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lunedì 17 ottobre 2016

L’ISIS: QUAL E’ L’ORIGINE DEI TAGLIAGOLE?


                                          Fonte foto: Wikipedia


Il nostro blog si è occupato molto dell’Isis, e a più riprese vi abbiamo svelato il protocollo CIA, perfettamente applicato negli attentati, che ci ha permesso di collegare queste vicende criminose ad apparati deviati, come la massoneria reazionaria. Chi si fa esplodere è realmente convinto di compiere un gesto solitario, non conosce tutte le dinamiche e i vari livelli che operano per permettere la realizzazione dell’attentato. Inoltre, è un soggetto intriso di condizionamenti mentali riconducibili alla parte più radicale della religione islamica.

Nell’articolo sull’attentato di Nizza, vi avevamo riportato le parole del Gran Maestro del Grande Oriente Democratico, nonché fondatore del Movimento Roosevelt, Gioele Magaldi, il quale aveva decifrato il messaggio di quell’attentato, ricavandone contenuti minacciosi nei confronti del nostro Paese. Lo stesso Gianfranco Carpeoro, che in questi giorni abbiamo avuto il piacere di incontrare per un’altra chiacchierata, questa volta il tema centrale  riguardava il suo ultimo libro, “Dalla Massoneria al Terrorismo”, ha messo tutti in guardia sul 10 agosto, e nell’intervista che pubblicheremo a breve sul nostro blog scoprirete il perché..

Dopo averne decifrato il messaggio, Magaldi aveva accennato all’Hathor-Pentalpha, una superloggia fondata da Bush padre all’indomani della sconfitta subita da Reagan nelle primarie repubblicane all’inizio degli anni ’80. Come riporta il blog libreidee, secondo Magaldi, a questa loggia definita “del sangue e della vendetta”, sarebbero affiliati, tra gli altri, Bush padre e figlio, Sarkozy, Blair, Erdogan e gli uomini della PNAC (Progetto per un nuovo secolo americano, ndr), quasi tutti legati al Partito Repubblicano.

Questa superloggia internazionale sarebbe responsabile della strategia della tensione globale innescata a partire dall’11 settembre e della nascita dell’Isis. Questi sono gli stessi personaggi che sostenevano la bufala delle armi di distruzioni di massa di Saddam. L’acronimo Isis, spiega Magaldi, è la prova evidente che dietro ai tagliagole ci sia l’Hathor-Penthalpha: Isis è l’acronimo di “Stato Islamico della Siria e del Levante”, il che è un chiaro riferimento alla dea Iside, il cui secondo nome è Hathor. Tutto questa operazione è stata resa possibile grazie all’Occidente e all'intervento di Erdogan, il più grande alleato dell’Isis...
Mente libera, occhi aperti
                                                   Lo Sciacallo, Marcus L. Mason





sabato 1 ottobre 2016

GEORGE CARLIN: COMICITA' E SATIRA GRAFFIANTE CONTRO IL SISTEMA. L'ANTITESI DEL "POLITICALLY CORRECT"


George Carlin nei primi anni '80
fonte: dailybail.com

Cari lettori, ricordate la nostra vecchia rubrica dedicata alle biografie di personaggi che secondo noi hanno lasciato un segno importante nella nostra società? E' qualche tempo che l'abbiamo trascurata, tuttavia abbiamo deciso di riportarla in auge quest'oggi per dedicarci a un rappresentante di una categoria di cui non ci eravamo ancora occupati: quelli che negli Stati Uniti sono chiamati Stand Up Comedians, monologhisti, in parole povere, i comici.

E ci spostiamo proprio negli Stati Uniti per parlare di George Carlin, forse il massimo esponente della comicità per così dire "impegnata" della seconda metà del Novecento.
George Carlin nasce a New York il 12 maggio del 1937. L'infanzia la passa con la sola madre, che aveva da poco rotto con il padre di George, nel quartiere di Morningside Heights, a Manhattan. All'età di 14 anni decide di smettere di studiare per arruolarsi nell'aviazione, prestando servizio in Louisiana. In questo periodo si appassiona all'attività di disc-jockey, prima di essere congedato nel luglio 1957 per scarsa produttività. Ma George non se la prende a male, ha capito che la sua strada è quella dello spettacolo. Inizia quindi a comporre sketch e monologhi, con i quali si trova ad esibirsi in diversi night-club nei primi anni Sessanta. Contro ogni sua previsione, il ritorno dal pubblico è notevole; di conseguenza, Carlin viene catapultato nei maggiori programmi televisivi del genere del periodo, fino a comporre un intero disco di suoi sketch che viene pubblicato nel 1967.
Già nel Carlin giovanile sono presenti molti dei temi che caratterizzeranno poi la sua intera carriera; aspra critica sulle scelte del governo americano, specialmente riguardo alla guerra in Vietnam, la droga, la religione, e la rivendicazione alla libertà di parola ed opinione, non così scontate nell'America di quegli anni.

Nel 1972, arriva il più celebre e nello stesso tempo, il più controverso degli sketch ideati da Carlin; il Seven Dirty Words, che si occupava di quelle sette parole "sporche" che secondo la censura televisiva americana non potevano per nessun motivo essere pronunciate sul piccolo schermo. Sono: shit (merda), piss (pipì), fuck (cazzo), cunt (termine volgare per "vagina"), cocksucker (letteralmente "succhiacazzi"), motherfucker (letteralmente "figlio di puttana") e tits (tette). Carlin va consapevolmente incontro a problemi di natura legale. Viene infatti arrestato nel 1972, proprio durante un'esibizione per violazione delle leggi locali a causa dell'eccessiva volgarità dei suoi monologhi. L'anno seguente viene persino denunciato da un uomo alla FCC (Federal Communications Commission) poiché il figlio minorenne aveva ascoltato le, secondo lui, oscenità dette da Carlin sul palco. Sarà successivamente assolto in quanto le sue parole saranno giudicate "volgari ma non oscene". Il principio secondo cui "non è importante che se ne parli bene o male, basta che se ne parli" aiuta Carlin ad aumentare esponenzialmente la sua popolarità proprio grazie alla controversia giudiziaria che lo vede protagonista. Da sottolineare inoltre che fu proprio George Carlin a condurre, l'11 ottobre 1975, la prima puntata del celeberrimo show Saturday Night Live, che ha regalato fama ad alcuni dei maggiori rappresentanti della comicità americana sul piccolo, e in seguito sul grande, schermo tra cui, solo per citarne tre, John Belushi, Dan Aykroyd ed Eddie Murphy.

