beatlemania o altri motivi) e abbia istruito il sosia, continuando a scrivere i brani, suonando sui dischi (NB: i Beatles dal '66 non suonarono più "Live" a parte il brevissimo rooftop del 1969). Poi, forse, durante i primi anni '70, il sosia avrà cominciato a far tutto da solo, col permesso del "titolare", chissà".

La questione dei tratti somatici: che differenze ci sono tra il “primo” Paul e il secondo?

"E' una questione molto complessa. Per anni sono stati fatti raffronti molto dilettanteschi: i primi riscontri seri, scientifici, risalgono all'epoca recente, nel 2009, ad opera del team Gavazzeni-Carlesi (la famosa indagine pubblicata dal mensile WIRED). Seguì a breve distanza di tempo un'analisi indipendente svolta da Daniele Gullà. Entrambi i team riscontrarono notevoli differenze sia nella forma del cranio, sia nel "trago" dell'orecchio, sia nella dentatura. Sono analisi complesse, i cui risultati fanno discutere. Non posso riportare qui risultati di altre persone, anche se sul mio libro ne do un sunto (dietro liberatoria del team che li ha svolti)".

  



Il Paul del 1964 a confronto con quello "attuale", fonte foto: Wikipedia







Quali sono i riferimenti più evidenti a questa vicenda? Quali indizi si trovano all’interno della discografia dei Beatles?

"Non si può certo parlare di "prove" ma, come avete detto voi, di ''indizi'' più o meno pesanti. Tali indizi sono classificabili cronologicamente, o anche come tipologia. Cronologicamente: un primo gruppo (come ad esempio la famosa "passeggiata" a piedi nudi sulle strisce di Abbey Road) sono gli indizi "classici". Poi c'è una seconda ondata, ipotesi e letture venute fuori diciamo dal 1970 al 2000. Infine c'è l'epoca di Internet, in cui ognuno dice la sua.

Comprenderete che distinguere l'indizio "serio" dalla cavolata non è facilissimo, ed è uno degli scopi che mi sono prefissato nella mia analisi. (A proposito: anche io ne ho trovati un bel po'…). Quanto alle tipologie di indizi, sono divisibili in: sonori (messaggi nascosti); letterari (parole delle canzoni e alcune scritte singolari); visivi e grafici (copertine di dischi, immagini o disegni nei booklet, film etc.); comportamentali (contraddizioni e stranezze dei Beatles e del loro entourage). Nel libro assegno dei "voti" per così dire, ai differenti indizi, per valutarne la significatività: moltissimi sono stupidaggini, e spiego perché, come e quali essi siano".

Com’era il rapporto tra Paul McCartney e Phil Spector? L’esuberante produttore americano (accusato dell’omicidio di Lennon e Michael Jackson) c’entra in questa storia?

"Sono sincero: non ne so niente, l'ipotesi che Spector c'entri nella vicenda PID è stata prospettata da Carpeoro nella trasmissione radiofonica "Forme d'onda" cui ho partecipato, e non mi è chiarissima la meccanica da lui proposta. Mi sembra comunque che Carpeoro punti il dito più sull'omicidio Lennon che su PID, in riferimento a Spector. Per quanto mi riguarda, Spector con una eventuale sostituzione di McCartney non c'entra nulla, né mai è venuto fuori alcunché in tal senso, neanche nelle indagini di Patterson o di Reeve (remote, precedenti alle mie)".   

                                           Phil Spector, Wikipedia


Chi avrebbe deciso di nascondere la verità al pubblico?
"Sempre nel caso che Paul fosse stato sostituito, sarebbe stato interesse sia della band, che della casa discografica, non far trapelare nulla. Era un'epoca in cui un membro così importante di un gruppo non poteva venire rimpiazzato, e certo non uno dei Beatles, per giunta il co-autore dei loro successi. Mi spingo oltre, dicendo che era interesse anche dell'economia inglese continuare con i Beatles. Davvero molti e ingenti, gli interessi in gioco".
Ad Amburgo una donna ha chiesto di essere riconosciuta da Paul come sua figlia, ma l’esame del DNA ha dato esito negativo. E’ la prova evidente che il Paul che consociamo dal ’66 è in realtà un sosia?

"Non è esattamente così. Non c'è stato alcun esame del DNA. Il test del DNA, nel 1984, non esisteva, si procedette a un’analisi del sangue come da prassi dell’epoca. McCartney fu implicato in una causa legale per il riconoscimento di paternità, da parte di Bettina Huebers, di Berlino, che il Beatle avrebbe concepito negli anni di Amburgo (1959-1962). L'analisi dette risultato negativo, quindi Bettina perse la causa. Tuttavia la donna successivamente tornò all’attacco, dicendo che all’epoca McCartney mandò “un sosia” e per questo il gruppo sanguigno non coincide. I “complottisti” si chiedono: e se l’attuale McCartney fosse un sosia? Avrebbe certo eseguito a cuor leggero l’esame!  Tuttavia capirete bene che la vicenda non prova nulla: McCartney potrebbe essere sempre lui, e aver mandato un sosia solo in quella circostanza".

Cosa c’è di vero nella vicenda dell’Aston Martin?
"E' sicuramente vero che McCartney possedeva una Aston Martin che ebbe un'incidente nell'autunno del 1966.  A fine 2010, l’auto originariamente appartenuta a Paul McCartney era in restauro presso un’officina di Corsico, una cittadina dell’hinterland milanese. Il mio collaboratore Donato Pastore andò subito sul posto, e parlò col restauratore, Walter Baroni. Baroni sostiene che l'incidente non fu eclatante, ma - si sa - ci si può ammazzare anche a 40 km orari, o si può rimanere sfigurati (all'epoca non c'erano air-bag o cinture di sicurezza, fra l'altro). Inoltre Baroni ci ha detto anche parecchie cose interessanti, che sarebbe impossibile riassumere qui, ma le trovate dettagliatamente elencate nel libro".


                                        

                                        "Abbey Road", fonte foto: Roger, flickr

Sulla copertina di Abbey Road si è parlato molto dell’indizio contenuto nella targa della macchina nera (28 IF). All’epoca, però, McCartney non avrebbe avuto 28 anni, bensì 27. Può essere un riferimento all’età di Faul e non di Paul?
"Personalmente lo escludo. Intanto lo esclude la logica: se si parla di uno che "avrebbe avuto 28 anni se fosse stato vivo" certo non si può riferire al Sosia, che nel 1969 era vivo e vegeto. E' però vero che varie "voci" e anche un indizio nel film Magical Mystery Tour farebbero pensare che il sosia fosse un po' più vecchio. Tuttavia ritengo che tutto l'indizio della targa sia una mezza "bufala", sicuramente pilotato dai Beatles per fare confusione. Anche le lettere LMW, mai spiegate in modo convincente, sarebbero una falsa pista".

Si può presumere che in realtà Paul non sia morto ma che sia stato sfigurato nell’incidente tanto da essere costretto ad usufruire di un sosia per le uscite pubbliche?
"E' una delle mie dieci ipotesi, lo Scenario numero 4, "Preferirei essere morto". Si basa sulle possibili risultanze dell'incidente dell'Aston Martin, di cui abbiamo parlato sopra. Paul era il "bello" del gruppo, The Cutie, e mai avrebbe accettato una carriera in cui sarebbe apparso menomato, sotto i riflettori".

Parlaci un po’ del tuo libro “Paul is Dead? Il caso del doppio Beatle”. Hai raccolto ulteriori indizi in merito alla vicenda?
"Nel corso dei 12 anni intercorsi dalla prima stesura, (e delle 7 edizioni del libro) si sono aggiunti moltissimi indizi (anche ad opera dei miei amici e dei gruppi su Internet, forum e social), ma quello che è rilevante è che spesso ho inserito nuovi modi di "leggere" gli indizi stessi, o le contraddizioni dei diretti interessati sulla vicenda. Ogni indizio viene vagliato, discusso, in alcuni casi smontato, in altri rivalutato.

Il libro non è un libro a tesi (non si vuole dimostrare né che Paul sia stato sostituito, né che sia sempre lui), e questa è la cosa che è stata più apprezzata dai lettori. Ognuno può farsi una sua propria idea sulla vicenda: quello che mi interessa è far capire quanto sia complesso il mistero. Molto spesso indizi e vicende sconosciuti ai più risultano di gran lunga più interessanti degli indizi "classici" tanto pubblicizzati. Sono certo che questa storia non avrà fine, e che il futuro riservi altri colpi di scena".
Lo Sciacallo ringrazia sentitamente Glauco per la sua gentilezza e disponibilità.


Mente libera, occhi aperti

                                           Lo Sciacallo, Marcus L. Mason

























venerdì 29 luglio 2016

"LUCI D'INVERNO" DI INGMAR BERGMAN: UN VERO VIAGGIO ALL'INTERNO DELLA PSICHE UMANA


Gunnar Bjornstrand in una scena del film
fonte: ivid.it

Cari lettori, torniamo finalmente ad occuparci di uno degli ambiti artistici a noi più cari, il cinema. E tanto per andare sul sicuro, quello che vogliamo consigliarvi quest'oggi è un vero e proprio classico, un film di un regista che senza paura di smentita può essere annoverato tra i massimi esponenti mai esistiti della settima arte.

La pellicola in questione è del 1963, per la regia di Ingmar Bergman, e si tratta di Luci d'inverno.

Come d'abitudine un piccolo cenno introduttivo sul regista. Bergman nasce a Uppsala, in Svezia, il 14 luglio 1918, figlio di un pastore luterano, tratto distintivo che avrà una grande influenza sulla sua cinematografia. A causa dell'educazione severa e rigidissima che riceve, più volte in gioventù Bergman si ritrova a litigare con i genitori, fino a quando, a 18 anni, proprio dopo l'ennesima sfuriata, decide di andare a vivere da solo, e parte per Stoccolma. Qui, dopo un'infelice esperienza all'università, entra in contatto col mondo delle arti sceniche, principalmente teatro e cinema, entrambi fondamentali nel suo percorso professionale. Dirige una piccola compagnia filodrammatica studentesca, scrive i testi di alcuni drammi. Nel 1940, il Teatro dell'Opera lo promuove anche aiuto-regista.
Inizia a scrivere vorticosamente e compone in due anni, ben dodici drammi e un'opera lirica. Il passo dal teatro al cinema non è poi così lungo. Nel 1944 il regista Gustav Molander rimane molto colpito da una delle opere del giovane Bergman e insiste affinché venga adattata per il grande schermo e se ne tragga un film, Spasimo, che esce lo stesso anno, e a cui Bergman collabora come segretario di edizione. Debutterà dietro la macchina da presa due anni più tardi, con Crisi (1946).