Per tutti gli anni Ottanta, Novanta e Duemila, George Carlin continua ad esibirsi, seguitando a portare sul palco una voce quasi totalmente discordante con un certo tipo di sistema, e con le scelte spesso imperialiste e guerrafondaie dei vari governi americani (specialmente se di parte repubblicana). Magnifico è in questo senso un suo intervento del 1992 a proposito della Guerra del Golfo, in cui si schiera apertamente e pesantemente contro l'atteggiamento aggressivo e reazionario degli Stati Uniti.
Vi lasciamo il link a uno spezzone di questo spettacolo rintracciabile su YouTubehttps://www.youtube.com/watch?v=gMpRJe_AkbY

George Carlin negli anni Duemila
fonte: cane.com

Sulla rete fortunatamente sono oggi reperibili tantissimi interventi di Carlin (ovviamente sottotitolati in italiano), cosicché chiunque può conoscerlo, approfondire il suo pensiero, ridere e riflettere grazie al suo acume, alla sua intelligenza, e alla sua graffiante ironia, che coinvolge ogni aspetto della romanzata vita americana che tutti quanti si immaginano: famiglia perfetta, lavoro sicuro, figli impeccabili e "speciali", a messa tutte le domeniche, e bandiera a stelle e strisce ben esposta nel giardino di casa. Carlin è dissacrante nei confronti di tutti questi presunti pilastri della società americana contemporanea. Essa è piena al contrario, secondo lui, e sottoscriviamo in toto, di una quantità interminabili di contraddizioni, di segreti, di sette religiose fanatiche estremiste, di abusi su minori (ricordiamo il nostro articolo su Non picchiarmi più di Dave Pelzer, purtroppo non certo un caso isolato: http://sciacallo2.blogspot.it/2016/02/la-biblioteca-dello-sciacallo-non.html) e quant'altro. Possiamo tranquillamente affermare che molte delle idee che abbiamo espresso in un nostro vecchio pezzo sul neo colonialismo americano (http://sciacallo2.blogspot.it/2016/02/il-neocolonialismo-americano-base-di.html) sono grandemente ispirate dal pensiero di George Carlin.

Carlin è stato sempre l'avversario più strenuo e tenace del cosiddetto politically correct, senza farsi problemi a denunciare, attraverso la risata e la comicità, tutto ciò che nel mondo che lo circondava, lo disgustava.
E lo ha fatto praticamente fino alla fine; fino all'attacco di cuore che lo ha portato via a Santa Monica il 22 giugno 2008, all'età di 71 anni, pochi giorni prima che un'importante associazione (il John F.Kennedy Center for the Performing Arts) gli conferisse il Mark Twain Prize 2008 alla carriera. Per noi, lo ha vinto lo stesso.
Per chiudere, vogliamo citare una sua frase: "Io sono abituato a fare una cosa strana: si chiama pensare. E non sono un buon americano perché utilizzo il mio cervello per formare le mie opinioni". Facciamolo tutti un po' più spesso.

Mente libera, occhi aperti
                                           Lo Sciacallo, Marcus L.Mason



mercoledì 28 settembre 2016

LA STELLA A CINQUE PUNTE NON E' UN SIMBOLO SATANICO


                                 Fonte foto: Wikipedia


Si è detto e scritto tanto riguardo la stella a cinque punte. La teoria più gettonata associa questo simbolo alla figura di Lucifero, meglio conosciuto come Satana, l’angelo caduto per volere di Dio, che lo punì per la sua ribellione. Poi un giorno bisognerà pure spiegare chi era in realtà costui, perché molti “satanisti” in realtà si rivolgono al nulla. Ma questo è un altro discorso.

Tornando all’argomento in questione, dopo un'attenta ricerca, ci risulta che tale simbolo non ha nulla a che vedere col satanismo. Ve lo escludiamo nella maniera più assoluta. Il simbolo, in realtà, ha origine pitagorica, anzi, più correttamente, nasce da una antica tradizione egizia. Per gli Egizi, infatti, la stella a cinque punte raffigurava il Sole, Horus, nato dall’unione tra Iside e Osiride. In seguito, narra la leggenda, fu utilizzata dal matematico Pitagora (Samo 570- Metaponto 495 a.C). Era uno dei simboli preferiti dai pitagorici, ed era conosciuta con il nome di Ugeia o Ygia (la dea della salute), ed aveva anche un valore terapeutico.

C’è da fare una premessa: Pitagora fu iniziato ai misteri egizi e visse per un ventennio nei templi faraonici dove apprese molti segreti. Veniamo ora al significato di questo simbolo. Il 5 è un numero che risulta dall’addizione dei numeri 3 e 2, ovvero, numeri primi pari e dispari: quello pari rappresenta il principio femminile e quello dispari quello maschile. Dunque questi numeri rappresentano l’unione tra il maschile e il femminile, inoltre, cinque sono i viaggi che un uomo deve intraprendere durante la sua iniziazione e sono sempre cinque i sensi che deve studiare e conoscere. Il pentagramma rappresenta quindi le leggi armoniche, ed è strettamente legato alla sezione aurea (detta anche proporzione divina),rappresentata col numero d’oro, il cui valore numerico è 1.618 (il suo inverso è 0, 618). Entrambi i numeri sono applicati in natura in numerose circostanze. Il numero d’oro è un valore che esprime l’armonia e la perfezione, e si può trovare anche nell’arte. Tra l’altro, i segmenti del pentagramma non sono altro che una perfetta applicazione di questa proporzione.

I pitagorici utilizzavano il vocabolo “euritmia” per indicare le costruzioni architettoniche basate si questo numero d’oro. L’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci (Rosacroce) e la proporzione delle piramidi di Giza, sono due chiari esempi della sua applicazione nell’arte e nell’architettura. Secondo Umberto Gorel Porciatti, massone di 33esimo grado, la stella a cinque punte indicherebbe anche la testa e le quattro estremità dell’uomo.

Niente a che vedere dunque col satanismo…

Mente libera, occhi aperti
                                               Lo Sciacallo, Marcus L. Mason










martedì 20 settembre 2016

QUANDO LA MUSICA E’ ARTE: "THE POWER OF EQUALITY" DEI RED HOT CHILI PEPPERS

 
                                         Fonte foto: Wikipedia

Dopo una lunga pausa ritorna l’appuntamento con la rubrica dedicata alla musica. L’ultima volta vi abbiamo spiegato il significato de “Il nostro caro angelo”, di Lucio Battisti. Quest’oggi, invece, abbiamo scelto un altro brano, “The Power Of Equality”, tratto da un album magnifico di una band straordinaria, i Red Hot Chili Peppers: l’album si intitola “Blood Sugar Sexy Magik”, ed è stato pubblicato nel 1991. L’album ha venduto circa 13 milioni di copie, permettendo al gruppo californiano di sfondare nel mainstream grazie a una serie di singoli di successo come Under The Bridge, Give It Away, Suck My Kiss e Breaking The Girl.

Prima di spendere qualche parola sull’album e di concentrarci sul singolo che abbiamo scelto, raccontiamo in breve la storia di questo gruppo. I Red Hot Chili Peppers, spesso abbreviati in RHCP o semplicemente in Red Hot, nascono a Los Angeles nel 1983. Caratterizzati da una forte componente funk che li rende subito riconoscibili anche ad un orecchio poco allenato, nel corso della loro lunga carriera hanno mescolato con successo generi come il rap, l’hard rock, il punk e l'heavy metal, arrivando negli ultimi tempi ad abbracciare un suono più melodico. Sono famose le loro performance dal vivo: dotati di grande tecnica, fatta eccezione per il cantante Anthony Kiedis (almeno per quanto riguarda le esibizioni dal vivo), ricorrono spesso all’improvvisazione.

Sin dalla fondazione sono presente Anthony Kiedis alla voce e il fenomenale bassista Michael Balzary, meglio noto come Flea, famoso per la sua tecnica dello slap. In origine completavano la formazione il chitarrista Hillel Slovak (deceduto per overdose si eroina nel 1988) e il batterista Jack Irons. Successivamente, con Mother’s Milk, del 1989, entrano nella formazione il chitarrista di origini beneventane, John Frusciante e il batterista Chad Smith. Proprio per le pressioni generate dal successo di Blood Sugar Sexy Magik, e probabilmente unite ai problemi personali con le droghe, Frusciante lascerà dapprima il gruppo per poi rientrare successivamente con Californication, salvo poi abbandonare definitivamente (ora il suo posto è stato preso da Josh Klinghoffer.

Passiamo ora all’album. Blood Sugar Sexy Magik è un continuo di riferimenti sessuali (Suck My Kiss, Give It Away, Funky Monks), sulla droga (Under The Bridge), ma anche alla politica. Ne è un esempio “Power of Equality”, dove Anthony Kiedis si scaglia contro i politici e la falsa democrazia americana, reclamando un mondo più giusto, basato su ideali di vera uguaglianza e fratellanza tra gli uomini. Di seguito la canzone con il testo tradotto. Noi come sempre vi suggeriamo l'ascolto dell'intero album.  Buon ascolto.



       
                                        Youtube, Dave Adams

Il Potere Dell’Uguaglianza
Io ho un’anima
che non riesce a dormire
quando di notte qualcosa
gira storto
rosso intenso
ma senza vista
ego esplosi
nella notte
a caso come candelotti
di dinamite
rossi neri o bianchi
è la mia lotta
fatti coraggio
fatti sentire
traduci i sentimenti in parole
l’uguaglianza americana
è sempre stata acida
un atteggiamento
che farei a pezzi
pace è il mio nome
questo è il mio momento
posso prendermi un po’ di potere?
Il potere dell’uguaglianza
Non è ancora come dovrebbe essere
Mi riempie come un tronco cavo
Il potere dell’uguaglianza
giusta o sbagliata
la mia canzone è forte
se non ti piace
passa oltre
dico quel che voglio
faccio quel che posso
morte al messaggio
del Ku Klux Klan
non compro supremazia
padroni dei media
mi minacciate
dite che la gente
è causa di tutti i mali
svegliatevi bastardi
annusate il fango
la rabbia piu’ nera
la paura piu’ bianca
mi sentite?
sono chiaro?
pace è il mio nome
questo è il mio momento
posso prendermi
un po’ di potere?
RIT.
ho nastri
ho CD
ho i miei Public Enemy
il mio culetto pallido
si diverte un sacco
quando ascolto musica
che mi fa pensare
nient’altro che a
politici bastardi
che non fanno niente ma solo qualcosa
per la propria ambizione
non toccate mai
il suono che produciamo
sacro spirito dell’amore
i voti che prendiamo
per creare subito
ciò che è vero
ehi,lui è con me
e con quel che faccio
pace è il mio nome
questo è il mio momento
posso prendermi un po’ di potere?
RIT.
più folle di un bastardo
mi lecco le dita
non dimentico
perché la memoria vaga
le conto velocemente
ho un po’ di nausea da Piccadilly
riportami in provincia
distruggi la mia ottusità
porto il marchio
del bigotto
gioco la mano
che mi è stata data
e sono alle prese
con una stretta mortale
a donar sangue
solo x sopravvivere
trattami male
e io m’incazzo
no, non posso accettarlo
gente che soffre
non la sopporto
cambio idea mister bigotto
fratellino ascolta
ti prego vieni qui vicino a me
la miseria non è mia amica
ma mi spezzerò prima di piegarmi
quel che vedo è follia
che cosa è successo all’umanità?


Mente libera, occhi aperti
                                               Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

sabato 10 settembre 2016

"L'IMPERO DEI SENSI" DI NAGISA OSHIMA: IL SESSO PERVERSO ALLEGORIA DEL GIAPPONE


fonte: asterischi.it

Cari lettori, siamo tornati per dedicarci nuovamente al cinema, tra le forme d'arte che lo Sciacallo apprezza maggiormente. Quella che vogliamo consigliarvi quest'oggi è una pellicola molto particolare, una vera e propria pietra miliare del suo genere: si tratta de L'impero dei sensi, inizialmente distribuito come Ecco l'impero dei sensi, del 1976, diretto da Nagisa Oshima.

Siamo grandi ammiratori del cinema orientale (consigliammo qualche tempo fa lo splendido Memories of Murder di Bong Joon-ho: http://sciacallo2.blogspot.it/2016/05/memories-of-murder-di-bong-joon-ho.html), e nello specifico delle pellicole del paese del Sol Levante, il Giappone. Indiscutibilmente, Nagisa Oshima è uno dei più importanti rappresentanti del cinema nipponico classico, accanto a mostri sacri come Akira Kurosawa (di cui presto parleremo) o Yasujiro Ozu, oltre ad essere il più visionario e anti-conformista.

Oshima nasce nel 1932 a Kyoto; dopo la lauree in diritto e scienze politiche, cambia completamente il suo percorso di vita e si avvicina al cinema, lavorando come aiuto-regista per la casa di produzione Shochiku, parallelamente all'attività di critico cinematografico, che prosegue fino al 1959, quando esordisce dietro la macchina da presa con il poco visto e poco apprezzato Il quartiere dell'amore e della speranza. Ma è un insuccesso passeggero, poichè i successivi tre film sono delle tappe fondamentali della nuova ondata, o new wave, del cinema nipponico, caratterizzati da forti componenti di critica politica e sociale, in anni in cui il Giappone era preda di tutta una serie di tumulti volti a protestare contro una nazione ancora troppo attaccata a valori ormai superati, e poco propensa ad aprirsi alle novità della seconda metà del Novecento. I film, tutti grandi successi di pubblico e critica sono Racconto crudele della giovinezza, Il cimitero del sole, e Notte e nebbia del Giappone, tutti e tre usciti nel 1960. Non possiamo non citare anche il magnifico L'impiccagione del 1968, pellicola dai chiari rimandi al teatro dell'assurdo europeo, e per finire, il film forse più famoso e conosciuto di Oshima, Furyo, vincitore della Palma d'Oro a Cannes nel 1983, interpretato da David Bowie, dal celebre musicista Ryuichi Sakamoto (autore anche della bellissima colonna sonora) e da un giovane e ancora misconosciuto Takeshi Kitano.

Dopo questa doverosa introduzione sull'autore, concentriamoci su L'impero dei sensi. Oshima decide di raccontare la storia del rapporto sempre più intenso che si instaura tra il padrone Kitzi e la sua cameriera Abe Sada. Essi vengono travolti da un'inarrestabile passione sessuale che li porterà a sperimentare le posizioni e i giochi erotici più estremi, nel tentativo, sempre più difficile, di raggiungere il piacere totale, una sorta di nirvana sessuale. Iniziano quindi a trascorrere intere giornate a letto, quasi senza interruzioni, sotto gli sguardi sempre più attoniti ed esterrefatti delle geishe della casa e della stessa moglie di Kitzi. La continua ricerca del godimento assoluto da parte dei protagonisti li porterà ad un finale catartico e simbolista a dir poco agghiacciante.