Uno dei temi che più ha ossessionato Bergman durante tutta la sua vita è il suo rapporto conflittuale con la religione e, più nello specifico, con Dio. I suoi anni giovanili sono infatti contrassegnati da una continua ricerca della figura di Dio, nella quale Ingmar spera di trovare l'affetto e l'amore di cui sente un disperato bisogno, e che tra le mura domestiche non riesce a conquistarsi. Proprio per questo motivo si avvicina e si appassiona al cinema, che gli permette di rifugiarsi in una dimensione alternativa e ideale, che possa contrapporsi alla fredda e dura vita reale.
Bergman, nei primi anni Sessanta, ormai cineasta affermato, decide di dedicare un trittico di film a questo vuoto esistenziale che si porta dentro sin dall'infanzia e dalla pubertà. Gira pertanto Come in uno specchio (1961), Luci d'inverno (1963) e Il silenzio (1963). Compongono la trilogia, dalla denominazione eloquente, "del silenzio di Dio".

Noi abbiamo deciso di concentrarci sulla seconda parte della trilogia, Luci d'inverno. La vicenda si svolge interamente nell'arco di una sola giornata e vede come protagonista il pastore luterano Tomas Ericsson, interpretato da uno degli attori-feticcio di Bergman, Gunnar Bjornstrand, che attraversa una profonda crisi esistenziale e di fede, in seguito alla morte dell'amata moglie. Gli ruotano intorno due importanti figure: Marta, una maestra elementare infatuata di Tomas, incarnata dalla splendida Ingrid Thulin, e il pescatore Jonas Persson, un giovane Max Von Sydow, attanagliato da un profondo malessere interiore dovuto alla paura di una guerra nucleare, o più banalmente dalla responsabilità connessa alla nascita ormai vicina di un terzo figlio. Non vogliamo anticipare qui tutte le direzioni che la situazione prenderà, per non rovinarvi la visione.

Il pastore Tomas avrà però modo di rendersi effettivamente conto di non essere più in grado di aiutare i suoi fedeli, e questo perché è lui in prima persona ad avere grosso bisogno di aiuto. Ciò che più lo spaventa non è il non avere più fede in Dio, ma non avere più fede nella bontà, benevolenza e misericordia di quest'ultimo. L'insicurezza la fa ormai da padrona in Tomas, che aveva consacrato la sua intera esistenza all'amore per la sua donna; morta lei, l'uomo cade in un vortice di inutilità dal quale capisce di non riuscire a sottrarsi. Il finale enigmatico non fa che accentuare il senso di incertezza e dubbio che aleggia per tutto il film. Bergman la rappresenta attraverso la meravigliosa fotografia di Sven Nykvist, che contrappone in maniera eccezionale la luce sui volti dei personaggi, che in fondo si vogliono credere toccati o protetti da una mano superiore, a un paesaggio nordico invernale ricoperto da una spessa e indecifrabile coltre di nubi che quella stessa mano superiore non riesce a scalfire.

Insomma, Bergman con questo film si propone di mettere in scena gli eterni conflitti che accompagnano fin dalla notte dei tempi l'uomo nella sua relazione con il divino: e fa capire come anche chi occupa una carica riservata a chi quei dubbi li ha chiariti fino in fondo, può ricadere nelle stesse contraddizioni, esternando una sensibilità e una fragilità che, spesso fatichiamo ad ammetterlo, sono parte integrante del nostro essere. Bergman lo ha capito, e non si azzarda per questo motivo a sputare sentenze o ad emettere giudizi manichei o altezzosi, ma si limita a scavare fin nei più profondi recessi dell'anima, come solo lui (davvero) era in grado di fare.

E' evidente che Luci d'inverno non è un film semplice, che si può guardare sgranocchiando pop-corn e messaggiando su WhatsApp. Richiede un impegno e uno sforzo mentale non indifferente, come ogni opera d'arte di vero valore del resto; contiamo che gli dedicherete l'attenzione che merita, perché siamo davvero dalle parti del capolavoro. Per chi non arriva a comprenderne la potenza evocativa e l'intensità emozionale, ci sono sempre i libri degli ottimi Nicholas Sparks o Federico Moccia. A voi la scelta.