E' importante far notare che Oshima si è ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1936 in Giappone, utilizzandolo tuttavia come perfetto strumento di allegoria sociale per evidenziare l'alienazione dell'intera società giapponese, che vive ed esiste solo all'interno dei suoi confini, esattamente come la vita dei due protagonisti (non) si sviluppa solo all'interno delle quattro mura della camera da letto, sottolineando una chiara incomunicabilità con il mondo esterno.
Per fare questo Oshima non si fa problemi a spingere parecchio sulla rappresentazione del sesso più sadomasochistico, con una regia sempre più morbosa e quasi voyeuristica, man mano che Kitzi e Abe si addentrano tra le spire della passione malata che li possiede. Chiaramente, i due attori, Tatsuya Fuji (che tornerà anche nel successivo, ma molto inferiore, L'impero della passione) ed Eiko Matsuda recitano completamente nudi per gran parte della pellicola, con parti intime ben in vista.
Nelle interviste che ha rilasciato sul film, Oshima ha dichiarato che se la produzione gli avesse impedito di inserire le scene di sesso esplicito e di fellatio che sono presenti nel film, lui si sarebbe rifiutato di girarlo, poiché le considerava parte integrante, anzi indispensabile per poter veicolare il suo messaggio.
In effetti, il film è perfettamente inserito nella poetica oshimiana, fortemente simbolista e crudele verso i suoi personaggi, di cui sceglie sempre di raccontare i lati più perversi e reconditi, mostrando come essi vengono repressi (l'esempio chiave è Furyo) o come essi esplodano, ne L'impero dei sensi.

In definitiva, solo un genio come Oshima poteva realizzare un film estremamente politico all'interno del genere erotico/porno, ambientato praticamente in una sola stanza o poco più. Inutile dire che la censura italiana lo ha tagliato nei punti più espliciti in maniera vergognosa; ora è tuttavia in circolazione un DVD con la versione integrale sottotitolata nelle (molte) parti tagliate.
Un capolavoro assolutamente da riscoprire quindi, per tutti quelli che pensano che il cinema erotico sia solo spazzatura e non abbia mai nulla da dire, o più semplicemente per quella miriade di persone (visti gli incassi) che è convinta che Cinquanta sfumature di grigio sia un film spinto sessualmente. E' ovvio che non conoscono Nagisa Oshima.

Mente libera, occhi aperti
                                           Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

sabato 3 settembre 2016

"JE NE SUIS PAS CHARLIE": LA SOTTILE LINEA TRA SATIRA E CATTIVO GUSTO


Alcune delle vignette incriminate
fonte: ansa.it

Cari lettori, oggi lo Sciacallo vuole dire la propria in merito ad una polemica scoppiata negli ultimi giorni a causa di alcune vignette comparse sul celebre settimanale satirico illustrato francese Charlie Hebdo riguardanti la tragica vicenda del terremoto nel Centro-Italia. Se non sapete di cosa stiamo parlando, alcune delle immagini in questione sono quelle riportate all'inizio del nostro pezzo. Liberi di favi la vostra idea.

Tutti ci ricordiamo cosa è accaduto il 7 gennaio del 2015 a Parigi: due uomini appartenenti ad una cellula terroristica jihadista, i fratelli franco-algerini Said e Chérif Kouachi irrompono nelle sede di Charlie Hebdo e aprono il fuoco sulla redazione: alla fine, le vittime tra giornalisti, addetti alla sorveglianza e forze dell'ordine saranno 12, i feriti 11. Chiaramente, tutto il mondo occidentale in men che non si dica si indigna e inorridisce di fronte ad un'azione tanto terrificante, inneggiando alla libertà di stampa e di opinione, unica arma per combattere l'oscurantismo del fondamentalismo islamico. Impazza sulla rete nel giro di pochissime ore l'hashtag #jesuischarlie. Questo blog all'epoca dei fatti non era ancora nato, ma se fossimo stati già presenti sul web ci saremmo chiaramente uniti al cordoglio dei familiari di tutti coloro che quella mattina hanno perso la vita così tragicamente.

Detto questo, Charlie Hebdo viene colpito non a caso: è scelto per le vignette dissacranti sull'Islam che ormai da molti anni proponeva sulle sue pagine. Se volete cercatele, ci permettiamo di affermare che alcune di esse possono tranquillamente essere catalogate nel cattivo gusto e nell'eccessivo, per quanto questa sia da sempre, fin dalla sua fondazione, stata la linea editoriale scelta da Charlie. Lungi da noi sostenere che la rivista in questione si sia meritata o "andata a cercare" il devastante dramma che ha subìto, ma azzardiamo che qualche scrupolo in più era forse logico porselo.
In primo luogo, è nostra opinione, e nessuno ci smuoverà mai da qui, che ridicolizzare un culto religioso sia estremamente irrispettoso nei confronti di tutte quelle persone che possiedono una fede vera, tangibile, posta al centro della loro esistenza. Si tratti di cattolicesimo, buddismo o Islam non cambia; è chiaro però che quest'ultimo è al centro della discussione. Vogliamo ricordare ancora una volta che la nostra società è ricolma di persone di fede maomettana assolutamente perbene, perfettamente integrate nel tessuto sociale e che professano il loro culto nel totale rispetto di quello degli altri, portando avanti i propri usi e le proprie tradizioni senza però ostentarle né imporle a chicchessia. Alcune delle vignette dette "satiriche" di Charlie Hebdo pubblicate negli anni precedenti all'attentato non hanno avuto altro effetto se non quello di intensificare sempre di più l'odio, la diffidenza e la paura, tutte cose che, credeteci, non ci fanno bene. Oltre ad emarginare e a bollare come sospetti tutti quegli individui di cui sopra, totalmente privi di qualsiasi colpa.

Questo lungo preambolo era indispensabile per poter poi arrivare all'argomento principale del nostro articolo. Le vignette di Charlie Hebdo sul terremoto del Lazio sono vergognose nella forma e superficiali e qualunquiste nella sostanza.
E' superfluo sottolineare come sia indecoroso pensare di poter fare dell'umorismo da quattro soldi marciando su una tragedia che ha ucciso quasi 300 persone e ne ha lasciate altrettante in una condizione drammatica, senza una casa e in mezzo alla strada. Ci sorprende che questo colpo basso arrivi da qualcuno che ha sperimentato sulla propria "pelle" il terrore vero, lo sconcerto, l'orrore; che queste persone non siano in grado di empatizzare con le vittime di una catastrofe che, almeno teoricamente, non dovrebbe avere nazionalità o bandiera, se non quella della comprensione umana, che ci accorgiamo amaramente, non appartiene a tutti.

Ma se la forma, come dicevamo, è agghiacciante, i contenuti sono di una povertà intellettuale ancora più sorprendente. I redattori di Charlie Hebdo si sono difesi dal naturale sdegno suscitato dalla prima ondata di vignette sul terremoto (quelle della pasta al pomodoro e delle lasagne, per capirci) sostenendo che non è certo colpa di Charlie se le case degli italiani sono costruite dalla mafia.
Questa ridicola affermazione conferma ancora una volta la totale disinformazione propugnata da questa testata giornalistica, che butta nello stesso calderone due temi assolutamente distinti come le speculazioni edilizie della mafia (che esistono, purtroppo, inutile negarlo) e il terremoto. Le case che sono crollate facevano parte di borghi storici, spesso di fondazione medievale, costruiti in zone particolari e difficoltose come le colline laziali, mai completamente al sicuro da fenomeni naturali di questo genere. Qui la mafia non c'entra nulla, Charlie Hebdo se ne faccia una ragione. E il nostro non vuole in nessun modo essere un discorso di puro orgoglio nazionale demagogico e populista, la prima parte dell'articolo lo dovrebbe dimostrare.