Mente libera, occhi aperti
                                            Lo Sciacallo, Marcus L.Mason


lunedì 25 luglio 2016

LO SCIACALLO INTERVISTA BRUNO MAUTONE: "RINO GAETANO E' STATO UCCISO"



Altra grande esclusiva dello Sciacallo. Questa volta Marcus L. Mason ha deciso di occuparsi della vicenda che riguarda l'omicidio di Rino Gaetano. Il cantautore crotonese, infatti, sarebbe stato ucciso dalla Massoneria deviata a causa di alcuni testi ritenuti pericolosi per il potere dell'epoca. Lo sostiene l'avvocato Bruno Mautone, autore dei saggi "La tragica scomparsa di un eroe" e "Chi ha ucciso Rino Gaetano?". L'avvocato campano ha svolto lavoro eccellente, analizzando a fondo numerosi testi dell'artista, arrivando a svelare particolari inquietanti mai resi pubblici. Del resto le sue conclusioni coincidono con quelle di Paolo Franceschetti, uno dei primi in Italia ad aver sollevato dubbi e sospetti sull'incidente stradale che quel maledetto 2 giugno 1981 costò la vita al grande artista.

Ci teniamo in maniera particolare a ringraziare Bruno Mautone per la grande disponibilità e il tempo concessoci. Gli facciamo un ulteriore in bocca al lupo per il suo lavoro. Qui sotto il link per ascoltare il nostro colloquio con l'avvocato Mautone.

https://www.youtube.com/watch?v=lkkq66l9LyA


venerdì 22 luglio 2016

PERCHE' LA MAGGIOR PARTE DELLE FONTANE SONO A BOCCA DI LEONE?


                                         Fonte foto: Wikipedia

La nostra esistenza è attorniata da simboli. A volte ce ne accorgiamo, altre no. Eppure sono dappertutto: nei simboli dei partiti politici, nelle pubblicità, nella musica, nel cinema . Ogni simbolo porta con sé un significato e, come spiega brillantemente il nostro amico Gianfranco Carpeoro, un grande simbolista, rappresentano un archetipo. Il simbolo ha come scopo quello di farci fare due processi: uno non razionale e uno razionale, meno immediato. Il primo caso è rappresentato dal dado: a seconda di come si dispongono i punti, noi siamo in grado di percepire il numero senza avere la necessità di dover contare; e questo è possibile proprio perché conosciamo la disposizione dei punti di tutte le facce del dado. Nel caso fossero disposti diversamente, verrebbe meno questa immediatezza.

Il simbolo si trasmette per iniziazione, quando al momento della trasmissione i contenuti vengono svelati e spiegati al soggetto definito “iniziato”, o per tradizione, quando viene invece trasmesso solo lo schema, senza nessuna spiegazione. Nel primo caso abbiamo sia la scatola che il contenuto, nel secondo solo la scatola. E qui nasce il problema, perché nel secondo caso, viaggiando da generazione a generazione, spesso si finisce per dimenticare ciò che conserva la scatola, perché risulterà sempre più complesso decifrarne il contenuto, anche se basterebbe aprire la scatola.

Entriamo ora nel nocciolo della questione. In una conferenza tenutasi a Milano nel 2011, Carpeoro ha spiegato l’origine del simbolo del partito Comunista, la Falce e il Martello, e il suo significato: il simbolo è stato ideato da un massone della loggia tre globi di Berlino (che con la garanzia del Gran Maestro della massoneria sovietica, Lev Trockiy, ha finanziato la rivoluzione di ottobre), ispirandosi allo schema del simbolo della Massoneria, Squadra e Compasso, che molti massoni moderni nemmeno comprendono il significato. La Falce e il Martello stanno ad indicare rispettivamente le classi contadine e operaie, che più di tutte risentivano dello sfruttamento della società capitalista, e che dovevano perciò prendere coscienza della loro condizione di classe, unendosi e lottando per costruire una società basata sull’ideale comunista.  Per quanto riguarda il significato della Squadra e del Compasso vogliamo fare un giochino simpatico con voi: scriveteci nei commenti (sul blog e sulla nostra pagina Facebook) qual è secondo voi il significato di questi due simboli.

Ora, però, è il momento di svelarvi il mistero delle fontane a bocca di leone. Addirittura un’intera città, Venezia, è fondata su questa simbologia. La spiegazione, ancora una volta, ce la fornisce Gianfranco Carpeoro, nel suo romanzo “Il volo del Pellicano”. Nel romanzo si cita un passo di “Geroglifici”, un opera di Orapollo scritta in lingua greca, presumibilmente nel V secolo d.C:

Un leone perché il Sole, quando è in congiunzione col Leone incrementa la piena del Nilo e, durante il periodo in cui esso rimane in questa costellazione, le nuove acque spesso raggiungono il doppio del livello consueto. E’ per questo motivo che gli antichi sovrintendenti alle opere sacre costruivano a forma di leone i canali e le condutture delle fontane sacre, e per lo stesso motivo, ancora oggi in campagna, per propiziarsi una piena abbondante, il vino raccolto nei tini è fatto uscire da rubinetti a forma di leone”.

Ma non finisce qui, perché l’origine del leone è ancora più antica, e affonda le sue radici nella Bibbia e in molte altre tradizioni. Per chi deciderà di proseguire nelle ricerche, alla maniera di Giulio Cortesi nel libro sopracitato, scoprirà un altro aneddoto molto singolare: il periodo in cui viene collocato il “Diluvio universale” (su questa denominazione ci sarebbe da discutere), guarda combinazione, non solo coincide con la costellazione del Leone, ma veniva identificato proprio con l’era del Leone.
Dalla bocca esce la parola, il segno e simbolo. Se è segno, la parola non significa nulla. Se invece è simbolo, significa tutto” Carl Gustav Jung

Mente libera, occhi aperti
                                             Lo Sciacallo, Marcus L. Mason








domenica 17 luglio 2016

IL FALLITO COLPO DI STATO DI ANKARA: DRAMMA INASPETTATO O SOTTILE STRATEGIA POLITICA? E' L'ISLAM IL VERO NEMICO?


fonte: it.euronews.com

Cari lettori, a chiudere quella che può senza mezzi termini essere definita una settimana da incubo, è arrivato il tentativo di colpo di stato in Turchia, con il quale si intendeva rovesciare il regime di Recep Tayyip Erdogan.

Ma siamo proprio sicuri che gli avvenimenti di Ankara non nascondano dei significati decisamente differenti da tutto quello che ci è stato raccontato, la solita drammatica ed elementare versione ufficiale da gettare in pasto al popolo minuto? Non sono tanto le dinamiche effettive della notte di Ankara che ci insospettiscono, quanto le conseguenze sul piano politico internazionale, e soprattutto il fatto che, ad un'attenta disamina seppur elaborata a posteriori (troppo facile, lo comprendiamo, ma necessaria a questo punto...), le tragiche ore turche di venerdì sera erano probabilmente destinate a consumarsi da tempo. Ma andiamo con ordine.

Ieri, il giorno successivo al fallito golpe, è apparso un interessantissimo articolo su un blog italiano, maestrodidietrologia, che sostiene una tesi alternativa che ha da subito incuriosito noi dello Sciacallo. Ci teniamo enormemente a premettere che la nostra linea editoriale non è dettata che dal nostro pensiero e dalle opinioni che noi ci facciamo osservando ciò che ci accade intorno. Non siamo tenuti, né intendiamo certificare e supportare tout court qualsiasi teoria o versione di qualunque fatto soltanto perché proveniente da una fonte (che si tratti di un blog, come in questo caso, o un giornalista o quant'altro) dichiaratamente complottista, termine che non ci piace e in cui non ci riconosciamo, ma che ahimé è entrato nel linguaggio comune per identificare tutti coloro che credono che i governi più potenti della Terra nascondano parecchie informazioni ai cittadini...

E difatti, troviamo che l'apprezzabile pezzo del blog sopracitato (ecco il link dell'articolo: http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2016/07/mamma-li-turchi-son-tanto-cattivi-e-fan.html), in alcuni tratti esageri. Ma su un punto, in particolare, non possiamo che sottoscrivere totalmente. Questo golpe ha rafforzato il regime (termine che rende perfettamente l'idea) di Erdogan. La tecnica del finto colpo di stato atto in realtà a rafforzare il potere autoritario è vecchia come il mondo. L'effetto psicologico sulla popolazione è tanto semplice e banale quanto maledettamente efficace; il dittatore o il potente di turno invoca, quasi mettendosi il ginocchio, l'aiuto e il sostegno della gente comune, sollecitandola a compattarsi per respingere la minaccia incombente, per poi ergersi a comandante e guida di quel popolo fiero e caparbio che ha riconquistato la sua identità ed è ormai pronto a rischierarsi obbediente sotto la sua egida.

Per chi decide di andare oltre il solito velo della distorta informazione di massa, aggiungiamo che il regime instaurato da Erdogan fa parte di quel sistema internazionale occulto che si occupa di finanziare materialmente il Califfato dell'Isis. E in effetti, se ci ragionate un momento, quello che si è verificato in Turchia non è altro che la versione in scala ridotta dello scacchiere politico mondiale di questo periodo storico. Non serve che ribadiamo ulteriormente che chi di dovere sta lavorando ormai da anni per mettere in atto quello che è chiamato Nuovo Ordine Mondiale (NWO); chi ci vuole credere lo faccia, altrimenti è libero di spernacchiarci. Brevemente e semplificando, l'Islam è stato scelto come il Nemico, tutto ciò che deve essere odiato e combattuto, con la motivazione che sono loro ad odiare noi (ma poi, quale noi?), sin dalla notte dei tempi. Tutto ciò è magnificamente spiegato dalla propaganda xenofoba e razzista che si è insinuata nella nostra società da più di mezzo secolo, anche grazie all'opera compiuta da pensatori come Oriana Fallaci, incredibilmente e inspiegabilmente glorificata e incensata da qualsivoglia fonte giornalistica e non (talvolta anche dalla sinistra, e questo ci spaventa...).