Lungi da noi essere bigotti o arretrati (chi ci segue lo sa), riteniamo che la satira sia un ottimo strumento di critica sociale quando è utilizzata con arguzia e intelligenza, quando è in grado di evidenziare un difetto, un problema o un atteggiamento sbagliato, strappando un sorriso ma facendo riflettere. Purtroppo ci rendiamo conto che Charlie Hebdo si ritrova troppo spesso a farla fuori dal vaso, abusando di una tecnica che si può facilmente trasformare in un'arma a doppio taglio, poiché, per quanto efficace, la satira ci mette davvero poco a tramutarsi in cattivo gusto, in un cinismo talmente viscido da risultare indigeribile e insopportabile. Ci sono cose su cui, sul serio, non si può scherzare. Ci viene da dire, questa volta, je ne suis pas Charlie.
Ancora una volta, ci auguriamo che la popolazione terremotata possa al più presto ritrovare la serenità e tornare a condurre una vita normale, nel limite del possibile.

Mente libera, occhi aperti
                                           Lo Sciacallo, Marcus L.Mason

martedì 30 agosto 2016

GIOELE MAGALDI: DOPO NIZZA I PROSSIMI SIAMO NOI?

                                               Fonte foto: Wikipedia

Cari lettori e amici dello Sciacallo, ben ritrovati! Ci scusiamo per la lunga assenza dovuta alle vacanze, ma ci è servita per ricaricare le pile in vista di un cammino importante che questo blog dovrà intraprendere da oggi in avanti. Siamo carichi e ambiziosi, e abbiamo in progetto molte cose da realizzare. Inoltre vogliamo rivolgere un pensiero alle vittime del terremoto che ha colpito il centro Italia. Un evento tremendo, che ha tolto la serenità a moltissime persone e su cui purtroppo molti organi di informazione hanno sciacalleggiato, passateci il termine, in modo indecoroso offendendo questa professione.

Spesa questa premessa fondamentale possiamo concentrarci sull'argomento di oggi. Tutti noi abbiamo ancora sotto gli occhi l'attentato di Nizza. A differenza di altri attentati terroristici, quello di Nizza ha evidenziato una falla enorme nel sistema di sicurezza francese. Si è trattato quasi di un attentato "goffo", alla pari di quanto avvenuto nella redazione di Charlie Hebdo (quando viene colpita la stampa il protocollo CIA prevede volutamente un procedimento di questo tipo). Ebbene, il gran maestro del Grande Oriente Democratico, Gioele Magaldi, ha decifrato il messaggio degli attentati di Nizza, e quanto emerso è sconvolgente e chiamerebbe in causa la nostra Italia.

L'interessantissimo blog "libreeidee", ha riportato le parole pronunciate da Magaldi a "Colors Radio": "Se finora non è accaduto nulla in Italia lo dobbiamo al lavoro dei servizi segreti italiani che, garzie alla collaborazione con l'intelligene Usa, stanno operando un controllo assoluto nel territorio per ragioni di sicurezza in modo tale da impedire che l'Italia venga colpita. Solo in azione elementi provenienti dai settori più "progressisti" della Massoneria, per scongiurare il pericolo orchestrato dai colleghi ascrivibili al fronte reazionario al servizio dell'élite neo-aristocratica che costituisce il vero cervello di tutte le operazioni di strategia della tensione messe in atto finora (dall'11 settembre fino agli attentati a matrice "'sis', ndr)".

La nuova stagione di attentati è stata inaugurata il 13 novembre al Bataclan (il 13 novembre è una data importante per la massoneria di ispirazione templare) ed è proseguita con gli attentati di Bruxelles che hanno colpito l'aeroporto e la metropolitana ("come in cielo, così in terra, sempre in chiave simbolica), ed ora potrebbe proseguire nel nostro Paese.
"Nizza un tempo era italiana, e inoltre è la città natale di Garibaldi (massone nonché primo gran maestro del Grande Oriente d'Italia). Letta in questa chiave la strage di Nizza ha un messaggio evidente".

Un'analisi impeccabile che allo stesso tempo fa rabbrividire: l'élite del terrore (le superlogge come le definisce Magaldi), hanno progettato un attentato in una città, Nizza, molto legata all'Italia, per giunta il 14 luglio, data-simbolo della rivoluzione francese: una data celebrata dalla massoneria progressista europea, tanto è vero, che proprio da quell'avvenimento storico così caro ai massoni, Garibaldi, Cavour e Mazzini (tutti e tre massoni), si ispirarono per unire l'Italia. Sarebbe interessante ascoltare i killer delle stragi, perché in questo modo potremmo capire qualcosa in più in merito alla rete di reclutatori e prevedere con largo anticipo le loro mosse future, oltre che a comprendere le motivazioni che hanno spinto loro a compiere in gesto così orribile, ma ciò non è mai avvenuto perché gli esecutori materiali, come ha fatto saggiamente notare Magaldi, vengono uccisi prima che possano parlare.

Ma allora chi è il grande burattinaio? Secondo il gran maestro, la peggiore di tutte le superlogge segrete fu fondata nel 1980 da George Herbert Bush, in risposta alla tremenda sconfitta subita da Reagan alle primarie del partito Repubblicano. Tale evento procurò due attentati "simmetrici" a breve distanza l'uno dall'altro: l'attentato al presidente Reagan e quello a Papa Wojtyla, che nella corsa al soglio pontificio era stato sostenuto dal massone polacco Sbigniew Brzezinsky, che ebbe un ruolo importante nel reclutamento di Osama Bin Laden, che verrà poi accusato ingiustamente della strage dell'11 settembre la cui regia, sostiene Magaldi, è riconducile alla superloggia "Hathor Pentalpha", fondata da Bush col coinvolgimento di Tony Blair, Nicholas Sarkozy e Erdogan. Ancora una volta l'attenzione è riposta ai simboli: Hathor è l'altro nome per definire la dea egizia Iside, molto cara ai massoni. "Peraltro - spiega Magaldi - non è un caso che l'armata dei tagliagole sia stata chiamata Isis".

La nostra speranza, ovviamente, è riposta nel gran lavoro di intelligence svolte sino ad ora dai servizi italiani spalleggiati da quelli statunitensi. A chi contesta la mancanza di prove documentate Magaldi risponde così: "Ogni fatto che menziono è certificabile. Ho con me 6000 pagine di documenti, e se qualcuno desidera farne richiesta, cosa che finora nessuno si è azzardato a fare, sarò lieto di esibire il materiale".

Mente libera, occhi aperti
                                          Lo Sciacallo, Marcus L. Mason


mercoledì 3 agosto 2016

QUANDO LA MUSICA E' ARTE: LUCIO BATTISTI, "IL NOSTRO CARO ANGELO"

                                                     

                                            Battisti e Mina, fonte foto: Wikipedia

Cari lettori, ultimamente sulle pagine del nostro blog si è parlato moltissimo di musica: dopo le recenti interviste a Bruno Mautone e Glauco Cartocci che avevano come focus Rino Gaetano (1950-1981) e la leggenda della morte di Paul McCartney, quest'oggi invece andremo ad analizzare un brano specifico. Il pezzo in questione è "Il nostro caro angelo", ed è stato composto da Lucio Battisti (1943-1998), uno dei più grandi autori della musica italiana. La canzone fa parte dell'omonimo album del 1973, che contiene, tra gli altri, capolavori come "La collina dei ciliegi" e "Questo inferno rosa". L'album ebbe un successo notevole: fu infatti il secondo album più venduto in Italia nel 1973, dietro solo a un precedente lavoro dello stesso Battisti, "Il mio canto libero" (pubblicato nel novembre del '72).

All'epoca destò un po' di clamore e scandalo la copertina dell'album, a causa della presenza di un seno scoperto e di un bambino nudo. Stando ad alcune interpretazioni, il significato che si trae da essa sarebbe legato ai temi dell'ecologia e della salvaguardia delle tradizioni, anche se in realtà parrebbe contenere un significato più recondito e di natura esoterica. Risulta complesso identificare in una sola corrente musicale un artista così eclettico come è stato Lucio Battisti, un musicista sii "italico", ma con un occhio vigile a quanto accadeva in Inghilterra e Stati Uniti per quanto riguardava la scena blues e rock (in particolare il progressive, basti pensare a un album come "Anima Latina", del 1974). Al pubblico, però, è conosciuto soprattutto per le sue canzoni più melodiche e semplici, che entravano nel cuore della gente anche grazie ai testi di Giulio Rapetti, in arte Mogol, che con Battisti diede vita a una collaborazione intensa e redditizia, interrotta bruscamente nel 1982, forse a causa di problemi con la moglie del musicista di Poggio Bustone, Grazia Letizia Veronese, che diventerà co-autrice dei suoi brani dopo una breve parentesi di lavoro con il paroliere Pasquale Panella.

Ma veniamo ora alla canzone che prendiamo in esame in questo articolo. Con ogni probabilità la versione del disco è stata concepita più tardi, tanto è vero che ne esiste un'altra (è usufruibile su youtube), con un arrangiamento completamente differente, che probabilmente era quella originale che non aveva convinto pienamente Battisti. La canzone funziona per due motivi: innanzitutto per il tema musicale, suggestivo e affascinante, specialmente in virtù di un intro di basso di uno straordinario Bob Callero e per l'uso di sinth, pianoforte elettrico e archi elettronici che conferiscono un suono cosmico al brano; il secondo motivo, chiaramente, è riconducibile al testo di Mogol, oscuro e filosofico, che prende di mira la Chiesa Cattolica, tacciata di tarpare le ali al nostro caro angelo che rappresenta simbolicamente l'ideale che la Chiesa soffoca, impedendo così all'uomo di emanciparsi dalla schiavitù dei dogmi, rischiando di cadere nella sempre eterna "fossa del leone". Il Vaticano attira i fedeli facendo leva sui sentimenti di paura e alienazione. Del resto, come dice Battisti nella canzone, "le rughe han troppi secoli oramai, truccarle non si può più". La fede deve essere pura, libera di esprimersi.

Il risultato di questo lavoro di Battisti è straordinario, sofisticato e ricercato, troppo avanti per l'epoca. A nostro modo di vedere, Il nostro caro angelo è il brano capolavoro della discografia di Lucio Battisti. E allora ci congediamo invitandovi come sempre all'ascolto dell'intero album oltre che al singolo brano. Di seguito vi riportiamo il testo e la canzone. Buon ascolto.

IL NOSTRO CARO ANGELO (Mogol-Battisti)

La fossa del leone
è ancora realtà
uscirne è impossibile per noi
è uno slogan falsità
Il nostro caro angelo
si ciba di radici e poi
lui dorme nei cespugli sotto gli alberi
ma schiavo non sarà mai
Gli specchi per le allodole
inutilmente a terra balenano ormai
come prostitute che nella notte vendono
un gaio un cesto d'amore che amor non è mai
Paura e alienazione
e non quello che dici tu
le rughe han troppi secoli oramai
truccarle non si può più
il nostro caro angelo
è giovane lo sai
le reti il volo aperto gli precludono
ma non rinuncia mai
cattedrali oscurano
le bianche ali bianche non sembran più
Ma le nostre aspirazioni il buio filtrano
traccianti luminose gli additano il blu


                                          Youtube, MrSong14


Mente libera, occhi aperti
                                             Lo Sciacallo, Marcus L. Mason

martedì 2 agosto 2016

LO SCIACALLO INTERVISTA GLAUCO CARTOCCI SUL MISTERO DEI BEATLES: PAUL IS DEAD?

 
                                                Fonte foto: Wikipedia


Lo Sciacallo non si ferma neanche in vacanza e torna più carico che mai con un'altra grande esclusiva. Marcus L. Mason ha intervistato lo scrittore Glauco Cartocci, tra i primi ad occuparsi della leggenda che più di tutte affascina il mondo del rock, ovvero la presunta morte di Paul McCartney, storico bassista dei Beatles. Nel noto gruppo di Liverpool, McCartney divideva la leadership con John Lennon, dando vita a una delle coppie più prolifiche e influenti della storia del rock (più di 200 canzoni portano la loro firma). Ecco cosa ci ha raccontato Glauco in merito alla vicenda.


Quando hai cominciato ad occuparti del caso PID? Quando e come è incominciata la storia?

"Va detto che sono un fan dei Beatles da quando ero bimbo. Vissi "in diretta" la vicenda PID all'epoca (Ottobre 1969) e la cosa mi turbò abbastanza. Andai a cercare al centro di Roma le pochissime riviste straniere che venivano importate in Italia (Time e Life) e lessi tutto avidamente e con trepidazione. Tuttavia, dopo un primo interesse mondiale sulla faccenda, la cosa venne liquidata come "fesseria" o "burla". Frettolosamente, troppo frettolosamente, secondo me.

Per anni e anni non se ne parlò più, finché (non so come) nel 2004 mi venne la voglia di controllare in Rete se, putacaso, ci fosse qualcosa su quell'antica vicenda. Rimasi sbalordito nel constatare che l'interesse per la "sostituzione" di McCartney avesse avuto un grande ritorno di fiamma (ca. nel 2002) e nel vedere come addirittura le ipotesi si fossero moltiplicate. Anche gli indizi si erano affastellati, oltre ai pochi che erano venuti fuori nel 1969 se ne trovavano ora a bizzeffe. Molti erano stupidi o ridicoli, ma ce ne erano davvero parecchi che facevano gelare il sangue nelle vene.

Da quel momento decisi di intraprendere la mia personale indagine, che è raccolta nel libro, continuamente aggiornato. Ad oggi ho pubblicato quattro libri, scrivo di rock on-line e faccio diverse conferenze sui Beatles".


Qual è la tua versione dei fatti? 

"Eh, sarebbe bello avere UNA versione. In realtà, chi come me studia a fondo un mistero, capisce che le ramificazioni sono tante, e che diverse soluzioni sono possibili. Nel libro, alla fine, ho raccolto ben 10 "quadri" ipotetici che rispondono alla domanda "come può essere andata la faccenda?" e ognuno di essi è assai diverso dal precedente. Per capirci, c'è il quadro tradizionale della "morte per incidente" e accanto ad esso c'è quello della "grande Burla". Ma ci sono molte soluzioni intermedie. Un'idea che mi piace particolarmente è che il primo Paul si sia fatto sostituire volontariamente (perché stanco della Beatlemania o altri motivi) e abbia istruito il sosia, continuando a scrivere i brani, suonando sui dischi (NB: i Beatles dal '66 non suonarono più "Live" a parte il brevissimo rooftop del 1969). Poi, forse, durante i primi anni '70, il sosia avrà cominciato a far tutto da solo, col permesso del "titolare", chissà".