Ma fermatevi a riflettere anche solo per un istante. Le Crociate, il primo grande scontro tra Islam e Cristianesimo, chi le ha promosse e finanziate? Per questioni di fede o di altra natura? Quando l'Impero Ottomano tra la metà del Quattrocento e la metà del Seicento si è pian piano espanso fino a penetrare nel cuore dell'Europa seminando morte e distruzione e fermandosi solo alle porte di Vienna, ha forse fatto qualcosa di diverso dai Romani circa 1500 anni prima? Avete mai sentito qualcuno coprire di insulti e ignominia la civiltà e la cultura dell'Antica Roma? E, per arrivare più vicini a noi, nel XX secolo, nazioni come Pakistan, Afghanistan e Iran sin dagli anni Ottanta sono stati rispettati in quanto stati sovrani dalle potenze occidentali? Non ci vogliamo poi soffermare sul 11 settembre; crediamo che dopo 15 anni tutti siano in grado di comprendere come sono andate realmente le cose.

Attenzione, non sosteniamo che l'Isis non esista; esiste eccome, ma agisce in nome di cosa? Per conto di chi? Queste sono le vere domande che dobbiamo farci, e allontanarci dalla mentalità manichea e     
colpevolista che sono stati bravi ad inculcarci negli anni. Non esistono buoni o cattivi, ci dispiace per chi vive ancora nella speranza che basti espellere qualche immigrato arabo o afghano o pakistano o marocchino ogni tanto (quando l'opinione pubblica è più attenta, magari proprio dopo un attentato...) per scongiurare il pericolo. Continuate pure a vivere nella vostra bolla di sapone. Qui siamo di fronte a poteri forti che non si fanno problemi a sacrificare inopinatamente persone innocenti che un giorno di fine estate erano andate in ufficio a lavorare, che erano andate una sera a sentire un concerto o al ristorante, che dovevano prendere un aereo, o che una calda sera di mezza estate avevano deciso di concedersi un gelato passeggiando su un lungomare.

Mente libera, occhi aperti
                                           Lo Sciacallo, Marcus L.Mason


venerdì 15 luglio 2016

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’ATTENTATO DI NIZZA: PERCHE’ L’ISIS COLPISCE SOLO I CIVILI?


                                                 Fonte foto: Wikipedia

Ieri la Francia ha festeggiato il 227esimo anniversario della presa della Bastiglia: questa vicenda storica è fondamentale per il paese transalpino, visto che diede il via alla Rivoluzione francese. Come ben saprete, però, a Nizza la festa è stata rovinata da un attentato che ha generato circa 84 morti: alle 22:30, proprio nel momento in cui la folla si era radunata per assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio sulla Promenade des Anglais (il viale del lungomare di Nizza), un camion si è lanciato a tutta velocità sul pubblico, compiendo persino manovre a zigzag per garantirsi più vittime possibili. La folle corsa si è conclusa quando i poliziotti sono riusciti ad uccidere il conducente, Mohames Lahouaiej Bouhlel, un tunisino di 31 anni in apparenza affiliato allo Stato islamico dell’ISIS.

Ovviamente si capisce sin da subito che dietro all’attentato c’è dell’altro; i lettori del nostro blog ormai saranno al corrente delle manovre politiche e criminali che si nascondono dietro a qualunque attentato, sia esso di matrice religiosa o politica. Detto questo, però, non possiamo non notare delle stranezze davvero curiose che nessun giornale ha voluto evidenziare: tutti gli attentati compiuti finora hanno avuto come vittime esclusivamente degli ignari cittadini. Il fatto è molto inquietante, perché da quanto emerge, lo Stato islamico sembra prendersela con i civili, ma al contempo lamenta dei continui attacchi operati dalle forze militari associate alla NATO, e delle forze politiche che le manovrano. Finora nessuna sede istituzionale è stata colpita: consolati e caserme non vengo minimamente impensierite, nemmeno di striscio. Negli attentati che hanno sconvolto il Bangladesh (un paese a maggioranza musulmana), si è detto che gli attacchi erano pervenuti in una zona limitrofa all’ambasciata italiana, eppure,  nessuno dei diplomatici è stato colpito.

Precisiamo subito un punto: queste sono solo riflessioni che ci poniamo al termine di un’analisi approssimativa. Il nostro intento non è quello di “gufare” affinché i “terroristi” colpiscano nelle sedi delle ambasciate. Ci limitiamo solo a segnalare questo particolare curioso. Allo stesso modo proviamo a capire, a caldo, le ragioni che hanno condotto a questo attacco. E’ evidente come i francesi negli ultimi mesi siano sotto tiro di qualche cecchino dell’economia: se pensiamo agli scontri tra tifosi che hanno causato dei decessi durante l’europeo di calcio, e li uniamo a questi attentati dell’”ISIS”, ci pare di intuire come il potere stia cercando di mettere “sotto scacco” Hollande e il suo governo. La legge del lavoro ha creato, giustamente, molti malumori tra i proletari francesi che, di comune accordo con i sindacati, si sono riversati nelle piazze a protestare, mentre in alcuni casi si è registrato addirittura un’occupazione delle raffinerie. Come abbiamo già detto prima, al momento risulta difficile comprendere la natura di questi attentati, e solo il tempo potrà rispondere ai nostri quesiti sulla base degli effetti prodotti sul tessuto sociale.

Noi ci chiediamo come possano accadere eventi di questo tipo, per giunta in uno Stato come la Francia, uscita ferita dagli attacchi di novembre e che, per tale motivo, avrebbe dovuto essere in stato di allerta assoluto. Davvero non riusciamo a comprendere le dinamiche: come fa un ragazzo qualunque ad evitare il controllo sulla base di una scusa puerile (avrebbe detto alla polizia che trasportava gelati) in un momento delicato come questo? E perché si è deciso di procedere con una dinamica d’impatto così “banale”, specialmente se si pensa a come hanno operato in altre circostanze? Come vi abbiamo accennato prima, ricordiamo che in Francia è in corso una battaglia vera e propria che vede schierati sindacati e lavoratori da una parte, e il  governo dall’altra. E se questo attentato fosse una manovra politica per spegnere i focolai di protesta e richiamare la popolazione all'unità nazionale in funzione antiterrorista?  Solo il tempo chiarirà i nostri dubbi. O forse no...


Mente libera, occhi aperti
                                                Lo Sciacallo, Marcus L. Mason


martedì 12 luglio 2016

RENZI GAME OVER: INIZIA L'ERA DI MAIO?



                                              Fonte foto: Wikipedia

In questo articolo analizzeremo l’attuale situazione politica italiana e i suoi possibili scenari, ipotizzando un eventuale cambio al timone del governo italiano. Cominciamo col dire che chiunque abbia imparato a conoscere i meccanismi del potere, avrà cominciato a decifrarne i messaggi, i segnali e le mosse politiche che ne determinano il cambiamento nei vertici o nei soggetti politici individuati per governare una nazione. Così come era evidente con molti mesi di anticipo che Matteo Renzi avrebbe assunto la guida dell’Italia, allo stesso modo risulta quantomeno ipotizzabile un’imminente caduta del governo presieduto dall’ex sindaco di Firenze.

Se lo scandalo Boschi aveva destato qualche scossone, oltre che molto clamore a livello mediatico, ora il segnale più evidente del cambiamento è dato dalle sconfitte incassate dal PD nelle recenti elezioni amministrative: Roma e Torino sono in mano ai grillini, mentre a Napoli si è riconfermato De Magistris, acerrimo rivale di Renzi. Ma come se non bastasse, Renzi deve fare i conti con l’ascesa di Luigi Di Maio, ormai di fatto il nuovo leader del movimento di Beppe Grillo e, molto probabilmente, come riferisce il nostro amico Gianfranco Carpeoro, il probabile successore di Renzi. I riflettori sono ormai tutti puntati su di lui, sulle sue amicizie internazionali, con particolare enfasi sulle sue ultimissime esternazioni di condanna del Brexit (ma il partito di Grillo non era favorevole?). La verità è che dietro al Movimento Cinque Stelle c’è la regia neanche troppo occulta degli Stati Uniti, che riservano per l’Italia un futuro da gattopardismo assoluto, e presto comprenderete i motivi di tutto ciò.

Nell’ultima intervista rilasciata ai microfoni della trasmissione “Border Nights” condotta da Fabio Frabetti (e a cui partecipa come ospite fisso un altro nostro amico, Paolo Franceschetti) , l’ex Gran Maestro ha spiegato come in realtà l’esito del Brexit non avrà alcuna ripercussione sull’Unione, anche perché, come vi abbiamo spiegato in un articolo pubblicato a poche ore dal Brexit britannico, il Regno Unito non ha mai fatto realmente parte dell’UE, visto che non si è mai separato dalla Sterlina. Parlando invece dell’Italia, Carpeoro ha giustamente fatto notare come il prossimo premier sia già stato individuato: il nome, come vi abbiamo anticipato, è ovviamente quello di Luigi Di Maio. Sempre secondo quanto affermato dall’ex Gran Maestro, il parlamentare grillino avrebbe intensificato gli incontri col consolato americano, quindi, la sua salita al governo appare ormai imminente, e con ogni robabilità, aggiungiamo noi, avverrà dopo il referendum di ottobre che, sempre a detta nostra, segnerà il fallimento della politica di Renzi (vi ricordate cosa disse qualche tempo fa l’attuale premier proprio a proposito di una eventuale sconfitta nel referendum?). Sostanzialmente il Movimento Cinque Stelle costituisce una  carta di riserva da utilizzare in caso di sconfitta del PD. Carpeoro spiega come questa mossa, ordita dalla massoneria reazionaria americana, serva agli statunitensi per ripagare il loro debito pubblico posseduto dalla Cina.

Ma gli USA si fanno mettere i piedi in testa dai “comunisti” cinesi? Certo che no, anche perché gli USA vogliono riappropriarsi in breve tempo della loro sovranità, e hanno già fatto immobilizzare l’espansione economica della Cina. Ma non solo, perché oltre a questo, vogliono impedire alle nazioni che tengono sotto braccio di potersi liberare dalle loro prigioni. L’Italia chiaramente fa parte della NATO, e non può permettersi di staccarsi dalla sfera di controllo yankees. Ma del resto, sono o non sono gli Stati Uniti d’America? Questa analisi impeccabile fornita da Gianfranco Carpeoro, è l’ennesima riprova di come l’imprevedibilità, la casualità e tutte le altre variabili che vanno poi a definire i nuovi assetti politici di uno Stato siano in realtà studiate a tavolino con largo anticipo, in modo tale da evitare di farsi trovare realmente impreparati. Il possibile avvento di Di Maio non risolverà alcun problema. Di Maio è l’ennesima pedina messa in piedi da un sistema marcio e corrotto che si pone come unico scopo quello di far ingrassare la grande finanza mondiale. Mai e poi mai gli interessi dei cittadini vengono messi al primo posto. Tenetevelo bene a mente.