La questione dei tratti somatici: che differenze ci sono tra il “primo” Paul e il secondo?

"E' una questione molto complessa. Per anni sono stati fatti raffronti molto dilettanteschi: i primi riscontri seri, scientifici, risalgono all'epoca recente, nel 2009, ad opera del team Gavazzeni-Carlesi (la famosa indagine pubblicata dal mensile WIRED). Seguì a breve distanza di tempo un'analisi indipendente svolta da Daniele Gullà. Entrambi i team riscontrarono notevoli differenze sia nella forma del cranio, sia nel "trago" dell'orecchio, sia nella dentatura. Sono analisi complesse, i cui risultati fanno discutere. Non posso riportare qui risultati di altre persone, anche se sul mio libro ne do un sunto (dietro liberatoria del team che li ha svolti)".

  



Il Paul del 1964 a confronto con quello "attuale", fonte foto: Wikipedia







Quali sono i riferimenti più evidenti a questa vicenda? Quali indizi si trovano all’interno della discografia dei Beatles?

"Non si può certo parlare di "prove" ma, come avete detto voi, di ''indizi'' più o meno pesanti. Tali indizi sono classificabili cronologicamente, o anche come tipologia. Cronologicamente: un primo gruppo (come ad esempio la famosa "passeggiata" a piedi nudi sulle strisce di Abbey Road) sono gli indizi "classici". Poi c'è una seconda ondata, ipotesi e letture venute fuori diciamo dal 1970 al 2000. Infine c'è l'epoca di Internet, in cui ognuno dice la sua.

Comprenderete che distinguere l'indizio "serio" dalla cavolata non è facilissimo, ed è uno degli scopi che mi sono prefissato nella mia analisi. (A proposito: anche io ne ho trovati un bel po'…). Quanto alle tipologie di indizi, sono divisibili in: sonori (messaggi nascosti); letterari (parole delle canzoni e alcune scritte singolari); visivi e grafici (copertine di dischi, immagini o disegni nei booklet, film etc.); comportamentali (contraddizioni e stranezze dei Beatles e del loro entourage). Nel libro assegno dei "voti" per così dire, ai differenti indizi, per valutarne la significatività: moltissimi sono stupidaggini, e spiego perché, come e quali essi siano".

Com’era il rapporto tra Paul McCartney e Phil Spector? L’esuberante produttore americano (accusato dell’omicidio di Lennon e Michael Jackson) c’entra in questa storia?

"Sono sincero: non ne so niente, l'ipotesi che Spector c'entri nella vicenda PID è stata prospettata da Carpeoro nella trasmissione radiofonica "Forme d'onda" cui ho partecipato, e non mi è chiarissima la meccanica da lui proposta. Mi sembra comunque che Carpeoro punti il dito più sull'omicidio Lennon che su PID, in riferimento a Spector. Per quanto mi riguarda, Spector con una eventuale sostituzione di McCartney non c'entra nulla, né mai è venuto fuori alcunché in tal senso, neanche nelle indagini di Patterson o di Reeve (remote, precedenti alle mie)".   

                                           Phil Spector, Wikipedia


Chi avrebbe deciso di nascondere la verità al pubblico?
"Sempre nel caso che Paul fosse stato sostituito, sarebbe stato interesse sia della band, che della casa discografica, non far trapelare nulla. Era un'epoca in cui un membro così importante di un gruppo non poteva venire rimpiazzato, e certo non uno dei Beatles, per giunta il co-autore dei loro successi. Mi spingo oltre, dicendo che era interesse anche dell'economia inglese continuare con i Beatles. Davvero molti e ingenti, gli interessi in gioco".
Ad Amburgo una donna ha chiesto di essere riconosciuta da Paul come sua figlia, ma l’esame del DNA ha dato esito negativo. E’ la prova evidente che il Paul che consociamo dal ’66 è in realtà un sosia?

"Non è esattamente così. Non c'è stato alcun esame del DNA. Il test del DNA, nel 1984, non esisteva, si procedette a un’analisi del sangue come da prassi dell’epoca. McCartney fu implicato in una causa legale per il riconoscimento di paternità, da parte di Bettina Huebers, di Berlino, che il Beatle avrebbe concepito negli anni di Amburgo (1959-1962). L'analisi dette risultato negativo, quindi Bettina perse la causa. Tuttavia la donna successivamente tornò all’attacco, dicendo che all’epoca McCartney mandò “un sosia” e per questo il gruppo sanguigno non coincide. I “complottisti” si chiedono: e se l’attuale McCartney fosse un sosia? Avrebbe certo eseguito a cuor leggero l’esame!  Tuttavia capirete bene che la vicenda non prova nulla: McCartney potrebbe essere sempre lui, e aver mandato un sosia solo in quella circostanza".

Cosa c’è di vero nella vicenda dell’Aston Martin?
"E' sicuramente vero che McCartney possedeva una Aston Martin che ebbe un'incidente nell'autunno del 1966.  A fine 2010, l’auto originariamente appartenuta a Paul McCartney era in restauro presso un’officina di Corsico, una cittadina dell’hinterland milanese. Il mio collaboratore Donato Pastore andò subito sul posto, e parlò col restauratore, Walter Baroni. Baroni sostiene che l'incidente non fu eclatante, ma - si sa - ci si può ammazzare anche a 40 km orari, o si può rimanere sfigurati (all'epoca non c'erano air-bag o cinture di sicurezza, fra l'altro). Inoltre Baroni ci ha detto anche parecchie cose interessanti, che sarebbe impossibile riassumere qui, ma le trovate dettagliatamente elencate nel libro".


                                        

                                        "Abbey Road", fonte foto: Roger, flickr

Sulla copertina di Abbey Road si è parlato molto dell’indizio contenuto nella targa della macchina nera (28 IF). All’epoca, però, McCartney non avrebbe avuto 28 anni, bensì 27. Può essere un riferimento all’età di Faul e non di Paul?
"Personalmente lo escludo. Intanto lo esclude la logica: se si parla di uno che "avrebbe avuto 28 anni se fosse stato vivo" certo non si può riferire al Sosia, che nel 1969 era vivo e vegeto. E' però vero che varie "voci" e anche un indizio nel film Magical Mystery Tour farebbero pensare che il sosia fosse un po' più vecchio. Tuttavia ritengo che tutto l'indizio della targa sia una mezza "bufala", sicuramente pilotato dai Beatles per fare confusione. Anche le lettere LMW, mai spiegate in modo convincente, sarebbero una falsa pista".

Si può presumere che in realtà Paul non sia morto ma che sia stato sfigurato nell’incidente tanto da essere costretto ad usufruire di un sosia per le uscite pubbliche?
"E' una delle mie dieci ipotesi, lo Scenario numero 4, "Preferirei essere morto". Si basa sulle possibili risultanze dell'incidente dell'Aston Martin, di cui abbiamo parlato sopra. Paul era il "bello" del gruppo, The Cutie, e mai avrebbe accettato una carriera in cui sarebbe apparso menomato, sotto i riflettori".