Mente libera, occhi aperti
                                                Lo Sciacallo, Marcus L. Mason


martedì 5 luglio 2016

BENNY GOODMAN: L'ELVIS PRESLEY DELLO SWING

                                          Fonte foto: Wikipedia

La musica è come sempre uno degli argomenti preferiti da Marcus L. Mason. Nell'ultimo appuntamento vi abbiamo parlato dei SOAD, oggi, invece, vogliamo parlarvi di uno dei più grandi artisti Jazz, in particolare dello Swing, un sottogenere di musica jazz nato negli anni '30 e famoso per il suo ritmo saltellante, che lo ha reso appetibile anche per una platea poco avvezza a questo genere di musica popolare ma allo stesso tempo colta. Quando si parla di swing è impossibile non citare Benjamin David Goodman, meglio noto come "Benny" Goodman. Nato a Chicago il 30 maggio 1909 da una famiglia ebrea di discendenze russe, Goodman si è distinto col suo clarinetto, suonato con una eleganza e una raffinatezza impressionante, diventando ben presto uno dei migliori artisti degli anni '20, in una Chicago che proprio in quegli anni stava diventando la nuova capitale della musica jazz, grazie all'arrivo nel 1922 del trombettista Louis Armstrong, proveniente da New Orleans, patria del jazz.

Goodman ebbe la fortuna di essere indirizzato agli studi musicali proprio dal padre. Studiò con F. Schoepp, un immigrato tedesco che insegnava al Chicago Musical College, dal quale apprese ogni regola musicale, tanto da prendere parte, a soli dodici anni, all'orchestra del teatro della città. Con l'avvento della grande crisi del '29, Goodman decise di tornare a comporre musica da ballo, fondando un'orchestra, e suonando con uno stile jazzistico tipico delle band di Chicago. Proprio in quel periodo fu notato dal batterista Ben Pollack, che lo invitò a unirsi alla sua orchestra. Nel 1932 incise i suoi primi brani, e due anni dopo cominciò a pubblicare dischi con il proprio nome, esibendosi con la propria orchestra formata da tanti grandi nomi del jazz (come i trombettisti Harry James e Joe Triscari), fondando tra l'altro il "Benny Goodman Quartet", dove unì altri grandi professionisti del genere.

Per molti critici musicali Goodman è stato uno degli artisti che ha traghettato la musica jazz dallo stato originale allo swing. Per altri ne è il Re, un po' come lo è Elvis Presley per il Rock 'n roll. Queste sono considerazioni lecite ma discutibili, e su cui vale spendere qualche parola. Nessuno può dire con assoluta certezza chi sia stato il migliore. Possiamo però stabilire con assoluta sicurezza che Benny Goodman non è stato il fondatore dello swing, così come Elvis non ha fondato il rock 'n' roll. Lo swing si è sviluppato soprattutto grazie ai lavori di Count Basie (la cui musica sentì di numerosissime influenze blues) e Duke Ellington (che diede un tocco anche di musica sinfonica), entrambi afroamericani; mentre per il rock, tra i fondatori si possono citare altri musicisti afroamericani come Bo Driddley e Chuck Berry. Come per Elvis, però, anche Goodman contribuì a infrangere le barriere razziali, avvicinando i bianchi alla musica nera. I bianchi, quindi, riuscirono a trovare due artisti da erigere a Re in una musica dominata da neri (lo stesso discorso vale per Eminem nell'Hip Pop).

Questo non significa che i musicisti neri siano sempre superiori ai colleghi bianchi, anche perché con la definizione di Re dello swing non si vuole per forza riferirsi al più grande del genere, anche se spesso passa questo concetto. Poi, come ovvio che sia, i gusti sono gusti, e una persona può preferire Goodman a Basie piuttosto che ad Ellington. In fondo si sta facendo un confronto tra grandi artisti, e se Goodman non lo fosse stato, non avremmo mai perso del tempo prezioso per dedicargli una biografia. Goodman è stato fondamentale per lo sviluppo di questo genere, e i suoi lavori hanno contribuito notevolmente a rinnovare lo swing. Tra i suoi grandi classici possiamo citare una sua versione di Sing Sing Sing. Benny Goodman è morto a New York il 13 giugno del 1986.

E allora godiamoci la sua musica, ascoltandoci un "Best Of" tratto da youtube. Più Goodman e meno Modà. Buon ascolto.


                                        Youtube, Jazz n'Blues Experience

Mente libera, occhi aperti
                                                 Lo Sciacallo, Marcus L. Mason