Parlaci un po’ del tuo libro “Paul is Dead? Il caso del doppio Beatle”. Hai raccolto ulteriori indizi in merito alla vicenda?
"Nel corso dei 12 anni intercorsi dalla prima stesura, (e delle 7 edizioni del libro) si sono aggiunti moltissimi indizi (anche ad opera dei miei amici e dei gruppi su Internet, forum e social), ma quello che è rilevante è che spesso ho inserito nuovi modi di "leggere" gli indizi stessi, o le contraddizioni dei diretti interessati sulla vicenda. Ogni indizio viene vagliato, discusso, in alcuni casi smontato, in altri rivalutato.

Il libro non è un libro a tesi (non si vuole dimostrare né che Paul sia stato sostituito, né che sia sempre lui), e questa è la cosa che è stata più apprezzata dai lettori. Ognuno può farsi una sua propria idea sulla vicenda: quello che mi interessa è far capire quanto sia complesso il mistero. Molto spesso indizi e vicende sconosciuti ai più risultano di gran lunga più interessanti degli indizi "classici" tanto pubblicizzati. Sono certo che questa storia non avrà fine, e che il futuro riservi altri colpi di scena".
Lo Sciacallo ringrazia sentitamente Glauco per la sua gentilezza e disponibilità.


Mente libera, occhi aperti

                                           Lo Sciacallo, Marcus L. Mason

























venerdì 29 luglio 2016

"LUCI D'INVERNO" DI INGMAR BERGMAN: UN VERO VIAGGIO ALL'INTERNO DELLA PSICHE UMANA


Gunnar Bjornstrand in una scena del film
fonte: ivid.it

Cari lettori, torniamo finalmente ad occuparci di uno degli ambiti artistici a noi più cari, il cinema. E tanto per andare sul sicuro, quello che vogliamo consigliarvi quest'oggi è un vero e proprio classico, un film di un regista che senza paura di smentita può essere annoverato tra i massimi esponenti mai esistiti della settima arte.

La pellicola in questione è del 1963, per la regia di Ingmar Bergman, e si tratta di Luci d'inverno.

Come d'abitudine un piccolo cenno introduttivo sul regista. Bergman nasce a Uppsala, in Svezia, il 14 luglio 1918, figlio di un pastore luterano, tratto distintivo che avrà una grande influenza sulla sua cinematografia. A causa dell'educazione severa e rigidissima che riceve, più volte in gioventù Bergman si ritrova a litigare con i genitori, fino a quando, a 18 anni, proprio dopo l'ennesima sfuriata, decide di andare a vivere da solo, e parte per Stoccolma. Qui, dopo un'infelice esperienza all'università, entra in contatto col mondo delle arti sceniche, principalmente teatro e cinema, entrambi fondamentali nel suo percorso professionale. Dirige una piccola compagnia filodrammatica studentesca, scrive i testi di alcuni drammi. Nel 1940, il Teatro dell'Opera lo promuove anche aiuto-regista.
Inizia a scrivere vorticosamente e compone in due anni, ben dodici drammi e un'opera lirica. Il passo dal teatro al cinema non è poi così lungo. Nel 1944 il regista Gustav Molander rimane molto colpito da una delle opere del giovane Bergman e insiste affinché venga adattata per il grande schermo e se ne tragga un film, Spasimo, che esce lo stesso anno, e a cui Bergman collabora come segretario di edizione. Debutterà dietro la macchina da presa due anni più tardi, con Crisi (1946).

Uno dei temi che più ha ossessionato Bergman durante tutta la sua vita è il suo rapporto conflittuale con la religione e, più nello specifico, con Dio. I suoi anni giovanili sono infatti contrassegnati da una continua ricerca della figura di Dio, nella quale Ingmar spera di trovare l'affetto e l'amore di cui sente un disperato bisogno, e che tra le mura domestiche non riesce a conquistarsi. Proprio per questo motivo si avvicina e si appassiona al cinema, che gli permette di rifugiarsi in una dimensione alternativa e ideale, che possa contrapporsi alla fredda e dura vita reale.
Bergman, nei primi anni Sessanta, ormai cineasta affermato, decide di dedicare un trittico di film a questo vuoto esistenziale che si porta dentro sin dall'infanzia e dalla pubertà. Gira pertanto Come in uno specchio (1961), Luci d'inverno (1963) e Il silenzio (1963). Compongono la trilogia, dalla denominazione eloquente, "del silenzio di Dio".

Noi abbiamo deciso di concentrarci sulla seconda parte della trilogia, Luci d'inverno. La vicenda si svolge interamente nell'arco di una sola giornata e vede come protagonista il pastore luterano Tomas Ericsson, interpretato da uno degli attori-feticcio di Bergman, Gunnar Bjornstrand, che attraversa una profonda crisi esistenziale e di fede, in seguito alla morte dell'amata moglie. Gli ruotano intorno due importanti figure: Marta, una maestra elementare infatuata di Tomas, incarnata dalla splendida Ingrid Thulin, e il pescatore Jonas Persson, un giovane Max Von Sydow, attanagliato da un profondo malessere interiore dovuto alla paura di una guerra nucleare, o più banalmente dalla responsabilità connessa alla nascita ormai vicina di un terzo figlio. Non vogliamo anticipare qui tutte le direzioni che la situazione prenderà, per non rovinarvi la visione.

Il pastore Tomas avrà però modo di rendersi effettivamente conto di non essere più in grado di aiutare i suoi fedeli, e questo perché è lui in prima persona ad avere grosso bisogno di aiuto. Ciò che più lo spaventa non è il non avere più fede in Dio, ma non avere più fede nella bontà, benevolenza e misericordia di quest'ultimo. L'insicurezza la fa ormai da padrona in Tomas, che aveva consacrato la sua intera esistenza all'amore per la sua donna; morta lei, l'uomo cade in un vortice di inutilità dal quale capisce di non riuscire a sottrarsi. Il finale enigmatico non fa che accentuare il senso di incertezza e dubbio che aleggia per tutto il film. Bergman la rappresenta attraverso la meravigliosa fotografia di Sven Nykvist, che contrappone in maniera eccezionale la luce sui volti dei personaggi, che in fondo si vogliono credere toccati o protetti da una mano superiore, a un paesaggio nordico invernale ricoperto da una spessa e indecifrabile coltre di nubi che quella stessa mano superiore non riesce a scalfire.

Insomma, Bergman con questo film si propone di mettere in scena gli eterni conflitti che accompagnano fin dalla notte dei tempi l'uomo nella sua relazione con il divino: e fa capire come anche chi occupa una carica riservata a chi quei dubbi li ha chiariti fino in fondo, può ricadere nelle stesse contraddizioni, esternando una sensibilità e una fragilità che, spesso fatichiamo ad ammetterlo, sono parte integrante del nostro essere. Bergman lo ha capito, e non si azzarda per questo motivo a sputare sentenze o ad emettere giudizi manichei o altezzosi, ma si limita a scavare fin nei più profondi recessi dell'anima, come solo lui (davvero) era in grado di fare.

E' evidente che Luci d'inverno non è un film semplice, che si può guardare sgranocchiando pop-corn e messaggiando su WhatsApp. Richiede un impegno e uno sforzo mentale non indifferente, come ogni opera d'arte di vero valore del resto; contiamo che gli dedicherete l'attenzione che merita, perché siamo davvero dalle parti del capolavoro. Per chi non arriva a comprenderne la potenza evocativa e l'intensità emozionale, ci sono sempre i libri degli ottimi Nicholas Sparks o Federico Moccia. A voi la scelta.

Mente libera, occhi aperti
                                            Lo Sciacallo, Marcus L.Mason